dal 93 a oggi
Così la vittoria del No apre le porte al governo delle toghe
Il risultato della consultazione segna l’involuzione definitiva della nostra repubblica giudiziaria. Dal decreto Conso del 1993 al fallimento delle riforme: così la magistratura ha rafforzato il suo peso politico. E ora il riequilibrio tra poteri appare sempre più lontano
Con la vittoria del No al referendum, la repubblica giudiziaria italiana è pronta alla sua definitiva involuzione: il governo delle toghe. La consegna “chiavi in mano” del potere di governo ai magistrati. E’ l’ultimo step di un processo iniziato da lontano.
Sul piano simbolico, il momento di rottura definitiva dell’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario ha una data precisa: 7 marzo 1993. Siamo in piena Tangentopoli, il Consiglio dei ministri approva il “decreto Conso”, dal nome dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso. Il provvedimento mira a trovare una soluzione a un problema segnalato dagli stessi pm in prima fila nell’inchiesta Mani pulite (come Gherardo Colombo e Francesco Saverio Borrelli), ormai deflagrata dopo i primi arresti, avvenuti un anno prima: consentire al sistema giudiziario di continuare le indagini, soprattutto per i reati più gravi come la corruzione, senza essere ingolfato da decine di migliaia di procedimenti penali incentrati sul reato di finanziamento illecito ai partiti. Questo reato, ormai era diventato chiaro a tutti, rappresentava un fenomeno strutturale del sistema politico italiano, legato all’esistenza di una democrazia bloccata e senza alternanza.
Il 5 marzo 1993 il governo approva il decreto Conso, che depenalizza il reato di finanziamento illecito ai partiti, trasformandolo in illecito amministrativo, prevedendo il pagamento di una somma pari al triplo di quanto illecitamente percepito e l’interdizione dai pubblici uffici da tre a cinque anni. Insomma, anziché avviare processi infiniti incentrati sul finanziamento illecito ai partiti, che avrebbero rischiato di finire con la prescrizione e quindi nel nulla, si sceglie di sanzionare i colpevoli con multe pari al triplo delle somme illecitamente percepite e la loro esclusione dagli incarichi pubblici. Contro il provvedimento, però, si scatenano subito le pesanti critiche degli organi di informazione, dei partiti di opposizione e dell’Anm, che gridano al “colpo di spugna”. Due giorni dopo, il 7 marzo appunto, avviene l’impensabile: il pool di Milano prende posizione.
Il procuratore Borrelli legge davanti a telecamere e giornalisti un comunicato in cui si afferma che il provvedimento avrebbe finito per vanificare tutto il lavoro dei magistrati. Per la prima volta nella storia, i magistrati di una procura si oppongono pubblicamente a un decreto emanato dal governo, chiedendo in sostanza che venga ritirato. Così avviene: poche ore dopo il presidente della Repubblica Scalfaro decide di non firmare il decreto. Nel 2002 Borrelli ammetterà che la presa di posizione sul decreto Conso “era stata – inutile negarlo – una forma di pressione sul Parlamento”. Da quel momento in poi cambiano le modalità di intervento della magistratura sul piano politico: se nei decenni precedenti le toghe, tramite l’Anm, avevano svolto un’intensa attività di pressione sul Parlamento per tutelare gli interessi della propria categoria, a partire dal 7 marzo 1993 la magistratura comincia a svolgere una funzione di rappresentanza politica delle domande di giustizia e di moralizzazione dei cittadini.
Dal 1993 ogni tentativo di riformare la giustizia è fallito per l’opposizione politica esercitata dalla magistratura associata. Prima durante il primo governo Berlusconi (con la bocciatura del civilissimo decreto Biondi, che mirava a limitare l’eccessivo uso della carcerazione preventiva), poi con il fallimento della Bicamerale D’Alema (in cui si era ipotizzata la separazione delle carriere), poi negli anni Duemila nell’èra del berlusconismo (la magistratura arrivò a scioperare addirittura quattro volte durante l’iter di approvazione della riforma dell’ordinamento giudiziario del 2005, approvata e poi annacquata immediatamente dal successivo governo Prodi, ancor prima che entrasse in vigore). Una lunga serie di tentativi, falliti, di ripristinare – almeno in parte – l’equilibrio perduto.
Poi il grande vuoto. Nessun governo ha più avuto il coraggio di affrontare la questione giustizia sul piano strutturale. Fino al tentativo di Nordio, consentito dalla caduta di credibilità della magistratura causata dallo scandalo Palamara del 2019. Lo scandalo non è bastato, la “finestra di opportunità”, come la chiamano i politologi, si è chiusa prima del previsto. Il trionfo del No lo conferma.
Ogni ipotesi di riformare la magistratura, con un’Anm ancora più rafforzata nel suo protagonismo politico, è destinata a rimanere nel cassetto per decenni. Si spera non per sempre, per il bene della democrazia italiana.