Foto ANSA
l'orrore giudiziario
Quando Gianni il bello se la prese con il garantista Vassalli
Il mondo rovesciato del caso Tortora. Una lettera di 40 anni fa con le bugie del “pentito” Melluso e la sua ira verso il senatore
Non fu mai pubblicata sul giornale, ma nemmeno ebbi il coraggio di strapparla. Per più di quarant’anni l’ho tenuta in un cassetto e adesso eccola qua, la lettera – due cartelle fittissime battute a macchina – con cui un finto “pentito”, tra i celeberrimi dell’epoca, sversava le sue accuse su Enzo Tortora e lanciava un messaggio ai magistrati che avevano voluto credergli. La serie televisiva “Portobello” e le polemiche sul referendum mi hanno spinto a ripercorrere un orrore giudiziario e a ritrovare quell’Espresso datato 23 luglio 1985. Era l’epoca, per citare Dickens, della fede e dell’incredulità; il periodo della luce e il periodo delle tenebre: quando la dichiarazione di un criminale poteva innescare un processo e stritolare la vita di un innocente con accuse fasulle di cui pm e giudici istruttori diventavano essi stessi ostaggi. E con l’intento d’illuminare spandevano il buio.
Gianni Melluso alias Gianni il bello fu tra i principali accusatori di Tortora: affermava di avergli consegnato a più riprese ingenti partite di cocaina. Lo raccontava nei dettagli. Tutta infame invenzione. Ma allora, in quell’estate dell’85, mentre si dibatteva il processo di primo grado a Napoli, Melluso dal carcere di Campobasso si allarmò perché i radicali e il senatore Giuliano Vassalli, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, avevano tenuto una conferenza stampa sul caso Tortora. “Vassalli pubblicamente ha dichiarato: se anche Tortora fosse colpevole, il tribunale di Napoli lo dovrà assolvere perché non ci sono prove a suo carico”. Melluso se ne lamentava: “Io mi rammarico di questa presa di posizione del senatore Vassalli; finché lo diceva Pannella o altri, non aveva nessuna importanza, ma quando una personalità così importante dice queste cose in pubblico, vuol dire che potrà plagiare o condizionare chi esercita un mestiere di giudice, non vi sembra giusto?”
La minaccia nemmeno è troppo implicita: “Io vi dico solo, che maledetto il giorno che mi sono pentito, purtroppo in Italia quando si vuole fare il pentito, bisogna accusare tutti tranne uomini politici e uomini che hanno conoscenze ad alto livello. Per mia sfortuna, facendo il pentito, ho detto tutta la verità, chi fosse realmente il signor Tortora, e questo non è piaciuto a qualche uomo di governo”. L’intervento di Vassalli irrita lui, ma non solo: se “san Melluso” (come lo avrebbe definito ironicamente Tortora) ritratta, mancando riscontri oggettivi mette in crisi anche chi ha fatto conto delle sue dichiarazioni. Gianni il bello lo sa e vuol lanciare un avvertimento dai giornali: “Bene, se un domani dovrei fare (sic) ancora il pentito, state certi che Gianni Melluso non accuserà mai più gente cosi importante, ma bensì, chi ha commesso il furto con me, o chi ha fatto la rapina col sottoscritto”.
L’uomo che anni dopo ammetterà di aver raccontato bugie, e avrà il coraggio di chiedere perdono alla famiglia Tortora, rincara la dose: “I radicali non fanno altro che accusare Gianni Melluso di non aver dato prove sufficienti per incastrare Tortora, ma porca miseria, ma che mi dovevo fare rilasciare un buono per le consegne di cocaina? Oppure, ogni volta che incontravo il Tortora, mi dovevo fare rilasciare una carta scritta dichiarandomi che il giorno tal dei tali, il Gianni il bello gli consegnò un quantitativo di droga per l’ammontare di tale somma, questo dovevo fare? Comunque, sapranno i giudici cosa fare, l’importante che io ho detto tutta la verità, ora spetta ai magistrati sentenziare. Vi dico solo, che se al posto di Tortora ci fosse stato qualche povero disgraziato, state tranquilli, che né i radicali né il senatore Vassalli si occupavano di lui”.
Quella lettera sprizzante indignazione era la rappresentazione del mondo rovesciato cui credettero i magistrati e molti giornalisti: (san) Melluso era la vittima, che si scrivesse. Ribadiva pure, in modo sconcertante, la superficialità degli inquirenti: “Dicono anche che io non ho saputo spiegare bene dove fossero state consegnate queste quattro consegne che feci al Tortora, no signori, io ho detto sempre che sono disposto ad andare personalmente dove ho consegnato la merce al Tortora, sono stati i giudici a non volermi portarci, dato che con le indagini che hanno fatto, hanno stabilito che quello che Gianni il bello diceva era tutta la verità che in questo mondo uno può dire”. Bastava la parola. E poi, il ribaltamento dei ruoli: “Avete visto voi stessi, che quando abbiamo fatto il confronto, il Tortora non faceva altro che dirmi di che colore aveva le scarpe, e che colore aveva il suo vestito quando gli consegnai la merce; ma insomma, si possono domandare queste cose? Io vi dico solo, se io ero al posto di Tortora, e il mio cuore era pulito, state certi che il mio avversario me lo mangiavo con l’innocenza che portavo dentro, invece lui, capendo che poteva fare qualche mala figura, ha preferito non tirare la corda troppo, ma alla fine si è visto spacciato pure lui”.
E’ ripugnante riportare questa lucida contraffazione, ma sarebbe peggio dimenticare le conferenze stampa improvvisate dai “pentiti” in aula liberamente avvicinati dai giornalisti, e il credito che riscuotevano: “In quel confronto (con Tortora; ndr) vi era un grande giornalista, e non appena avevo finito di fare il confronto, si è avvicinato alla mia gabbia, e mi ha detto queste parole: senti Gianni il bello, io ero uno che sostenevo l’innocenza di Tortora, ma ora ho capito e visto che lui c’entra fino al collo della droga. Mi ha chiesto scusa per tutti gli articoli che faceva contro di me, lui era convinto che questa faccia pulita di Tortora, non potesse mai smerciare tanta cocaina”.
Chissà con quanti “grandi giornalisti” corrispondeva Gianni il bello disponendo di macchina da scrivere e altri benefit derivati dalla condizione di “pentito”, ma adesso temeva – e doveva temerne anche l’accusa – che un Vassalli potesse “condizionare” il giudizio della corte. Aveva torto: meno di due mesi dopo, il 17 settembre 1985, il tribunale di Napoli condannava Tortora a dieci anni. Sei giorni dopo la sentenza, la sera del 23, il cronista ventiseienne Giancarlo Siani veniva ucciso sotto casa: so che non c’entra, ma rende il clima di quegli anni dickensiani in cui avevamo tutto dinanzi a noi e non avevamo nulla dinanzi a noi.
Ci si può vantare, lo si capisce con gli anni, oltre che dei pezzi pubblicati anche di alcuni mai usciti. Di quel Melluso nel cassetto. Alla fine si raccomandava: “Se ho fatto errori li corregga”. Ho aggiunto l’acca ai verbi avere ma recapito la lettera con un certo ritardo. Ai lettori di un altro giornale.
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