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l'editoriale del direttore

Cosa può guadagnare l'Italia con una giustizia riformata. Chiacchiere con Pietro Ichino

Claudio Cerasa

Perché avere un sistema giudiziario meno irresponsabile e dunque più credibile agevolerebbe il paese. Senza responsabilità e riforme vere, l’autonomia della magistratura rischia di trasformarsi in autoreferenzialità e di indebolire la giustizia stessa

Meno irresponsabilità uguale più credibilità. Più credibilità uguale più giustizia. Meno corporativismo uguale più fiducia nel futuro. Pietro Ichino è uno dei volti simbolo del riformismo italiano e il suo volto è legato ad alcune stagioni coraggiose della storia recente del nostro paese. Ichino ha combattuto a lungo contro le rigidità autolesioniste del mercato del lavoro, ha combattuto a lungo contro le rigidità autolesioniste delle corporazioni, ha combattuto a lungo contro le rigidità autolesioniste del nostro sistema burocratico e oggi ha scelto di far propria una nuova battaglia riformistica che non ha forse la stessa portata di quella del Jobs Act ma che potrebbe aiutare l’Italia a fare un passo in avanti per avere una giustizia più forte, più credibile, più efficiente e dunque meno autolesionista. Ichino, che voterà Sì al referendum costituzionale, pur provenendo da una storia distante da quella del centrodestra, tra il 2008 e il 2013 Ichino è stato senatore del Pd, nel 2013 scrisse insieme con Mario Monti il programma di Scelta civica, in questa conversazione con il Foglio offre molti spunti di riflessione per ragionare attorno al tema della giustizia del futuro.

 

Ichino sostiene che “la campagna elettorale sia stata unica nel suo genere, perché ciascuno dei protagonisti delle parti contrapposte ha fatto tutto il possibile per fornire argomenti alla parte avversa”. Lo ha fatto la maggioranza, dice Ichino, blindando il proprio disegno di legge per renderlo impermeabile agli emendamenti dell’opposizione. E lo ha fatto il ministro della Giustizia, “invitando l’opposizione di sinistra a considerare i vantaggi di una minore libertà d’azione della magistratura, come se questo fosse un possibile effetto della riforma”. “Se ci fosse stata – prosegue Ichino – anche una sola parola, nelle nuove norme costituzionali, che consentisse questa interpretazione, il capo dello stato non l’avrebbe lasciata passare. E tuttavia, dicevamo, sul fronte opposto, all’Associazione nazionale magistrati (Anm) non è parso vero di poter fare propria la lettura delle nuove norme proposta dal ministro, per poi precipitarsi a scendere in campo, in rappresentanza di tutti i giudici come se essi non potessero che essere tutti d’accordo, costituendo il primo Comitato per il No e addirittura collocandone la sede presso la Corte di cassazione. Così l’Anm ha cooperato col governo per trasformare il referendum in un aberrante plebiscito pro o contro i giudici: una anomalia costituzionale di gravità inaudita, della quale non mi sembra che l’opinione pubblica si sia pienamente resa conto”. L’Anm sostiene che i giudici hanno il dovere di difendere la Costituzione.

 

Sbagliano? “La Costituzione contiene anche l’articolo 138, che ne prevede – con le debite cautele – la modificabilità: non si difende la Costituzione obliterandone questa norma essenziale e teorizzandone l’immutabilità. L’avversione dell’Anm al completamento della riforma del processo penale contenuto in questa riforma, del resto, non nasce affatto come reazione alle avventurose esternazioni del ministro Nordio: l’Anm si oppose in modo molto netto alla separazione delle carriere di giudici e pm già nel 1987-1988, quando il Parlamento stava discutendo la riforma del processo penale sostenuta dal ministro socialista Giuliano Vassalli. Già allora questa presa di posizione apparve come una esondazione rispetto all’alveo in cui la magistratura in quanto tale dovrebbe mantenere le proprie prese di posizione sul terreno legislativo, in ossequio al principio della divisione dei poteri. Il problema è che oggi quella esondazione ha assunto l’aspetto preoccupante dell’atto di nascita di una sorta di ‘partito dei giudici’”.

 

Ichino sa bene che il giustizialismo non nasce oggi e nota che una delle novità di questa campagna elettorale è la presenza di una destra che, seppure a fatica, sta cercando di rimuovere alcune delle catene che la tenevano e la tengono ancora oggi legata al giustizialismo mentre il mondo del centrosinistra è lì ancora alle prese con la camicia di forza del populismo giudiziario. “Oggi – dice Ichino – nell’iniziativa dell’Anm e nell’accodarsi a essa della maggior parte delle forze di opposizione vedo soprattutto il pericolo di una mutazione genetica della sinistra politica. Mutazione che si manifesta, tra l’altro, nella sua cecità e afasia di fronte alle disfunzioni di un sistema – quello dell’amministrazione giudiziaria – tendente ad autoconservarsi nonostante i propri gravissimi difetti strutturali. A un suo gravissimo difetto strutturale è imputabile la lentezza patologica dei processi, penali e civili, incompatibile con lo sviluppo e la modernizzazione del nostro sistema economico e con il rispetto sostanziale dei diritti costituzionali dei cittadini”.

   

Quali diritti costituzionali considera pregiudicati dal modo in cui funziona oggi la giustizia? “Il diritto ad avere una sentenza entro un tempo ragionevole, sia nel campo civile, sia in quello penale: una sentenza definitiva che arriva con dieci anni di ritardo è sostanzialmente un diniego di giustizia. Diniego che mina alla base tutti gli altri diritti costituzionali del cittadino. Se fosse veramente preoccupata di questa violazione sistematica della Costituzione, l’Anm dovrebbe essere la prima a sottolineare che l’autonomia della magistratura non può e non deve significare in alcun modo autoreferenzialità”.

   

La questione è sempre la stessa in fondo: indipendenza non significa irresponsabilità. Ichino ci spiega in che senso l’autonomia va distinta dall’autoreferenzialità. “L’autonomia che è pienamente garantita dalla Costituzione, sia nella sua formulazione oggi in vigore sia in quella contenuta nei nuovi articoli 104 e 105, significa autogoverno e garanzia di totale indipendenza dei magistrati. Ma non significa affatto che l’amministrazione della giustizia non debba rendere conto della propria efficienza, che non possano esserci degli organi di controllo cui gli uffici giudiziari debbano rendere conto. Autogoverno e indipendenza della magistratura non significano una sua irresponsabilità rispetto agli standard minimi di buon funzionamento tollerabili in un paese civile”.

   

L’amministrazione della giustizia ha un problema di responsabilità verso i cittadini, dice Ichino, e il tema centrale che andrebbe messo a fuoco anche dagli indecisi in questa fase finale della campagna elettorale è questo: “L’autonomia della magistratura, principio sacrosanto, non comporta affatto che essa diventi un corpo separato, governato da logiche interne difficilmente penetrabili, irresponsabile circa quei ‘livelli essenziali delle prestazioni’ a cui le altre amministrazioni pubbliche sono vincolate”.

   

Ichino non teme che questa riforma possa davvero ridurre l’autonomia della magistratura dall’esecutivo per alcune questioni basilari. “Innanzitutto, non sono queste norme che possono produrre un effetto di questo genere. Così come esse non produrranno gli effetti vantati da Meloni, di riduzione degli stupri e delle violenze, o dei delinquenti a piede libero. Il problema semmai è che questa riforma lascia aperte tutte le questioni più gravi del funzionamento della giustizia. Se governo e Anm avessero dedicato a questi problemi lo stesso impegno che hanno dedicato a diffondere fake news bipartisan sui contenuti della riforma, la giustizia italiana funzionerebbe sicuramente un po’ meglio di come funziona oggi”.

   

Ichino, a proposito di fake news, sostiene che sia un errore molto grave dire che la separazione delle funzioni e delle carriere sia stata già realizzata con la famosa legge Cartabia. “E’ vero solo in parte: una separazione completa implica anche concorsi diversi per l’accesso alle due carriere e organi di autogoverno diversi: per questo è effettivamente necessaria una riforma costituzionale. Per altro verso, la ‘terzietà’ del giudice sancita dall’articolo 111 della Costituzione non può essere – e apparire – pienamente tale finché il pm può entrare nella stanza del giudice ‘da collega’, senza bussare, mentre l’avvocato difensore dell’imputato deve chiedere un appuntamento e non è neppure certo di ottenerlo. La distinzione delle funzioni, in altri ambiti, è generalmente considerata una garanzia di equilibrio: perché nel campo della giustizia dovrebbe essere vista come un attentato all’autonomia delle funzioni stesse?”. E allo stesso modo, Ichino crede che sia una fake news l’idea che il sorteggio possa essere considerato lesivo della dignità dei magistrati. Al contrario, lo considera uno strumento utile a limitare le pericolose dinamiche corporative che esistono all’interno della magistratura e che ne limitano la sua credibilità. “Il sorteggio è già previsto dalla Costituzione per la formazione del collegio che giudica il presidente della Repubblica in caso di impeachment, nonché di quello che giudica i ministri. E’ sostanzialmente un sorteggio anche il modo in cui viene individuato il giudice di un processo in cui può essere irrogato l’ergastolo. Perché dovremmo considerare lesivo della dignità della magistratura il sorteggio periodico dei membri del nuovo Csm o dell’Alta corte disciplinare? Si sarebbe potuta scegliere l’elezione in collegio uninominale, come proposto dal Pd. Ma il sorteggio è effettivamente il metodo che azzera ogni possibile rapporto di debito-credito fra il membro del collegio – che, si osservi, non ha funzioni di rappresentanza – e i suoi colleghi”.

   

Ichino, da giuslavorista, guardando l’esperienza italiana sa come alcune decisioni giudiziarie abbiano avuto effetti diretti sulla politica industriale e sullo sviluppo del nostro paese. E per questo un maggiore equilibrio fra i poteri potrebbe aiutare il nostro paese a creare degli argini da non superare per evitare che le esondazioni del potere giudiziario possano trasferire a una procura un potere che non le dovrebbe competere. “Una cosa è certa – dice Ichino – oggi assistiamo a una preoccupante evanescenza del potere legislativo, sia esso esercitato dal Parlamento o – come accade per almeno due terzi delle leggi – dal governo: si legifera in modo episodico, senza alcuna visione strategica, il più delle volte sull’onda dell’emozione per questo o quel fatto di cronaca. Quanto al potere esecutivo, al di là delle fanfaronate di questo o quel ministro la realtà è che – se si eccettuano poche isole felici – anch’esso soffre gravemente a causa dell’inefficienza dell’apparato amministrativo. Ne consegue l’apertura di larghi spazi per una supplenza giudiziaria”. Una supplenza giudiziaria che dovrebbe essere l’eccezione ma che diventa spesso la regola. Votare Sì al referendum può aiutare a trovare un nuovo equilibrio? “Il riequilibrio tra i poteri non va certo perseguito con una riduzione dell’autonomia della magistratura, che comunque non deriverà da questa riforma, se essa entrerà in vigore. Va perseguito semmai svegliando il Parlamento dal suo attuale letargo e con un incisivo ammodernamento dell’amministrazione pubblica. Ma questo è tutto un altro discorso”. Meno irresponsabilità uguale più credibilità. Più credibilità uguale più giustizia. Meno corporativismo uguale più fiducia nel futuro. Non basta un Sì al referendum per avere tutto questo. Ma può essere un inizio. Il resto si vedrà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.