Gianni Alemanno (foto Ansa)

lettere dal carcere

La fredda macchina della giustizia e la linea del destino, che ci rende tutti uguali

"Ho cercato di comunicare a tutta la politica italiana i paradossi e le follie di questo sistema penale, l’insostenibilità di carceri sovraffollati, la loro pericolosità non solo per i diritti umani ma anche per la sicurezza del cittadino". Lo scambio epistolare fra Gianni Alemanno, in carcere dal primo gennaio 2025, e Goffredo Bettini

Pubblichiamo una conversazione epistolare tra l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in carcere dal primo gennaio 2025, pena di un anno e 10 mesi a cui era stato condannato nel 2022 per finanziamento illecito e traffico di influenze illecite, nell’inchiesta chiamata dai giornali Mafia Capitale, e Goffredo Bettini, storico dirigente del Pd.

    


    

Caro Goffredo, volevo ringraziarti per la bella lettera che hai pubblicato sulle mie disavventure sul Tempo, che fa seguito a un altro intervento che – se non vado errato – hai scritto per il Foglio. E’ inutile dirti che ti sei confermato ancora una volta come un “signore” e come un politico di raro spessore umano.

D’altra parte avevamo già avuto occasione di ammirarti quando hai pronunciato l’orazione funebre per Andrea Augello.

Tu, come Walter e come molti di noi affondi le tue radici in quella cultura politica che, pur essendo appassionatamente schierata, non ha perso la curiosità per l’altro da sé, per avversario politico che rappresenta delle idee diverse e non un semplice antagonista di potere. Tu, a differenza di tanti tuoi compagni, sei consapevole dei limiti della magistratura italiana e più in generale del nostro sistema penale. Io, in base a questa mia esperienza, ho cercato di comunicare a tutta la politica italiana i paradossi e le follie di questo sistema penale, l’insostenibilità di carceri sovraffollati, la loro pericolosità non solo per i diritti umani ma anche per la sicurezza del cittadino. Devo dire che ho trovato più ascolto a sinistra che a destra, a parte Ignazio La Russa.

Io, comunque, sento il dovere morale di continuare questa battaglia anche quando uscirò (il 30 giugno prossimo) e sono sicuro di trovare in te un interlocutore serio e profondo.

Ti abbraccio e ti faccio i miei auguri per tutto. Abbi cura di te.

Gianni Alemanno

    


   

Caro Gianni, grazie delle tue parole così generose. Non sei offuscato dal dolore della tua condizione di detenuto, come avresti diritto di essere. Piuttosto, cerchi di socializzare questo dolore, trasformandolo in una battaglia di civiltà; che si rivolge anche a chi, come me, è un tuo avversario politico. Ti considero, come ho detto più volte, un politico leale, di parola, con un coerente codice interiore.

Non entro nel merito della tua vicenda giudiziaria. Né sulla congruità della condanna che ti è stata caricata sulle spalle. Tuttavia, sin dal primo momento mi è parsa eccessiva. Hai scritto un diario sulla condizione carceraria. Non solo tua, ma di tante persone che hai incrociato in quelle celle sovraffollate, scassate e umilianti. Tale condizione si somma a tante altre disfunzioni (chiamiamole così) della giustizia italiana. Incarcerazioni facili e in alcuni casi immotivate. Lunghezza infinita dei processi. Sottoutilizzazione delle pene alternative, sulle quali lavorò molto l’allora ministro Orlando. Potrei continuare.

La giustizia, per questa via, perde il suo carattere umano e si erge a custode indifferente di regole scritte; che, ecco il paradosso, in quanto elaborate dagli stessi esseri umani, portano con sé la loro imperfezione. Soggette, per questo, all’errore, al mutare della storia, della prospettiva morale dalla quale si giudica, della collocazione geografica nella quale sono collocate. Quando si entra nel processo penale, è investita la profonda radice esistenziale di ciascuno. L’imputato sospende (in una fase di “non vita”) la sua storia personale e anche collettiva. E’ solo. Nudo. Allora avverte le spine più dolenti per l’impedimento a esprimere le facoltà che la vita gli ha donato.

Come si fa a non capire che c’è in gioco questo? Posso empatizzare con te (nonostante la storia politica ci abbia collocato così lontani), in quanto mi riferisco al carattere biologico e naturale della dimensione umana.

La storia cammina in superficie, cangiante e capricciosa, ma c’è una resistenza sotterranea degli umani, che resiste alla storia. Che spesso è contro la storia. C’è un filo costante che la replica. Che apre sempre alla speranza.

E’ il soffio vitale che non intende spegnersi.
 Il nostro Novecento è stato il secolo delle ideologie. Esse hanno perso di vista la singolarità e unicità delle persone. Il loro desiderio di tirar fuori i propri talenti, grandi o piccoli che siano, il loro appagamento di vita come segno di gratitudine al suo mistero.
 Brecht, un autore che amo molto, ebbe a dire sui processi di Mosca che tanto più i condannati fossero stati innocenti, tanto più era giusto che confessassero i loro crimini mai commessi. Si sarebbe rafforzata, così, la convinzione nell’opinione pubblica che la rivoluzione stesse prevalendo sui propri nemici. Il nazismo e il fascismo ridussero in cenere milioni di anime, in nome del progetto delirante di igienizzare il mondo.

Sarebbe ora, invece, di relativizzare le nostre azioni; misurarsi con il tempo indefinito che rende vana ogni forza e prepotenza; di consumare negli anni che ci sono dati tutta la nostra energia vitale. Solo chi sa misurare bene il carattere terribile della “decisione” nell’esercizio della giustizia, coltivando il dubbio, comprende che le salutari passioni del conflitto politico non possono oscurare la consapevolezza che siamo legati tutti a un unico destino. Che incombe e sovrasta; e che il grande Leopardi intendeva alleviare con una catena di umana solidarietà.

Ed ecco il nostro piccolo scambio epistolare. Anche io, con ancora più ragioni, ti invito ad avere cura di te.


Goffredo Bettini

 

 

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