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Un soffio di Milano, Giulia Lazzarini a teatro con Delio Tessa

Maurizio Crippa

Torna in scena quel legame tra i due fatto di atmosfere e di quei cenni d’intesa che possono nascere solo tra le parole e la voce che le fa vivere. Con un nuovo recital, in cui ancora di più sarà protagonista Milano e una certa idea della milanesità, il “diario di un poeta in prosa”

"Chi resta non può che ringraziare di aver vissuto esperienze e incontri, così vitali. Tenere viva le memoria, anche di quella Milano, del teatro, della sua lingua. E’ importante”. Giulia Lazzarini e Delio Tessa: è forse in questa considerazione così semplice, trasparente, il segreto di un legame che da tempo unisce la grande signora milanese del teatro italiano e lo schivo, tagliente, milanesissimo poeta, oggi giustamente considerato non più “dialettale”, ma uno dei massimi italiani del Novecento. Nel 2019, al Teatro LabArca, piccolo laboratorio nella vecchia Milano che scende verso Porta Genova, Giulia Lazzarini aveva portato in scena le poesie, la lingua e l’anima di Tessa, in un magnifico recital per voce sola e il piano di Enrico Intra. Ora torna a quel legame, fatto di atmosfere e di quei cenni d’intesa che possono nascere solo tra le parole e la voce che le fa vivere. Con un nuovo recital, in cui ancora di più sarà protagonista Milano e una certa idea della milanesità, il “diario di un poeta in prosa”.

   

Un faticoso mal di schiena le rende difficili le ultime prove, prima delle due serate, venerdì e domenica. Ma ha la grazia innata e affinata in una vita di palcoscenico per rendere quasi invisibile lo sforzo, mentre racconta un po’ di sé, del teatro, di Milano e di Tessa nella penombra antica della sua casa. Si eserciterà ancora un po’ lì, prima di portare la sua voce e la sua figura eterea nel piccolo scrigno del Teatro LabArca – quasi una casa, un luogo intimo dove la separazione del palco bisogna immaginarla e più che spettatori si diventa partecipi. Anna Bonel, che dirige e anima questo luogo, uno dei pochi “off-off” ad aver resistito alla grande  gelata del Covid, con Giulia Lazzarini ha un rapporto di anni e di progetti; è contenta che sia così, “un teatro con una proposta totalmente diversa da quella del grande circuito”. Anche la grande attrice lo sa, “oggi i quattro-cinque teatri maggiori si dividono anche il tipo di pubblico, chi va al Parenti e chi va al Piccolo”, dice. E ricorda: “La Milano in cui ho avuto la fortuna di iniziare, ero un po’ timida all’inizio, non era facile farsi scegliere da mostri sacri come Visconti, era la Milano delle compagne dei capocomici. Ebbi la fortuna di iniziare con la compagnia che lavorava al Teatro di via Manzoni, con Glauco Mauri, Isa Barzizza, Gianrico Tedeschi”. Poi l’esperienza degli sceneggiati televisivi, con Bolchi (Il mulino del Po, I miserabili): “Ci ritrovavo il teatro, molto più che non nel cinema”. Anche se aveva iniziato dal Centro sperimentale di Roma, “ma il cinema com’era fatto allora non mi piaceva, un po’ mi spaventava”. Così Milano, e ovviamente gli anni di Streheler – La tempesta, Il giardino dei ciliegi, certo. Una vita sulle scene “e qualche acciacco che non ci voleva proprio”, non è più il folletto Ariel che danzava appeso a un filo nel celeberrimo allestimento scespiriano; ma se possibile il tempo e la grazia conservata quasi come un miracolo hanno reso Giulia Lazzarini ancora più simile a quella leggerezza: una voce fatta quasi di soffi espressivi, di pause, mentre parla appoggiata a cuscini, di occhi che sorridono e porgono come battute anche le frasi più quotidiane.

 

 Ciò di cui racconta, e che un po’ ispira questo spettacolo, è la Milano che non c’è più, che voleva dire anche gran teatro, “e la voglia di andare a vedere i diversi cartelloni, come in una comunità di teatranti”.
 Ricorda quanta importanza abbia avuto la milanesità plasmata da Strehler. Con lui, 1961, aveva fatto L’egoista di Carlo Bertolazzi. E in El nost Milan? “Quello no, purtroppo non c’ero, ma è una cosa che è rimasta nella storia”. Milano, il teatro, la sua lingua. “C’era Piero Mazzarella, con lui il dialetto diventava pienezza, espressione”. Con lui nel 2008 ha realizzato una delle cose più significative in questo ambito, la Milano città dei dialetti, sempre al Piccolo. Stavolta con la drammaturgia di Egidio Bertazzoni il recital per voce sola, e l’accompagnamento discreto di un sax soprano, sarà una scelta delle prose, dei corsivi giornalistici scritti soprattutto per il Corriere del Ticino, ma “che hanno questa capacità di raccontare la Milano com’era, che non abbiamo mai conosciuto, e che oggi sembra persino impossibile pensare che sia esistita”. Un viaggio di nostalgie, “ma che sa parlare a tutti. Tessa che racconta delle sue vacanze familiari, delle gite al laghetto Malaspina: ricordi che tutte le famiglie hanno”. Un Tessa meno drammatico, più ironico di quello delle poesie. C’è un filo che li lega, ed è quella lingua così poetica anche in prosa, che vive in queste descrizioni di una Milano che cambiava. Morì ignorato “con vergogna”, scrisse Pier Vincenzo Mengaldo. perché era antifascista, un conservatore che negli anni Venti vedeva crescere una civiltà minacciosa e anonima, fatta di “case di cristallo” (“chissà che cosa direbbe adesso di questi grattacieli”, dice guardando fuori) una città industriale in cui presentiva un’essenza minacciosa, inumana. “Ma sarà il racconto lieve di un passato da non dimenticare”, sorride la grande attrice.

   

“Diario di un poeta in prosa - Delio Tessa”. Venerdì 18 e domenica 20, ore 19 Teatro LabArca, via Marco D’Oggiono 1.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"