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GranMilano
Il design prima del Salone, il genio di una famiglia di ceramisti tra Lodi e Milano
Tra le anticipazioni più importanti di questa edizione c'è quella di Alcova, con magie negli spazi dell'Ospedale militare di Baggio. L'importanza del Made in Italy
È il momento degli “sneak peek” (così ormai si chiamano in gergo televisivo-modaiol-designer). Cioè delle sbirciatine e delle anticipazioni più o meno ufficiali di quel che sarà il prossimo Salone del Mobile (edizione forse meno ricca del solito, come accade ad anni alterni, quando non è associata anche alla biennale Euroluce, e forse offuscata nel clima generale anche dalla complicata nomina della presidenza alla Triennale post-Boeri). Detto questo, tra gli sneak peek più golosi ci sono quelli di Alcova, che promette magie negli spazi dell’Ospedale militare di Baggio, portando il meglio del design di oggi in quella che fu la Casa delle Suore e negli appartamenti della vicina Villa Pestarini, assoluto del razionalismo di Franco Albini, che la realizzò nel 1938-’39 con una geometria così deliberata e sobria da renderla fuori dal tempo.
E’ il momento giusto per rispolverare anche la storia (solo apparentemente minore) del “made in Italy”, quando era un prodotto di mani sporche d’argilla che neanche immaginavano che un giorno sarebbe esistita la parola “brand”. Ci spostiamo di poco e andiamo a Lodi, dove la Fondazione Maria Cosway ha concepito, a ingresso libero per tutti fino al 17 maggio, la mostra “I Loretz. Una famiglia di ceramisti e pittori tra Lodi e Milano a fine Ottocento”. Racconta una storia utile a capire che cos’era e che cosa è diventato il design lombardo. I Loretz (nome dal suono nordico, erano originari dei Grigioni) scendono dalla valle e si stabiliscono vicino all’Adda a offrire la loro pregiata manodopera di abili decoratori: il capostipite, Carlo, classe 1841, ama la pittura ed è uomo di letture colte e grande appassionato di Medioevo. Incontra Antonio Dossena, intraprendente sindaco di Lodi e industriale della ceramica, che con sano pragmatismo lo trascina dal cavalletto al tornio: Carlo riscopre la tecnica della “ceramica graffita”, tanto di moda nel Trecento e poi soppiantata dalle maioliche candide del Rinascimento. I tempi sono maturi per queste ceramiche calde, colorate, piene di vita. Piacciono subito, i Loretz fanno il botto e sono sufficientemente ambiziosi da tentare il grande salto oltre la provincia: 130 anni fa aprono una grande fabbrica a Milano, in via Molino delle Armi, e diventano la prima dinastia lombarda di artigiani-designer. Non si limitano a produrre: creano un gusto. Le loro ceramiche “medievali” (in realtà un raffinatissimo esercizio di stile neorinascimentale) diventano i pezzi d’arredamento obbligatorio di ogni salotto che si rispetti dell’alta borghesia milanese, la stessa che a breve avrebbe costruito la “città che sale”. I Loretz, con una modernità sorprendente per l’epoca, sono anche i primi a capire che il vero lusso è la “filologia”: riproducono con rigore maniacale modelli del XV e XVI secolo e impongono sul mercato il loro marchio di qualità. Trionfano alle Esposizioni universali, da Torino a Parigi. Giano, in particolare, è il creativo di famiglia: viaggia, studia i musei di Londra, torna a Milano e quando intuisce che il vento sta cambiando, perché il Liberty inizia a bussare alle porte, prova a innestare la modernità sulla tradizione. Sarebbe bello dire che ci riuscì, ma a volte la storia lascia troppo spazio all’imponderabile: all’Esposizione internazionale del Sempione, 1906, il padiglione delle “moderne” ceramiche dei Loretz subisce un grave incendio, preludio della fine dell’avventura industriale di questa famiglia di creativi (a Carlo junior, nipote del fondatore, e oggi agli eredi è spettato il compito di custodire la memoria di disegni, dipinti, schizzi e prototipi degli avi).
La mostra lodigiana, curata da Enrico Venturelli, che delle ceramiche dei Loretz è massimo esperto, presenta oltre un centinaio di pezzi che raccontano questa epopea di famiglia: esposta una monumentale “fioraia”, apprezzata all’Esposizione di Milano del 1881, ma anche una ceramica che raffigura Amenemhat III, in sintonia con l’egittomania del tempo, e poi una serie infinita di piatti e boccali dipinti di bruno e di verde dove fiori, decori e profili femminili raccontano di una “bellezza domestica” a portata di mano. Ora che le creazioni artigianali dei Loretz sono tornate a casa, a Lodi, ci paiono un’originale riflessione sul proto-made in Italy, capace di ripensare il passato e modellare il gusto del presente.