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L'analisi

L'intervista falsa a Falcone e quella vera a Vassalli

Luciano Capone

La propaganda del No in due interviste. Come spacciare goffamente il falso per vero e l’autentico per inesistente

Questa, più delle altre, è stata una campagna elettorale fatta di propaganda, falsità e manipolazioni. E’ stato anche il referendum delle “interviste fantasma”, in cui sono stati rivendicati interventi di morti illustri per sostenere l’una o l’altra posizione. Ma con un’asimmetria: da un lato si è tentato di far passare per vera un’intervista falsa a Giovanni Falcone e dall’altro si è tentato di far passare per falsa un’intervista vera a Giuliano Vassalli. A farci la figura peggiore sono stati alcuni magistrati, giuristi e storici, appartenenti cioè alle categorie che per professione dovrebbero saper distinguere il vero dal falso, un documento autentico da uno tarocco, una testimonianza originale da una apocrifa. Ora arriva anche la prova audio, la viva voce di Vassalli, a smentirli.

Il caso Falcone è noto: il pm Nicola Gratteri ha letto in tv un’intervista di Falcone in cui il magistrato ucciso da Cosa nostra criticava la separazione delle carriere. Il goffo tentativo del procuratore di Napoli, insufflato da qualche giornalista, di mettere addosso a Falcone la giacchetta del No alla separazione delle carriere è stato però smascherato. Ma quando i giornali hanno svelato che l’asserita intervista di Falcone rilasciata a Repubblica non è mai esistita, Gratteri non ha chiesto scusa. Macché. Ha raddoppiato. Prima ha denunciato chi ha svelato la sua truffa di aver “strumentalizzato” l’intervista da lui spacciata come vera e poi è andato a caccia di spezzoni di altre frasi di Falcone fuori contesto per confermare la sua tesi, affermando con sprezzo del ridicolo che le frasi da lui attribuite a Falcone – sebbene inventate – “sintetizzano e rappresentano il suo reale pensiero”. Il suo di Falcone. Si trattava, quindi, di un falso veritiero. Esattamente la tesi argomentativa usata dal filosofo nazifascista Julius Evola riguardo ai Protocolli dei Savi di Sion, il libro fondamentale dell’antisemitismo: il testo non sarà autentico, ma descrive la realtà. Così a sostegno del No al referendum anche le prove false diventano accettabili.

Nel caso di Giuliano Vassalli, raffinato giurista socialista e ministro socialista padre della riforma del codice di procedura penale, è accaduto l’esatto contrario. Nel 2024 Panorama pubblicò una lunga intervista concessa al giornalista Torquil Dick-Erikson per il Financial Times dal senatore Vassalli il 19 febbraio 1987, pochi mesi prima di diventare ministro della Giustizia. Nella lunga conversazione, l’esponente del Psi si esprime sul nuovo Codice, sulla necessità di riformare il sistema verso il modello accusatorio, sulla separazione delle carriere e contro il potere d’interdizione della magistratura che è “il più grande gruppo di pressione palese che noi abbiamo finora conosciuto in Italia”. Tanto che Vassalli, per definire il “potere enorme” della magistratura sul parlamento”, fa un paragone forte per un’epoca in cui il muro di Berlino era ancora in piedi, dicendo che in Italia c’era “una sovranità limitata, come quella del paesi dell’Est europeo, è una sovranità limitata dalla magistratura”. Ebbene, la storica Benedetta Tobagi e il giurista Mitja Gialuz hanno scritto un articolo su Repubblica parlando della “fake news di Nordio su Vassalli favorevole alle carriere separate”. L’argomento forte è che “sul Financial Times però non è uscita alcuna intervista a Vassalli”. In un lungo saggio su “Sistema penale” Gialuz l’ha battezzata “L’intervista fantasma”. A quel punto tutti hanno iniziato a credere, o a far credere, che questa intervista fosse inventata come quella di Gratteri. L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, in un fact–checking alle parole di Giorgia Meloni, ha parlato esplicitamente di fake news: “Andate a verificare: l’intervista di Vassalli al Ft non esiste”.

Ma l’intervista esiste eccome. C’è un testimone, il giornalista Torquil Dick-Erikson, che in un convegno organizzato a Napoli dal Comitato dei penalisti per il Sì, intitolato a Mario Pagano, ha mostrato i fogli dattiloscritti dell’epoca in cui è trascritta la conversazione e anche l’articolo che ne derivò pubblicato sul Financial Times il 19 giugno 1987: non conteneva la lunga conversazione integrale, ma alcune battute che corrispondevano a quanto detto nell’intervista. Per giunta il giornalista ha mostrato anche la fattura che attestava il pagamento per quell’articolo anonimo. Ma non è bastato. Si è continuato a parlare di “intervista fantasma” di Vassalli, confondendo deliberatamente le acque tra la pubblicazione integrale sul giornale e l’autenticità delle parole di Vassalli. I giornali italiani come il Fatto hanno pubblicato l’intervista falsa a Falcone citata da Gratteri, ma questo non la fa vera.

Ma l’avvocato napoletano Bruno Larosa, presidente del Comitato Mario Pagano, ha fatto di più: ha cercato la probatio diabolica. Ha chiesto al giornalista britannico di cercare il nastro originale che, fortunatamente, è stato trovato. L’avvocato gli ha chiesto di non toccarlo per non rovinarlo, se l’è fatto spedire e poi ha fatto trasferire la traccia audio, facendo fare una perizia tecnica per dimostrarne che la versione analogica corrisponde a quella digitale. Proprio come si fa in un processo. Ora “l’intervista fantasma” di Vassalli esiste nella sua viva voce, trovate alcuni brani sul sito del Foglio. Non servirà, naturalmente, a far cambiare idea a nessuno né a far chiedere scusa a qualcuno. Ma è una rappresentazione perfetta di come è stata condotta questa campagna referendaria da tanti che per professione e vocazione dovrebbero avere massima cura e rispetto per la verità.

 

 

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali