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l'editoriale del direttore

Un bel Sì contro la gogna

Claudio Cerasa

La riforma della giustizia può aiutare a raddrizzare gli ingranaggi di un sistema giudiziario impazzito che alimenta il processo mediatico e la cultura dello scalpo. Esperimento utile per convincere gli indecisi. Buon voto a tutti

Oltre i numeri, c’è la ciccia. Oltre la riforma, c’è una direzione. Oltre la contrapposizione tra destra e sinistra, c’è un tema cruciale, decisivo, intorno al quale si decide non il futuro di una riforma ma, senza retorica, un pezzo del futuro dell’Italia. Non si può capire la ragione più profonda per cui è necessario votare con convinzione Sì al referendum costituzionale senza provare a concentrarsi per un istante su una parola importante, comparsa poco in queste settimane nel dibattito della campagna referendaria. La parola in questione sembra scollegata dagli ingranaggi del Csm, dalla separazione delle carriere, dall’Alta corte disciplinare. Ma una volta messa a fuoco sarà più semplice capire cosa c’è davvero in ballo con il voto sulla riforma della giustizia. Una parola, cinque lettere, un mostro: gogna. Si vota sul futuro del Csm, al referendum costituzionale. Si vota sulla terzietà del giudice. Si vota sulla limitazione del potere delle correnti della magistratura. Si vota sulla fine dell’equivoco storico per cui la magistratura, per essere indipendente, deve essere irresponsabile. Ma se si presta un minimo di attenzione a quella che è la vera sfida in ballo con il voto sul referendum, si capirà facilmente che il vero voto, il 22 e il 23 marzo, è prima di tutto attorno a questo tema: vuoi provare o no ad avere un paese migliore, in cui gli ingranaggi della gogna vengono limitati con un argine, o vuoi continuare a vivere in un paese in cui i pubblici ministeri possono usufruire di un’immunità pressoché assoluta che consente loro di alimentare il processo mediatico, trasformando ogni cittadino in un furfante fino a prova contraria, ogni imprenditore in un criminale fino a prova contraria e ogni teorema, ogni sospetto, in una prova di colpevolezza? Si vota Sì al referendum costituzionale per molte ragioni. Ma la ragione principale per cui votare Sì probabilmente è questa: cercare di raddrizzare la rotta impazzita della giustizia italiana, allontanandola il più possibile dal giustizialismo, dando nuova credibilità alla magistratura, dando la possibilità al giudice di essere più forte, dando la possibilità a ogni cittadino di avere più speranze di essere considerato innocente fino a prova contraria, ponendo degli argini alle esondazioni incontrollate delle procure e intervenendo sui meccanismi di un sistema che ha trasformato l’Italia in una Repubblica fondata sulla gogna. Pochi numeri possono aiutare a capire la dimensione del problema. Il 78 per cento dei magistrati sottoposti ad azione disciplinare viene assolto o riceve un non luogo a procedere. Su 6.485 errori giudiziari tra il 2018 e il 2024 sono stati processati in tutto dodici magistrati: di questi dodici, uno è stato condannato al trasferimento, nove hanno ricevuto la censura. Tra il 2021 e il 2025, il 99,2 per cento dei magistrati ha ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio superiore della magistratura, cioè è stato promosso a livelli superiori di carriera e di retribuzione. 

 

Nel 2024, le percentuali di accoglimento delle richieste dei pubblici ministeri da parte dei giudici per le indagini preliminari hanno registrato valori bulgari: 94 per cento di sì per le richieste di autorizzazione a disporre intercettazioni, 95 per cento di sì per le convalide dei decreti di urgenza, 99 per cento di sì per le richieste di proroga delle intercettazioni, 100 per cento di sì per i decreti di proroga urgente, 85 per cento di sì per la richiesta di proroga dei termini delle indagini preliminari. Negli ultimi due anni 226.000 persone sono state assolte in primo grado, benché la legge stabilisca che si possa mandare a giudizio solo se c’è una “ragionevole previsione di condanna”. Non ci vuole molto a capire, dunque, che un pubblico ministero più responsabilizzato sarà spinto più di oggi a cercare di costruire indagini basate più sui fatti che sui sospetti. Non ci vuole molto a capire che un giudice più terzo, consapevole che il suo futuro non dipenderà dal voto in Csm della corrente del pubblico ministero che ha di fronte in aula, avrà più margini d’azione per evitare che possano prendere forma indagini basate sul nulla. Non ci vuole molto a capire che un’Alta corte disciplinare avrà più margine d’azione rispetto a oggi per evitare che vi siano pubblici ministeri desiderosi di costruire indagini orientate più a regalare titoli ai giornali che a portare prove in tribunale. Non ci vuole molto a capire che un Consiglio superiore della magistratura in grado di diluire il peso delle correnti potrà aiutare a promuovere nelle procure magistrati che si sono fatti notare più per ciò che hanno fatto sul campo che per ciò che hanno fatto nei talk-show (d’altronde, a proposito di sorteggio, accettiamo che ci siano sei giudici popolari estratti a sorte nelle corti d’assise, sedici giudici estratti a sorte per giudicare il presidente della Repubblica, che magistrati vengano estratti a sorte per giudicare i ministri, ma non accettiamo che tra 7.000 magistrati che hanno superato il concorso, che possono decidere della vita delle persone e della loro libertà, non possano giudicare le carriere dei magistrati?).

 

Una magistratura in grado di ribellarsi alla politicizzazione imposta dalle correnti avrà qualche incentivo in più di oggi per occuparsi meno di processo mediatico e più di giusto processo. E un pubblico ministero responsabilizzato, che si ritrova di fronte a un giudice terzo e a un’Alta corte disciplinare in grado di sanzionare eventuali errori, avrà qualche motivo in più per ricordarsi cosa prevede l’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone al pubblico ministero di svolgere indagini non solo a carico, ma anche a favore dell’indagato (la figura del pm come super poliziotto, spauracchio evocato in campagna elettorale dal fronte del No, continuerebbe a esistere se non si cambia, non se si pongono degli argini). Votare Sì al referendum non aiuterà a sconfiggere del tutto la gogna, questo è evidente, perché la separazione delle carriere più importante, per lo stato di diritto, resta quella tra pubblico ministero e giornalisti. Ma un punto appare evidente: aiuterà a limitarla. Se non ci credete fate un esperimento. Non tutti coloro che voteranno No al referendum sono sostenitori della gogna. Ma tutti i sostenitori della gogna sono a favore del No. E si capisce anche il perché: indebolire gli ingranaggi del processo mediatico permette di offrire più garanzie ai cittadini, permette di creare limiti ai magistrati politicizzati, rende la vita meno semplice alle procure che esondano, costringe i magistrati a doversi occupare più di prove che di teoremi, e si capisce che per gli organi di stampa che hanno fondato la propria fortuna sull’uso della gogna e sui partiti politici che hanno utilizzato la magistratura come un surrogato della propria attività politica immaginare di avere un sistema giudiziario che cambia rotta, che tutela i magistrati per ciò che fanno e non per ciò che dicono, può essere considerato come un incubo, come un primo colpo all’allegra e spensierata stagione della caccia alle streghe. La battaglia contro la gogna, ovviamente, non finirà con questo referendum. Ma chi vota No non può non ricordare che la riforma della giustizia può aiutare a riparare gli ingranaggi di un sistema giudiziario in cui il culto della gogna e la cultura dello scalpo hanno creato una ferita profonda allo stato di diritto, al giusto processo e alla difesa delle nostre libertà. La scelta, in fondo, è tutta qui: combattere la gogna o assecondarla? Chi vuole combattere la gogna non può che fare una scelta: votare Sì. Buon referendum a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.