Ansa
L'editoriale del direttore
Balle del M5s. L'unica politicizzazione pericolosa della giustizia è quella che si avrebbe tutelando lo status quo
La grande balla, quando si parla di rischio di politicizzazione della magistratura, non è dire che la politica, con la riforma, controllerà di più i magistrati. La vera balla è fingere che la politicizzazione della magistratura venga dall’esterno, quando da anni il problema più visibile nasce dall’interno
Tra gli elementi più suggestivi della campagna referendaria portata avanti dal fronte del No, ce n’è uno sintetizzato molto bene in uno slogan efficace utilizzato dal Movimento 5 stelle sugli autobus di mezza Italia: “Quando la politica vuole controllare la giustizia, la risposta deve essere No”. Da settimane, l’idea che dire Sì al referendum costituzionale voglia dire Sì alle intrusioni della politica nella magistratura è uno dei cavalli di battaglia di maggiore successo portati avanti dalla classe politica di centrosinistra desiderosa di trovare argomenti validi per spingere i propri elettori a votare No domenica e lunedì. Si potrebbe ironizzare, cosa che non faremo, sul fatto che sia curioso che a promuovere una campagna di sensibilizzazione contro il “dramma” della politicizzazione della magistratura sia proprio un fronte partitico che, usandone il prestigio, simboli e rendita morale come patente di superiorità pubblica, ha trasformato in un tratto identitario l’arruolamento organico nelle proprie file di magistrati molto famosi (gli ultimi tre procuratori nazionali antimafia, prima di Giovanni Melillo, ovvero Pietro Grasso, Franco Roberti, Federico Cafiero De Raho, sono stati candidati o dal Pd o dal M5s). Ma la questione posta dal M5s merita di essere affrontata con forza e senza perdersi nei paradossi. E per capire perché è falsa l’affermazione con cui il M5s ha tappezzato mezza Italia è sufficiente parlare con i fatti.
Non esiste un tema di maggiore politicizzazione del Csm, perché il nuovo Csm, anche nel suo sdoppiamento, manterrebbe i suoi equilibri attuali: due terzi dei magistrati (togati), un terzo dei non magistrati (laici), con il capo dello stato sempre a presiedere entrambi. Non esiste un tema di maggiore politicizzazione dell’Alta corte disciplinare, considerando che nella nuova eventuale Corte aumenterebbe la percentuale di magistrati (dal 60 per cento al 66 per cento), diminuirebbe quella dei laici scelti dal Parlamento (dal 33 per cento al 20 per cento, che non verrebbero più selezionati dai politici ma verrebbero sorteggiati da una platea compilata dal Parlamento, non dal governo) e a tutto questo andrebbe aggiunto anche il peso dei membri dell’Alta corte scelti dal capo dello stato (20 per cento). E non esiste infine un tema di maggiore presenza del potere esecutivo all’interno del sistema giudiziario semplicemente perché tutti gli articoli della Costituzione che regolano il rapporto tra i due poteri dello stato non vengono sfiorati (articoli 101, 104, 107, 109). Il riferimento dei sofisticati giuristi del campo largo potrebbe essere legato al fatto che con la riforma della giustizia per indagare un qualunque cittadino, compresi i politici, potrebbero esserci maggiori difficoltà a farlo senza prove concrete. E la ragione è ovvia. Un magistrato che sa che raramente pagherà per i suoi errori può permettersi di indagare facendo leva solo sui teoremi. Mentre un magistrato che sa che giocare con le vite degli altri può subire delle conseguenze potrebbe essere disincentivato a costruire castelli di carta solo per fare notizia, conquistare un buon titolo di giornale e fare qualche scatto di carriera. Ma se volessimo prendere sul serio l’allarme lanciato dal M5s potremmo far notare un piccolo dettaglio che deve essere sfuggito ai sofisticati giuristi del campo largo quando parlano di intrusioni indebite della politica nel mondo della magistratura. Giuliano Vassalli, padre della riforma della giustizia che fece fare un primo passo all’Italia dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, in una famosa intervista concessa al Financial Times nel 1987 disse che l’Italia, a causa di un sistema giudiziario costruito attorno ai super poteri del pubblico ministero, “è diventata un paese a sovranità limitata, come quelli dell’Europa dell’Est, e a limitarla, nelle questioni di giustizia, è il potere giudiziario”.
La politicizzazione vera di cui è necessario preoccuparsi quando si parla di giustizia non è quella inesistente che vi sarebbe un domani in caso di approvazione della riforma. Ma è quella persistente che si andrebbe a reiterare in caso di non approvazione della riforma. Una politicizzazione che permette alle correnti della magistratura di essere così forti e così presenti nella quotidianità della vita giudiziaria da avere ormai sdoganato l’idea che un magistrato debba interpretare il codice penale secondo le sue sensibilità politiche e dunque secondo le sue priorità personali, alla faccia dell’obbligatorietà dell’azione penale. E una politicizzazione che costringe buona parte dei magistrati che vuole fare carriera ad accettare il fatto che se non sei gradito e protetto dalle correnti rischi di non andare lontano. La grande balla, quando si parla di rischio di politicizzazione della magistratura, non è dire che la politica, con la riforma, controllerà di più i magistrati. La vera balla è fingere che la politicizzazione della magistratura venga dall’esterno, quando da anni il problema più visibile nasce dall’interno: correnti, carriere, appartenenze e talvolta persino inchieste che inseguono un teorema prima ancora che una prova. Il M5s dice che quando la politica vuole controllare la giustizia, la risposta deve essere No. Ma per dire No a un sistema in cui la giustizia è a rischio quotidiano di politicizzazione forse lo status quo più che custodirlo occorrerebbe iniziare a scardinarlo con un Sì.