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Un'altra autonomia è possibile (e un altro centrodestra). Parla Salini

Daniele Bonecchi

"Non si può essere una volta meridionalisti, l’altra a favore del nord. Un governo che non ha un’idea di paese è pericoloso anche se impara a dialogare con le regioni", ci dice il coordinatore lombardo di Forza Italia

Martedì sera la maionese è impazzita. Exit poll e sondaggi, tutta merce avariata. La sera del tutti “abbiamo vinto”. Al nord l’analisi del voto ha un sapore diverso. “Sicuramente il fatto positivo di questo voto è che gli italiani hanno premiato l’affidabilità dei candidati e hanno punito chi è abituato a lisciare il pelo agli elettori”, dice al Foglio Massimiliano Salini, eurodeputato e coordinatore lombardo di Forza Italia. “I cittadini, complice la drammaticità del momento, hanno chiesto serietà, votando il buon governo dei territori. Mi ha colpito nel referendum il No più impopolare della storia della Repubblica italiana, quello del taglio dei parlamentari, che supera il 30 per cento, mentre i leader politici più in vista non hanno preso posizione”.

 

Ma veniamo al voto amministrativo e ai suoi risvolti politici. I governatori, a partire da quelli del nord, sembrano volere avere voce in capitolo sul Recovery fund e i suoi 209 miliardi. “Il punto è quale idea di paese può consentire di spendere i soldi del Recovery fund in modo intelligente, perché o li spendi raccogliendo un’accozzaglia di progetti o tenti di realizzare un’idea precisa”, spiega il coordinatore di Forza Italia. “Il governo deve decidere a quale fonte abbeverarsi, per costruire questa idea di paese, avendo però dimostrato di non averne una. Oggi c’è un interlocutore rafforzato, che può essere considerato un soggetto importante per spendere bene i soldi che arrivano dall’Europa. E questo interlocutore sono i presidenti di regione. Ma i 209 miliardi vanno spesi per rendere l’Italia intera competitiva nei mercati globali. E allora è necessario finanziare le priorità regionali nella misura in cui concorrono a ricostruire il paese nel suo complesso. E’ questa la responsabilità che spetta a tutti. Il compito del governo è indicare il futuro dell’Italia, non assecondare il tifo di questa o quella regione. Non si può essere una volta meridionalisti, l’altra a favore del nord. Un governo che non ha un’idea di paese è pericoloso anche se impara a dialogare con le regioni. Il punto è che – a fronte di un rafforzamento delle regioni – il governo ci deve dire che cosa vuol fare sul tema dell’energia, delle infrastrutture, del Mediterraneo, della rete unica (è un monopolio o un’occasione per creare un rapporto costruttivo tra grandi e piccoli player?). Bisogno andare a fondo delle scelte. Come a destra non basta dire “prima gli italiani”.

 

Certo occorre evitare l’assalto alla diligenza, e per questo bisogna che il governo cali le sue carte. “Io non ho capito quale è la linea di Conte sulle scelte strategiche”, insiste Salini. E sul tavolo dovrebbe esserci un altro tema caro ai governatori del nord: l’autonomia. “E’ una priorità ma non nelle forme corrosive proposte dall’una e dall’altra parte. L’autonomia rimane un tema centrale nel dibattito politico italiano nella misura in cui è concepita come lo strumento dei buoni modelli (da contrapporre ai cattivi modelli) per tutto il paese. Se noi pensiamo all’autonomia come strumento per spaccare l’Italia non prevarrà mai, perché l’anelito unitario prevarrà sempre (per fortuna) ma se invece viene interpretato in termini moderni, un modo per far emergere le buone pratiche, utili per tutti, certo può riprendere la marcia. Perché i buoni modelli, che mettono in primo piano i servizi alla persona e quelli essenziali come casa, scuola, sanità, welfare, in cui pubblico e privato collaborano, ecco tutto questo produce soluzioni interessanti che solo attraverso il riconoscimento autentico dell’autonomia possono emergere e diventare – se c’è una politica responsabile – il benchmark su cui forgiare le politiche nazionali. Se l’autonomia è questo diventa un prodotto della modernità. Se invece è il vecchio strumento per contrapporre i secessionisti ai finti sostenitori del paese, proprio non mi interessa”. Lei Salini ha proposto una costituente dei moderati. Ma la frammentazione di quest’area non rema contro questo progetto? “C’è una frammentazione che non deve creare però illusioni ottiche, l’Italia è soprattutto quel corpo moderato che oggi fa fatica a riconoscersi nella proposta politica in campo. Una proposta in grado di rappresentare quel mondo è figlia di una lettura realistica di ciò che si muove nella società. Un partito come Forza Italia non può mostrarsi appagato dichiarandosi determinante per la vittoria del centrodestra. Una realtà come la nostra è determinante quando è trainante, non quando è trainata. Non posso sopportare che qualcuno dimentichi che il cuore di questo paese è la libertà d’impresa. Non c’è bisogno di fare 100 comizi, bisogna fare la cosa utile. Le alleanze si fanno, ma ci vuole chiarezza”. A proposito di chiarezza, il gruppo di Forza Italia al Pirellone sembra attraversato dalla tentazione di fare il salto del fossato, verso la Lega. “Parlo sistematicamente coi consiglieri regionali lombardi ma ho avuto la percezione di una preoccupazione legittima, sul futuro di questo partito e del centrodestra. Una preoccupazione costruttiva, niente di distruttivo. Ci sono alcuni dei nomi di consiglieri inseriti nel novero dei possibili fuggiaschi che hanno fatto campagna elettorale portando a casa risultati straordinari, in qualche caso superando la Lega. Vedo nella squadra di Forza Italia una discussione che voglio fare mia, utile per chi non si sente appagato di ciò che abbiamo ottenuto. Ma, come ho detto, il centrodestra ha bisogno che noi ci consideriamo trainanti e non trainati, siamo noi l’anima dello schieramento”, conclude Salini.

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