Ansa
L'editoriale del direttore
Meloni, la giustizia e le due scivolate sui migranti: non si difende lo stato di diritto giocando con le garanzie
Fare del referendum costituzionale un’occasione per difendere il garantismo, e dunque la Costituzione, è uno sballo. Trasformarlo in un referendum contro i magistrati che non si comportano come vorrebbe il governo è una sciocchezza
Pestare duro è un conto, e in una campagna elettorale è lecito e persino legittimo, anche con qualche colpo basso. Ma pestare duro pestando una buccia di banana è un altro conto, è autolesionistico, è pericoloso ed è quello che è successo a Giorgia Meloni nelle ultime settimane, parlando di giustizia. Il presidente del Consiglio ha scelto di puntare forte sul tema del referendum costituzionale, con il suo governo, per provare a unire il centrodestra intorno a una battaglia di civiltà che non può che appassionare chiunque abbia a cuore la tutela dei valori non negoziabili di uno stato di diritto: il garantismo. La riforma della giustizia, al di là delle chiacchiere, è una riforma al centro della quale vi è un tentativo di offrire ai cittadini più garanzie, attraverso una magistratura più responsabilizzata, una maggiore terzietà del giudice, un tentativo di scardinare il correntismo che spinge molti magistrati a essere promossi più sulla base dell’appartenenza che per il merito.
Se si sceglie però di investire sul tema delle garanzie non ci si può permettere di scivolare sulle garanzie. Ed è questo che è successo negli ultimi giorni alla premier: ergersi ad alfiere delle garanzie andando a calpestare alcune garanzie. Caso numero uno. Un immigrato irregolare trattenuto in un Cpr in attesa di rimpatrio viene prelevato senza motivazione scritta e trasferito in Albania anziché a Brindisi come comunicato. Il tribunale di Roma riconosce la violazione della libertà personale e della vita famigliare e dispone un risarcimento. Caso numero due. Nel 2019 la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, entra a Lampedusa dopo giorni in mare con migranti a bordo. Durante l’attracco c’è un contatto con una motovedetta. I giudici in sede penale escludono reati, ritenendo prevalente lo stato di necessità. Successivamente, in sede civile, il tribunale di Palermo ha disposto un risarcimento ritenendo illegittimo il blocco amministrativo della nave. In entrambi i casi, il presidente del Consiglio ha accusato la magistratura di essersi mossa in modo irresponsabile. Nel caso dell’immigrato algerino, Meloni ha anche aggiunto che lo scandalo è doppio: non solo non lo hanno trasferito in Albania ma non hanno tenuto conto del fatto che il suddetto soggetto aveva alle spalle ventitré condanne.
La magistratura, lo sappiamo, ha spesso esondato, anche sull’immigrazione, e il tentativo da parte dei giudici di ergersi a custodi unici delle politiche migratorie di uno stato, cosa che è successa con il dossier sulla definizione dei paesi sicuri, rientra all’interno di questa categoria. Su queste due storie però Meloni ha pestato diverse bucce di banana. La sentenza del tribunale di Roma non riguarda il fatto che il soggetto fosse irregolare: riguarda solo il modo in cui è stato trattato dalle autorità durante il trasferimento, e le garanzie devono essere tutelate per tutti, anche per chi è irregolare, anche per chi ha condanne alle spalle. Allo stesso modo, il caso di Rackete non riguarda una volontà da parte della magistratura di sostenere l’immigrazione illegale: riguarda la presa d’atto, prima in sede penale, dell’assenza di reati, e poi, in sede civile, dell’illegittimità del provvedimento amministrativo di blocco della nave. E se c’è qualcuno con cui il governo dovrebbe prendersela, quel qualcuno non si chiama magistratura ma Salvini, all’epoca ministro dell’Interno. Avere a cuore lo stato di diritto significa proteggerlo anche quando deve essere fatto rispettare per categorie di persone che non si amano. Anche quando si tratta di immigrati irregolari. Anche quando si tratta di antifa alla guida di ong. Anche quando si tratta di persone con condanne penali.
Fare del referendum sulla giustizia un’occasione per difendere il garantismo, e dunque la Costituzione, è uno sballo. Trasformarlo in un referendum contro i magistrati che non si comportano come vorrebbe il governo è una sciocchezza. Più garantismo uguale più garanzie per tutti. Le esondazioni ci sono, e sono tante, ma se tutto diventa esondazione nulla diventa più esondazione. Ne vale la pena? Forse no.