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l'impunito
“Faremo i conti”. Le parole che Gratteri ora nega di avere detto
Ora il procuratore sostiene di non aver detto “faremo i conti col Foglio”. Ascoltate l’audio. Un procuratore che non risponde di nulla, nemmeno di ciò che dice
Esistono uomini cui la realtà non basta, e non perché siano visionari, ma perché hanno esercitato per così lungo tempo il potere di stabilire cosa è vero che hanno finito per convincersi di averlo anche fuori dall’Aula. Nicola Gratteri è uno di questi uomini. Ieri, sul Corriere della Sera, il procuratore della Repubblica di Napoli ha negato di aver detto a una nostra giornalista che dopo il referendum avrebbe “fatto i conti” con il Foglio stendendo “una rete”. La giornalista si chiama Ginevra Leganza. Aveva registrato. L’audio adesso è sul nostro sito, e chiunque può ascoltarlo. Lo avevamo tenuto nel cassetto perché non si pubblica tutto ciò che si ha, e questa è una delle differenze tra il giornalismo e certa magistratura. Ma lo pubblichiamo ora perché il procuratore ha scelto la strada della negazione che, quando esiste una registrazione, è una strada senza sbocco se si accusa di falso una giornalista che ha riportato fedelmente le sue parole. Ma c’è dell’altro. Ciò che rende questa vicenda qualcosa di più di un episodio spiacevole è il profilo antropologico che rivela. Quello di un magistrato convinto di poter riscrivere la realtà a proprio uso, quello di un procuratore che nega l’innegabile con la serenità di chi non ha mai dovuto rispondere di nulla.
La telefonata del Foglio a Gratteri era nata per chiedergli conto dell’ennesima fantasia, dell’ennesimo prodotto creativo della sua campagna referendaria per il No dopo l’invenzione di una intervista a Giovanni Falcone che non è mai esistita. Stavolta Gratteri aveva attribuito al vincitore di Sanremo, Sal Da Vinci, un voto per il No che il cantante non aveva mai promesso. Lui aveva risposto che scherzava. Poi, come chi si ricorda all’ultimo di dover ristabilire le gerarchie, aveva aggiunto che dopo il referendum il Foglio avrebbe fatto i conti con lui. “Tireremo una rete”, aveva precisato, con la soddisfazione di chi ritiene l’allusione perspicua. Ginevra Leganza aveva registrato tutto. Noi non avevamo detto nulla. Adesso Gratteri ha scelto di negare, di insinuare che la nostra giornalista ha detto il falso, e allora noi abbiamo scelto di rispondergli pubblicando la sua stessa voce che troverete riprodotta anche qui inquadrando col vostro telefonino il Qr code.
Il punto più serio, però, è che una minaccia si archivia, mentre quello che non si archivia è il carattere che rivela, il profilo che ne emerge. Un magistrato convinto di poter usare la toga per regolare conti personali. E non solo. Gratteri non si è mai scusato per nulla di ciò che ha detto. Al contrario, incalzato dalle polemiche, ha annunciato querele contro il Foglio e contro quei giornali che a suo dire lo diffamano. Niente scuse, dunque, ma un’ulteriore ritorsione, non più quella di usare la “rete”, bensì, più innocentemente, di intraprendere azioni legali. Qui sta il punto, e vale la pena fissarlo con precisione. Cicerone, nel De Officiis, distingue due tipi di ingiustizia, quella di chi commette il male e quella di chi, potendo impedirlo, non lo fa.
Ma c’è un terzo tipo che Cicerone non aveva previsto, forse perché nella Roma repubblicana era impensabile, quello di chi commette il male, lo nega, e minaccia di querelare chi lo descrive. E’ una figura che richiede una certa statura, non morale, si capisce, ma psicologica. Richiede di essersi convinti, nel profondo, di essere al di sopra della realtà comune. Gratteri ha costruito trent’anni di carriera nell’idea, mai smentita da chi avrebbe dovuto smentirla, di essere intoccabile. Non intoccabile nel senso volgare del termine, non è questo che si vuol dire. Intoccabile nel senso più sottile e più pericoloso, cioè convinto che la realtà, per lui, sia negoziabile. Che le parole esistano solo finché lui non decide il contrario: un magistrato che inventa le interviste di Falcone e nega le proprie, un procuratore che lascia intendere di poter utilizzare la sua alta funzione giudiziaria per regolare “conti”. Questa non è arroganza nel senso corrente della parola. E’ qualcosa di più inquietante, è la tranquillità di chi non ha mai dovuto rispondere di nulla. In un privato cittadino sarebbe un problema suo. Nel capo della procura di Napoli, che ogni giorno valuta prove e chiede condanne, è un problema di tutti.
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