Ansa
la meta finale
La vera posta in gioco al referendum: il primato dei giudici sulla politica
Se dovesse vincere il No la magistratura potrebbe conquistare la piena legittimazione democratica e rappresentativa, cioè la sovranità. Significa che i giudici potrebbero rivendicare la pari dignità, lo stesso rango costituzionale e istituzionale delle loro decisioni rispetto a quelle prese dal potere legislativo ed esecutivo
C’è una posta in gioco molto più alta, pericolosamente nascosta dietro al referendum sulla giustizia. Una posta in gioco per nulla teorica, al contrario di come potrebbe sembrare. Perché è piena di sostanza, di potere concreto. Moneta sonante, insomma. La magistratura potrebbe conquistare (o dovrebbe rinunciarvi in modo pressoché definitivo, se vincesse il Sì) la meta finale, desiderata da tempo: la piena legittimazione democratica e rappresentativa, cioè la sovranità. Il che significa che i giudici potrebbero rivendicare la pari dignità, lo stesso rango costituzionale e istituzionale delle loro decisioni rispetto a quelle prese dal potere legislativo ed esecutivo. In pratica, una sentenza si confronterebbe in modo ancora più aperto e critico con la legge da applicare a questa o quella vicenda.
Il carattere “politico” di alcuni provvedimenti dei togati in materie sensibili (i centri di immigrazione albanesi ne sono un esempio) non avrebbe più bisogno di essere occultato dietro l’interpretazione della norma: una tecnica (o un escamotage) che ha alcuni limiti, poiché non sempre è facile far dire alle parole ciò che esse non vogliono proprio significare. Questa veduta non sarebbe certo impedita dalla previsione dell’art. 101 Cost., secondo cui il giudice è soggetto solo alla legge: anche quella è una norma, e quindi anche quella può essere interpretata… D’altra parte, un giurista di grande autorevolezza come Paolo Grossi, anche presidente della Corte costituzionale, ha scritto un libro dal titolo significativo: “Oltre la legalità”, in cui afferma appunto che “il vocabolo/concetto ‘legalità’ sa di passato, di passato remoto; è un fossile lontano”. E Stefano Rodotà, ancora prima, sosteneva apertamente che “l’investitura popolare non è l’unica forma di legittimazione democratica per qualsiasi tipo di organismo al quale sia affidata, in senso largo, una funzione di governo”.
L’obiettivo assillante della legittimazione tendenzialmente paritaria rispetto a quella propria del circuito democratico-elettivo (riferibile al Parlamento e al Governo) è, come si vede, un tema ricorrente nel dibattito sulla collocazione istituzionale della magistratura nel sistema dei poteri. L’occasione referendaria lo ha ovviamente riportato in primo piano. Stefano Passigli lo dice a lettere chiare in un libro scritto esplicitamente per contrastare la riforma Nordio: “Il superare le prove di un concorso pubblico, giudicati da una commissione di assoluta indipendenza, non investe forse i prescelti di una legittimità superiore ai ‘nominati’ a un seggio parlamentare da un segretario di partito, in molti casi non perché dotati di particolari competenze ma per la loro fedeltà al capo del partito o della corrente? Richiamare un supposto primato della politica e della Legge rispetto alla giurisdizione […] ignora anche la progressiva perdita di potere che ha caratterizzato tutti i Parlamenti in questi ultimi decenni, e in particolare quello italiano”. Dobbiamo meravigliarci se l’Anm fa politica?