Come smascherare il No della post verità

Augusto Barbera

Votare Sì (anche) per mandare in soffitta un lascito del Ventennio. Mentre il metodo del fronte contrario alla riforma della giustizia è il depistaggio

Come previsto la campagna referendaria sta sempre più avvitandosi attorno a temi estranei al quesito referendario. È stato detto – non ricordo da chi – che così si realizza un “furto di democrazia”, io mi limito a dire che così si realizza una offesa alla Costituzione. Questa, nell’affermare il principio della sovranità popolare, tiene a distinguere gli istituti di democrazia diretta da quelli di democrazia rappresentativa. Ma è ancora possibile continuare a sollecitare voti e discussioni sulla proposta e non sui proponenti; a sollecitare voti sui testi approvati dal Parlamento e sottoposti all’approvazione popolare ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, non su reconditi propositi né su frasi più o meno felici di Gratteri o di Nordio. I proponenti – come sottolineano  Stefano Ceccanti e Arturo Parisi – li giudicheremo il prossimo anno nelle elezioni politiche.


In questa campagna referendaria stiamo scontando la cinica impostazione dell’Associazione nazionale magistrati che fin dall’inizio (fin dalla cartellonistica delle stazioni) ha eliminato ogni riferimento alla normativa sottoposta agli elettori, ai suoi contenuti e ai limiti logico-giuridici che essa imporrebbe. Non ha portato argomenti ma ha scelto di  suscitare sospetti, paure o avversioni. E’ la post verità secondo lo stile di Trump; non contano i fatti ma le allusioni: il recondito intento di sottoporre la magistratura alla politica, l’indebolimento della lotta alla mafia, il richiamo al Piano di Gelli, persino gli eccidi di Minneapolis e vieppiù costruendo squallidi paralogismi. Non possiamo meravigliarci quindi che con analogo stile la presidente del Consiglio lanci allarmi su pedofili o stupratori in libertà. 

  
Alle fake news dell’Anm si abbinano i depistaggi: il più frequente è quello che fa leva sulla legge Cartabia che avrebbe già risolto il tema della separazione delle carriere rendendo più difficile il passaggio dall’una all’altra funzione; un depistaggio perché si vuol far credere che la separazione delle “funzioni” realizzi la separazione delle carriere. Perché vuole dare a credere che la specializzazione delle funzioni riesca (chissà perché?) a superare i condizionamenti reciproci fra pm e giudici nella medesima carriera, nello stesso Consiglio superiore e, magari, nella medesima corrente.


A essi si accompagnano anche i consueti vizi del benaltrismo; il problema sarebbe altro: l’efficienza della macchina giudiziaria, trascurando così quanto possano giovare alla stessa sia  le dirigenze di uffici scelte per meriti e non per clientelismo correntizio, sia  un insieme di credibili sanzioni disciplinari. Non poteva mancare l’uso della Costituzione, ancora una volta non per unire ma per delegittimare gli avversari politici.


Ed è qui che emerge un paradosso finora poco avvertito, atteso che quanti votano No sono destinati a salvare una eredità fascista; vale a dire a mantenere in vita il Regio Decreto n. 12 del 1941 (che Mussolini volle entrasse in vigore il 21 aprile dello stesso anno: il Natale di Roma). E’ il testo dovuto al Guardasigilli Dino Grandi, che nel presentarlo così si rivolgeva al Sovrano: “SIRE, Ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il nuovo Ordinamento giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore”.

  
Quanto ai contenuti è qui sufficiente richiamare – leggo dalla Relazione, facilmente reperibile in “Legislazione attiva” – le ragioni che richiesero al regime fascista l’unificazione delle carriere: “Sono ragioni d’ordine politico, in quanto (...) non sarebbe più concepibile   una   netta  separazione  tra magistratura requirente (...) e magistratura giudicante” atteso che la separazione è “in contrasto con (...) l’unità spirituale dello Stato fascista”.


Quanti vogliono esprimere un Sì possono mettere definitivamente in soffitta il menzionato Regio Decreto; i fautori del No, invece, intendono mantenerlo in vita. E soprattutto intendono non dare seguito alla (da loro poco citata) Settima disposizione transitoria della Costituzione repubblicana che da tempo ne impone il superamento (con una formula che non riguarda altri settori dell’ordinamento).
Quel testo, composto da 277 articoli, è ancora in vigore e su alcuni di essi si fonda l’unità delle carriere, requirente e giudicante. Noi con il nostro Sì intendiamo abrogarne parti significative. Certo aggiungendo i nostri voti di sinistra a quelli della destra. Lo dico senza alcun imbarazzo, perché il testo da approvare è in sicura armonia con le battaglie liberali della sinistra riformista. Invece i pretesi difensori della Costituzione, difendendo l’unità delle carriere, con il loro No sono costretti a lasciare in vita il testo del “Sapiente e Giusto legislatore fascista”.

    
Siamo ai livelli del Teatro dell’assurdo, fra Pirandello e Beckett, stretti fra situazioni non solo paradossali ma soprattutto comico-amare? Gli elettori del No indotti a scegliere Dino Grandi e Alfredo Rocco contro il partigiano pluridecorato Giuliano Vassalli? Non voglio giungere a tanto ma solo far sì che le echo chamber del No si mostrino almeno consapevoli della posta in gioco, degli effetti del voto che essi sollecitano.
   

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