Ansa
il colloquio
Come la guerra in Iran può influenzare il voto del referendum sulla giustizia
Secondo gli ultimi sondaggi il fronte del Sì aumenta le proprie chance di vittoria se aumenta l'affluenza al voto. Ma il conflitto in medio oriente monopolizza il dibattito pubblico su tv e giornali, mettendo in secondo piano la riforma Nordio, con probabile danno sulla partecipazione. Giorgia Meloni può fare la differenza. Chiaccherata con Giovanni Diamanti di YouTrend
È su tutte le prime pagine dei giornali e i notiziari televisivi gli dedicano ore e ore di approfondimenti. La guerra in Iran scoppiata dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha completamente monopolizzato il dibattito pubblico. E a rimetterci è la campagna per il Sì al referendum del 22 e 23 marzo. La questione è semplice: gli ultimi sondaggi dicono che se l'affluenza cresce, a beneficiarne è il fronte del Sì, se scende invece aiuta il fronte del No. Ma affinché cresca, servirebbe quantomeno parlarne. E in questo momento di forti tensioni geopolitiche, la giustizia passa in secondo piano. “Referendum e Iran rimangono due sfere separate, ma se la guerra dovesse avere una interferenza con il voto sarebbe sicuramente a favore del No”, dice al Foglio Giovanni Diamanti, analista e sondaggista di YouTrend. “Anche perché - continua – i primi dati sulla percezione dell’opinione pubblica su questo intervento militare sono impietosi. Mi sembra difficile che tutto ciò possa aiutare il Sì”. Il centrodestra si trova davanti una situazione difficile. “La verità è che la giustizia è un argomento che non entusiasma gli italiani e di conseguenza non è facile mobilitare la popolazione. Mentre il fronte del Sì sta puntando sul merito come unico e più importante argomento, il fronte del No utilizza molte più armi: dalla difesa della Costituzione al trasformare il voto in una dinamica tutta politica. In generale è più difficile mobilitare elettori a sostegno di qualcosa piuttosto che contro qualcos’altro”.
E il problema sta proprio qui, perché se si sceglie di non politicizzare la questione, serve entrare nel merito e argomentare ampiamente le ragioni per cui varrebbe la pena modificare la Costituzione, ma se c’è meno spazio per farlo, l’equazione è pressoché fatta. L’unica possibilità per uno sprint del governo sembra la discesa in campo della premier Giorgia Meloni, attesa a Milano il 12 marzo. “È così", dice Diamanti. "Due settimane fa ha provato a entrare nel dibattito, ma è rimasta un pò scottata dall’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quindi si è tirata indietro. Ha sicuramente le capacità di muovere – e tanto – i suoi elettori. Ma attenzione anche all’effetto opposto: un suo intervento fa muovere anche gli avversari”. Questo valzer di Meloni potrebbe aver ricadute sull’esito del referendum e, chissà, anche sulle politiche del 2027. “Se dovesse perdere il 22 e 23 marzo, mi aspetto un profondo indebolimento del centrodestra. Ma la partita è ancora molto tesa ed equilibrata anche se il trend è a favore del No. Il governo di certo non andrà a casa, ma ne potrà uscire profondamente rafforzato o fortemente indebolito”.