Ansa
GranMilano
Una sfilata della stilista Sara Behbud per raccontare le donne vittime degli ayatollah
Una passerella con gli abiti confezionati all'interno del Centro Donna Milano in un'atmosfera surreale: modelle che indossavano indumenti ricamati con fiori ispirati a quelli dei tappeti persiani e le immagini appese alle pareti delle donne uccise dal regime iraniano
Tre donne che spiegano cosa significa vivere in Iran, un evento della fashion week per presentare la collezione “Donna, Vita, Libertà” e una guerra in corso. Sembra la trama di un film distopico e invece è quanto è accaduto sabato scorso alla Fondazione Sozzani di Milano, dove la stilista Sara Behbud ha presentato i suoi nuovi abiti confezionati all’interno del Centro Donna Milano insieme alle vittime di violenza. Lo ha fatto in un’atmosfera surreale perché le luci della passerella e l’immobilità delle modelle che indossavano gli abiti ricamati con fiori ispirati a quelli dei tappeti persiani stridevano con le immagini appese alle pareti, di donne uccise dal regime iraniano. La presentazione della sua nuova collezione è avvenuta poche ore dopo l’inizio dell’attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele ed è divenuta perciò anche un’opportunità per provare a spiegare agli italiani le ragioni del popolo iraniano che, davanti all’inerzia della comunità internazionale ha chiesto un intervento esterno per liberarsi dalla feroce dittatura islamista. Sara Behbud è nota anche per aver creato l’abito indossato dall’attrice Masha Rostami sul red carpet degli Oscar 2025 per il film Il seme del fico sacro e sabato scorso ha dialogato con l’attivista italo-iraniana Pegah Moshirpur e con Elaheh Tavakolian, che ha perso un occhio durante la repressione del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. “Questa collezione è profondamente ispirata alla mia terra: alla cultura iraniana, ai tappeti persiani e alle storie delle donne del mio paese. Il tappeto persiano non è solo decorazione: è memoria, identità. I fiori non sono solo decorativi: rappresentano le donne iraniane”, ha spiegato Sara Behbud.
Figlia di sarti, la stilista iraniana, che vive a Milano, ha raccontato cosa abbia significato occuparsi di moda nel suo paese e ha ricordato il terrore provato quando è stata portata via da un gruppo di donne della polizia morale perché non indossava il velo in modo appropriato. Ci ha detto che la domanda che si poneva, prima di lasciare definitivamente l’Iran, è stata sempre la stessa: “Come si può studiare moda se non puoi scegliere cosa indossare? Come si può essere creativi quando la creatività viene considerata un crimine?”. E ha ricordato tutte le volte che è stata fermata dalla polizia morale: “Non dimenticherò mai quella sera in cui mi hanno spinta, trascinandomi per le braccia e i capelli sulla loro automobile. Io quella notte sono tornata a casa, ma molte altre donne no”. Sara Behbud e le attiviste presenti alla presentazione della sua collezione hanno dovuto spiegare agli italiani che il problema non è il figlio dello scià, Reza Pahlavi – invocato da tanti iraniani come una possibilità di una transizione democratica – ma i 47 anni di dittatura. La stilista iraniana ha ringraziato l’Italia e la Camera della Moda per averle dato l’opportunità di esprimere liberamente la propria arte e offerto uno spazio per dare voce al suo popolo, ma nessuno le ha chiesto se fosse felice del fatto il giorno in cui ha presentato la sua collezione dedicata alle donne iraniane Ali Khamenei, guida suprema ed emblema della dittatura teocratica, è stato eliminato.