La procura di Trani. Foto: Ansa.

Giustizia paramafiosa

La procura di Trani arresta ingiustamente un altro sindaco: il caso Minervini

Luciano Capone

Accusato di corruzione senza aver preso un euro, la Cassazione annulla tutto senza rinvio. È la seconda volta che la procura pugliese abbatte un sindaco per il porto di Molfetta: la prima inchiesta si chiuse con 28 assoluzioni su 28

La procura di Trani colpisce ancora. Tommaso Minervini, (ex) sindaco di Molfetta, non doveva essere arrestato: le accuse sono sbagliate e le prove carenti. La Cassazione ha accolto integralmente il ricorso del suo avvocato, Mario Malcangi, ma nel frattempo la sua reputazione – come quella degli altri indagati – è stata disintegrata e l’amministrazione comunale si è disciolta. Mentre il procuratore di Trani, Renato Nitti, è incessantemente impegnato nella campagna per il No al referendum sulla magistratura, paventando ipotetici pericoli enormi per i cittadini, i cittadini verificano i concreti danni civili e democratici causati dal lavoro della procura che lui guida.

Minervini è accusato di una lunga sfilza di reati, 18 capi d’imputazione – dalla corruzione al depistaggio, passando per il falso ideologico e la turbativa d’asta – nell’ambito di un’inchiesta per la realizzazione del porto di Molfetta. 

Nella descrizione della procura di Trani, confermata dal gip, Minervini, che era uno stimato professionista al secondo mandato in una giunta civica di centrosinistra, si rivelava essere un criminale incallito. “Le connotazioni oggettive dei reati commessi denotano una significativa propensione al crimine”, tale da ritenere che “lungi dall’essere un episodio isolato sia piuttosto indice di una inclinazione a delinquere”. Il sindaco, insomma, era un pericolo sociale. E pertanto l’anno scorso è stato arrestato: lui, che per decenni ha fatto l’educatore in carcere, non è finito dietro le sbarre ma ai domiciliari solo per i limiti di età. Eppure, questo presunto criminale, a capo di un sistema di corruzione, non aveva preso un euro. Secondo l’accusa, Minervini si era asservito agli imprenditori non in cambio di denaro ma di “gloria e onori personali, per aver realizzato opere pubbliche rilevanti per la città”. Insomma, faceva semplicemente il sindaco. L’inchiesta ebbe un clamore nazionale, incluso un servizio tv delle “Iene”, che incalzarono il sindaco e una dipendente comunale sul presunto “depistaggio” ipotizzato dalla procura: era stata trovata una cimice in ufficio e il comune aveva fatto fare una bonifica, fingendo di ipotizzare l’intrusione di malintenzionati, per eliminare le microspie messe dai pm.

Tutte queste accuse si sono sciolte come neve al sole. Prima il Riesame ha fatto cadere i gravi indizi per la corruzione e, ora, la Cassazione tutto il resto. La sentenza della Cassazione è un caso abbastanza singolare. L’avvocato di Minervini, infatti, ha chiesto di annullare l’ordinanza del gip, anche dopo che le misure cautelari erano state tolte dalla procura, per poter chiedere il risarcimento per ingiusta detenzione. E la Cassazione ha accolto integralmente il ricorso. Sembra di sentire, per ogni capo d’imputazione, il rumore degli schiaffi rifilati ai magistrati tranesi. Ogni capo d’imputazione un ceffone. Il falso ideologico non è falso, mancano sia l’elemento oggettivo sia quello soggettivo. Il peculato non è tale, perché nel far fare la bonifica degli uffici – che non era un depistaggio – non si perseguiva un interesse personale. I rapporti con l’imprenditore per i lavori al porto non erano una manipolazione della gara, ma una normale e legittima – probabilmente doverosa per un sindaco – interlocuzione nell’ambito di un’opera da realizzare con il project financing, una forma di partenariato pubblico-privato. E così via. Poi, dopo tanti schiaffi, anche la tirata d’orecchie. La Cassazione accoglie tutti i motivi di ricorso e annulla l’ordinanza di Trani senza rinvio, “non essendo prospettabile un diverso epilogo in un eventuale giudizio di rinvio”. Non c’è margine che una altro giudice possa decidere diversamente. Una bocciatura senza appello di un’inchiesta fatta con i piedi dai pm e validata, sempre con i piedi, dal gip.

Ma questa vicenda si inserisce in una storia molto più lunga. Una sorta di accanimento della procura di Trani nei confronti della città di Molfetta, in particolare del suo porto “maledetto”. Questa storia inizia quasi 20 anni fa, quando l’allora sindaco di Molfetta Antonio Azzollini, che era anche l’importante presidente della commissione Bilancio del Senato, riuscì a ottenere un maxi finanziamento per costruire il porto commerciale che avrebbe dovuto rilanciare la città. Nel 2013 la procura di Trani avviò un’inchiesta colossale, con un forte impatto mediatico: due arresti, circa 60 indagati, nella rete dei pm finì non a caso anche il pesce grosso, Antonio Azzollini. Inoltre la procura ottenne il sequestro del porto e di circa 30 milioni di finanziamenti non ancora erogati. I pm di Trani erano convinti di aver scoperto una mega truffa da 150 milioni di euro: Azzollini, in accordo con funzionari pubblici e imprese, aveva fatto lievitare i costi del nuovo porto con il pretesto della bonifica dei fondali da migliaia di ordigni bellici inesplosi. Le accuse erano: associazione a delinquere, falso, abuso d’ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture, rifiuto di atti d’ufficio, violazioni ambientali e paesaggistiche, minaccia a pubblico ufficiale, concussione per induzione e via di seguito: 16 capi di imputazione.

Per farla breve, dei 60 indagati iniziali solo 28 finirono a processo: tutti assolti nel 2019 perché il fatto non sussiste. Nessuno escluso. Persino un morto, accusato di otto reati contabili, a cui i giudici hanno reso giustizia nonostante il decesso. Tutte le assoluzioni sono poi state confermate in appello nel 2024. Nel frattempo, però, il porto non è mai stato concluso e la città di Molfetta ha pagato un enorme tributo economico in mancato sviluppo. Così quando il nuovo sindaco Minervini, che è un avversario benché non un nemico di Azzollini, ha provato a far ripartire le opere del porto è finito anche lui nella rete della procura di Trani: arrestato, sputtanato, decaduto. Non doveva succedere, dice la Cassazione. Ma è successo di nuovo.

Questo svarione giudiziario presenta un altro déjà vu. Il caso vuole che l’avvocato di Minervini sia stato anche il difensore dell’ex sindaco di Trani, Luigi Riserbato, a sua volta accusato dalla procura di Trani di essere il capo di un’associazione a delinquere che prendeva tangenti in cambio di appalti. Riserbato venne arrestato a Natale del 2014, sputtanato a livello nazionale e completamente assolto da ogni accusa otto anni dopo, senza neppure il ricorso in appello della procura. Nel frattempo è ovviamente caduta la sua giunta e il pm che aveva condotto l’inchiesta, Michele Ruggiero (lo stesso dell’indagine su Azzollini per il porto di Molfetta), è stato condannato in via definitiva per aver minacciato dei testimoni per costringerli ad accusare gli indagati. Tra un mese farà il giudice a Torino.

Per molto tempo, come dimostrano processi e sentenze, la procura di Trani – tra violenze dei magistrati, falsificazione dei verbali, pressioni, compravendita di atti giudiziari e inchieste allucinanti – è stata un’istituzione criminogena. Ha rovinato la vita di tante famiglie, bloccato lo sviluppo economico (si pensi al porto di Molfetta), devastato la vita politica rovesciando sindaci eletti. Per decenni la procura di Trani ha arrestato tutto: le persone, l’economia e la democrazia.

Il procuratore Nitti, più che paventare ipotetiche minacce alla democrazia causate dalla riforma costituzionale, dovrebbe chiedere scusa alla città di Trani, alla città di Molfetta e a tutto il distretto per i danni irreparabili prodotti dall’istituzione che rappresenta. Poi, ma solo dopo, può fare propaganda per il No con un minimo di credibilità.

 

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali