La piazza disegnata da Portoghesi

Il vuoto del Belice

Giuseppe Sabella
Una strada che non va in nessun posto, inghiottita dai vigneti. Un lucchetto che serra l'ingresso della vecchia Poggioreale. Piazze deserte, piscine senz’acqua, monumenti senza storia. Ecco i progetti e le opere (molte inutili) della ricostruzione. Che a 48 anni dal terremoto non è ancora finita.

C’è una strada che non va in nessun posto. Dopo una decina di chilometri e un paio di viadotti, è inghiottita dai vigneti. E te la immagini scorrere al di sotto di quella ampia distesa che è la Valle del Belice. Nel gennaio del 1968 un terremoto assai simile per potenza e profondità a quello che ha colpito il centro Italia il 24 agosto scorso, buttò giù una decina di paesi sparsi tra le province di Agrigento e Trapani.

 

Quarantotto anni dopo, tra gli uliveti e gli arbusti che guardano verso un mare non troppo lontano, la ricostruzione non è finita. E somiglia tanto a quell’opera, ideata per collegare all’autostrada i comuni colpiti dal sisma, ma mai portata a termine. L’“Asse del Belice”, questo il suo nome, oggi è deserto. Da qui non passa nessuno, o quasi. E del resto, non porta da nessuna parte. E’ questo solo uno degli investimenti fallimentari del post-terremoto.

 

All’Asse si accede dalla provinciale che dal comune di Partanna porta a Gibellina, ma dopo un po’ di asfalto che non ha ancora conosciuto l’usura, all’altezza di un incrocio dove persino i cartelli stradali si sono arresi e hanno deciso di sdraiarsi al suolo, l’arteria si interrompe bruscamente. Di fronte, la campagna. E non distante, una città morta.

 

C’è un lucchetto oggi a serrare l’ingresso della vecchia Poggioreale. Basta girare l’angolo, però, e ti ritrovi sul corso principale di quello che fu un paese vivo. I muri delle case sono crollati e qualche affresco si intravede ancora, tra gli squarci delle abitazioni sventrate dal sisma. Una associazione di volontari, da qualche anno, ha deciso di curare la manutenzione di quei resti che nel “paese nuovo” considerano poco più che fantasmi. Il ricordo allo stesso tempo vivo e morto di una tragedia. “E’ come se avessimo un cadavere in casa”, raccontano i cittadini a distanza di decenni.

 



Terremoto del Belice, sfollati. Gibellina gennaio 1968 (archivio storico LaPresse)
 

Il paese ha vissuto lo stesso destino di altri comuni colpiti da quel sisma: è stato rifondato interamente, infatti, a pochi chilometri dal centro terremotato. Ma dalla “nuova Poggioreale” si scorge ancora il profilo della città abbandonata, dove i genitori portano presto i propri figli: la prima cruda esperienza con la storia e con la morte. Nel frattempo, però, anche il comune ricostruito ha iniziato a franare. All’ingresso del paese, le transenne circondano già buche e falle. Un rischio che qualcuno aveva avvertito, negli anni della ricostruzione: il dipartimento di Urbanistica della facoltà di Architettura di Palermo aveva segnalato: “Non costruite lì”.

 

Intanto, anche tra le nuove case si fatica a incontrare qualcuno. In paese pochi anziani seduti al bar, e un centro di accoglienza per gli immigrati. La gente da qui va via. Gli abitanti adesso sono meno di mille e cinquecento. Ma se ti sposti verso il centro, dopo una sfilza di case popolari abbandonate o mai abitate, ti imbatti nel rosso pompeiano e nelle colonne a forma d’uomo che fanno da cornice a una piazza maestosa, vuota anch’essa. Fu l’idea dell’architetto Paolo Portoghesi, lo stesso che progettò per Poggioreale una piscina elegantissima. Almeno nelle intenzioni originarie. Perché quella vasca non è mai stata inaugurata, né, a dire il vero, ultimata. Mai riempita dall’acqua, insomma, oggi è coperta dagli escrementi dei merli e dei piccioni che la sorvegliano dall’alto e che accolgono il visitatore con un fragoroso e corale battito d’ali. Stanno lì, i pennuti padroni della piscina, su quello che resta del tetto di vetro crollato giù, in frantumi. Sulla parte alta della struttura incompiuta hanno persino attecchito i fichi d’india. La Sicilia si è ripreso ciò che era suo.

 

Peccato che anche quella piscina asciutta fosse stata costruita con i soldi della ricostruzione. “Circa 12 mila miliardi di lire in tutto”, racconta Nicola Catania, sindaco del comune di Partanna e coordinatore dei centri del Belice. “L’errore di fondo alla base della progettazione delle opere pubbliche – spiega – è stato quello di non calibrarle sulla base delle effettive esigenze dei cittadini. E così, mentre la ricostruzione delle case private è andata avanti con successo, ecco negli anni sorgere centri polifunzionali e teatri enormi oltre, appunto, a piscine come quella di Poggioreale. Ma intanto, sebbene incompiute, quelle opere faraoniche hanno assicurato negli anni parcelle a progettisti e tecnici”. E una struttura simile, il sindaco di Partanna se la trova in casa. “Ma è come se non esistesse”, ammette. Il “centro sociale” iniziato negli anni Ottanta è stato utilizzato solo in parte. “Per completarlo e trasformalo in alloggi popolari – racconta il sindaco – dovremmo aggiungere una somma che oggi non possediamo. Senza contare che la qualità dei materiali non ci è sembrata di primissima qualità. Ma soprattutto – rivela – quella struttura non è mai stata né collaudata, né accatastata. E’ come se parlassi di un edificio che non esiste”.

 

Errori su errori, quelli di una ricostruzione calata dall’alto: “Siamo già in contatto – insiste il sindaco Catania – con le amministrazioni dei comuni colpiti dal recente terremoto per metterli in guardia, affinché quegli sbagli non si ripetano anche lì: non può essere lo stato o un tecnico che non ha mai messo piede sul territorio colpito dal sisma, a decidere cosa serve davvero. Bisogna coinvolgere i comuni, i cittadini. Quando sono stati gli amministratori locali a decidere dove indirizzare i restanti fondi della ricostruzione, le città sono ripartite. Ce la stiamo facendo, insomma, nonostante lo stato. Basti pensare al comune di Menfi – aggiunge – che oggi può contare anche su una realtà economicamente vivace e fondata sulle aziende vitivinicole. Qui a Partanna, invece, con i primi fondi assegnati per il post-terremoto sono stati costruiti tre ponti che legano il vecchio al nuovo centro. E che non servono a nulla”.

 

E a nulla è servita, a pochi chilometri di distanza, la fantomatica “area industriale e artigianale” di Salaparuta. Eppure era tutto pronto: i primi lavori sono stati ultimati pochi anni fa, ma le erbacce già sovrastano i lampioni posti ordinatamente in fila a delimitare un viale mai costruito. Lì, infatti, zona impervia e quasi irraggiungibile, le aziende non sono mai arrivate. Nel frattempo, non c’è più traccia dell’impianto di illuminazione, mentre l’arco di cemento armato che doveva fungere da ingresso apre verso la campagna più selvaggia. Il progetto è stato curato da un professionista imparentato con un dirigente del comune. Costo dei lavori: 583 mila euro. Un rudere, tra la malerba di un paese diviso in due, sospeso tra il passato e il presente.
E’ questo il destino dei comuni ricostruiti fuori dal vecchio centro. Storie di scissioni necessarie ma crudeli, di allontanamenti drammatici. Subito dopo il sisma, ad esempio, gli abitanti di Gibellina dovettero vivere per una quindicina d’anni nella prima baraccopoli, costruita sui terreni che erano in parte anche di proprietà del commissario prefettizio del tempo. Lontani dalle vecchie case e dalle terre coltivate per anni, però, gli agricoltori insorsero: lasciarono quel villaggio di sfollati e ne formarono un altro, più vicino alla vecchia città. A San Rocco, patrono storico di Gibellina, si aggiunse allora la Madonna delle Grazie che dava il nome alla contrada dove i contadini crearono il loro nuovo embrione di paese.

 

La nuova Gibellina, anni dopo, sarebbe sorta quindi su un territorio straniero: appartenente ai comuni di Salemi e Santa Ninfa. Una diaspora che stravolse ogni cosa. Il terremoto del 1968, infatti, aveva sorpreso una cittadina innevata, sulla parte alta della vallata. La città venne ricostruita invece più vicina all’autostrada, ma a cento metri sul livello del mare. Il sisma aveva tolto ai gibellinesi persino il loro clima. Oltre alle case, ovviamente, crollate, su quella spianata nella quale gli anziani non vogliono più tornare se non per una visita ai loro defunti. Anche quelli separati dal terremoto: sono due i cimiteri del paese, tra i quali i gibellinesi fanno la spola ogni anno, i primi di novembre, a pochi passi da una città scomparsa.

 

Sulle abitazioni ridotte in macerie dal terremoto infatti oggi è stesa una colata di cemento: è il Cretto di Burri, l’opera dell’artista umbro oggi meta costante di visitatori. C’è sempre qualcuno, infatti, tra le viuzze divenute cunicoli all’interno dell’impressionante monumento all’oblio sorto negli anni Ottanta. Subito dopo il sisma, del resto, Gibellina, aveva già attratto intellettuali e artisti, anche grazie all’azione dell’allora senatore comunista Ludovico Corrao: due anni dopo il sisma giunsero Renato Guttuso (che dedicherà un quadro a quel terremoto, “La notte di Gibellina”), Leonardo Sciascia e tanti altri. Mentre scultori, architetti e pittori progettavano e donavano le proprie opere alla costruenda città.

 



Il Cretto di Burri (foto Giulio Nepi via Flickr)


 

Una di queste opere non è ancora terminata. E a guardare dal basso l’enorme centro polifunzionale ideato dall’architetto Pietro Consagra sembra di trovarsi di fronte a un immenso albero: le strisce di cemento, di un grigio che cambia intensità ogni tre, quattro metri, danno il senso del tempo, delle chiusure e delle riaperture di un cantiere avviato oltre trent’anni fa. Un po’ come i cerchi oltre le cortecce che svelano l’età degli alberi. I lavori intanto sono ripresi, qualche operaio fa capolino sui ponti issati davanti alla facciata. “Ma quell’opera difficilmente tornerà utile ai gibellinesi – racconta l’assessore comunale all’urbanistica Gioacchino De Simone – visto che il costo per la sola manutenzione sarebbe insostenibile”. Era un rischio già avvertito in quegli anni, tra gli altri, da Danilo Dolci: “La burocrazia uccide più del terremoto”, denunciava.

 

E la zona sulla quale sorge il centro di Consagra, nel centro della nuova Gibellina, è un vero e proprio museo di costose incompiute: sul terrapieno a pochi passi dalla struttura doveva sorgere un’area commerciale, fatta di piccole botteghe e negozi. Oggi è rimasta la terra brulla. Poco distante, di fronte al municipio, lo scheletro scolorito di quello che doveva diventare l’unico albergo di una cittadina che sperava di rinascere grazie al turismo. Mentre il “sistema” costituto da cinque piazze comunicanti fra di loro, progettato dagli architetti Franco Purini e Laura Thermes, è quasi sempre deserto. Anche perché i cittadini di Gibellina hanno ribaltato il progetto della nuova città: i garage delle case ricostruite, rivolti, secondo l’idea dei (ri)fondatori, verso il corso principale, sono stati trasformati in soggiorni e sale da pranzo, mentre le aree pedonali tra le abitazioni sono state riconvertite in parcheggi all’aperto. “Nella nuova struttura – spiega sempre l’assessore De Simone – i cittadini si sono sentiti spaesati. Nel vecchio centro le case erano adiacenti, vicine. La socialità era tutta tra un balcone e l’altro”. E così, il dopo-terremoto è anche una vera e propria prova di adattamento.

 

Un po’ diverse le vicende dei comuni che hanno costruito attorno al vecchio centro colpito dal sisma. E’ il caso di Partanna e Salemi, ad esempio. “In questi casi – denuncia il coordinatore dei sindaci belicini, Catania – andiamo incontro ad altri paradossi. Dopo il sisma, i cittadini potevano scegliere di ricostruire la casa colpita o ricevere i fondi e costruire in un’altra zona. Quasi tutti hanno optato per quest’ultima soluzione. Le vecchie case sono quindi passate al comune. Ma adesso sono tutte pericolanti, e così le amministrazioni oggi dovrebbero accollarsi anche le spese per le demolizioni”. Proprio da questa esigenza nacque l’idea di Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi tra il 2008 e il 2012, di vendere le case abbandonate dai salemitani al prezzo di un euro. Operazione che non ha cambiato il destino del centro storico, sempre più decadente e abbandonato. “Oggi per chiudere la partita del Belice – dice Catania – mancano circa 180 milioni per l’edilizia privata e 200 milioni per le opere pubbliche”. La ricostruzione, insomma, non è ancora terminata. Dopo quasi mezzo secolo.

 

E dove non riuscì il terremoto, intervenne l’uomo. E’ la controversa storia della Matrice di Salemi, chiesa buttata giù non dal sisma, ma dall’amministrazione del tempo, col “nulla osta” della Curia. Lo denuncia oggi un giovane parroco salemitano, don Alessandro Palermo. “Il terremoto – spiega – danneggiò solo i contrafforti della Matrice e creò un piccolo squarcio laterale. Ma la chiesa poteva essere sistemata e recuperata”. E invece, verrà buttata giù e trasformata in una chiesa all’aperto. “Il motivo alla base di quella decisione – insiste don Palermo – non poteva che essere uno: far rientrare Salemi, che non aveva subito danni ingenti, tra le città ’vittime’ del terremoto, consentendo così di accedere ai fondi della ricostruzione. Si tratta di un ’peccato sociale’, alimentato da furberie e corruzione”. Per anni, racconta il parroco, la Matrice fu lasciata quasi incustodita. “Lo splendido coro ligneo – aggiunge – è stato smontato pezzo dopo pezzo e trafugato. Oggi ne rimane una piccola porzione. Mentre gli escrementi e le bottiglie vuote spesso tappezzano il pavimento”. C’è anche questo, nella storia infinita della ricostruzione del Belice. Una storia fatta di città senza una memoria, di piscine asciutte e di strade che non vanno in nessun posto.

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