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il caso
Colpo Grosso. Chi è l'avvocato messo dall'Anm al vertice del Comitato per il No per negare tutto
Costituzionalista figlio d’arte nella vita, presidente foglia di fico nel referendum. Ora che Nordio ha chiesto trasparenza sulle donazioni, Enrico Grosso risponde che il comitato referendario è un soggetto “separato e autonomo”. Ma statuto e organigramma dicono altro
Negare tutto, negare sempre. E’ la linea difensiva che l’Anm ha affidato all’avvocato Enrico Grosso, presidente onorario del comitato referendario Giusto dire No. Nei giorni scorsi, il deputato di FI Enrico Costa ha presentato un’interrogazione parlamentare sul comitato referendario dell’Anm: secondo il parlamentare, il fatto che il Comitato abbia ricevuto donazioni private pone un problema di conflitto d’interessi per i magistrati. Potrebbe trattarsi di una “forma di finanziamento indiretto all’Anm”, secondo Costa, essendo il Comitato per il No nient’altro che una protesi politica dell’associazione presieduta da Cesare Parodi.
A seguito dell’interrogazione, il ministero della Giustizia ha scritto a Parodi se non sia il caso – per una questione di “opportunità” – di pubblicare “nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato Giusto dire No da parte di privati cittadini”. In questo contesto, l’Anm sceglie la strategia della negazione di Grosso.
Il costituzionalista, figlio del giurista e politico comunista Carlo Federico oltre che nipote del giurista e politico democristiano Giuseppe, respinge totalmente le accuse: si tratta di una “bufala che nasce dalla malafede perché il Comitato è un soggetto giuridico del tutto separato e autonomo dall’Anm”, dice al Fatto quotidiano. Una risposta così convinta e indignata, peraltro proveniente da un professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Università Torino, alle orecchie di una persona in buonafede lascerebbe presupporre almeno un briciolo di verità. E’ l’ennesimo attacco sconsiderato e intimidatorio, oltre che un po’ fascista, del ministro Carlo Nordio.
E invece no. Il Comitato Giusto dire No non è affatto, come dice il suo presidente, “separato e autonomo dall’Anm” . Tutto il contrario. Per smentire le bugie del prof. avv. Grosso non serve neppure un grande lavoro investigativo. Basta leggere il sito dell’Anm e lo statuto del comitato referendario. Questo soggetto politico, che ha l’obiettivo di bocciare la riforma della magistratura, è nato su mandato dell’assemblea dell’Anm ed è stato fondato lo scorso settembre dai vertici dell’Anm: i soci fondatori sono tutti membri del Comitato direttivo centrale dell’Anm, incluso il presidente Parodi. Grosso non c’era. E’ stato indicato presidente solo successivamente come foglia di fico “civica” per coprire le vergogne di un soggetto interamente controllato dalla magistratura organizzata. Ma in realtà non ha alcun potere decisionale: Grosso è “presidente onorario” che, secondo lo statuto, all’art. 5, ha solo “funzioni rappresentative dei principi ispiratori del Comitato”. Tutti gli organi decisionali sono saldamente in mano all’Anm: una sigla che nello statuto compare sette volte nei 14 articoli totali.
Innanzitutto (art. 3) il Comitato ha sede legale “presso l’Associazione nazionale magistrati” (anche questa un’anomalia, visto che si tratta del primo soggetto politico della storia Repubblicana che ha sede presso il Palazzo di giustizia della Corte di Cassazione). Ma poi il Comitato deve dare “attuazione alle direttive generali fissate dal Comitato direttivo centrale dell’Anm (Cdc), collaborerà con le commissioni istituite dal Cdc dell’Anm. Per giunta, tutti gli organi direttivi sono espressione dell’Anm. Il presidente esecutivo – quello vero, che ha la legale rappresentanza e il potere di firma – è Antonio Diella, magistrato componente del Cdc dell’Anm. I due vicepresidenti del Comitato, uno vicario e l’altro segretario, sono rispettivamente Marinella Graziano e Gerardo Giuliano, entrambi magistrati membri del Cdc dell’Anm. Mentre il tesoriere è la giudice Giulia Locati, anche lei componente del Cdc dell’Anm. Al Consiglio direttivo del Comitato, come se non fosse sufficiente la presenza del Comitato direttivo dell’Anm, partecipa anche il responsabile comunicazione dell’Anm (art. 5). Per rendersi conto di quanto la logica del Comitato referendario sia sovrapposta a quella dell’Anm, bisogna considerare che anche le varie articolazioni territoriali sono “composte di magistrati” e non sono suddivise sulla base della geografia amministrativa (regioni, province etc.) ma sulla base della geografia giudiziaria (distretti delle Corti di Appello). Per giunta, ogni articolazione territoriale deve seguire le linee guida del Consiglio direttivo e “coordinerà la sua attività anche con al Giunta esecutiva sezionale dell’Anm del distretto” (art. 11). Del Consiglio direttivo del Comitato fanno parte altre cinque persone: Domenico Pellegrini, Claudio Castelli, Bruno Di Marco, Marcello Maddalena, Francesco Menditto e Elena Riva Crugnola. A parte il primo, che è un membro del Cdc dell’Anm, gli altri quattro sono tutti magistrati in pensione che in passato sono stati ai vertici delle correnti della magistratura e dell’Anm.
Tutto deriva e dipende dall’Anm, eppure per Grosso il Comitato che rappresenta a livello onorario, non c’entra nulla con l’Anm: “E’ un soggetto giuridico del tutto separato e autonomo”. Si intravede, in questa affermazione surreale, una linea di continuità nel suo pensiero giuridico. Perché Grosso sostiene che anche se la riforma Nordio scolpisce nella Costituzione (art. 104) che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente”, è vero il contrario. Analogamente, anche se lo statuto del Comitato di cui fa parte stabilisce in 14 articoli una dipendenza totale dall’Anm, per lui è vero il contrario. Scripta volant, verba manent: è questa la grande lezione di Enrico Grosso, prof. di Diritto costituzionale e foglia di fico dell’Anm.
L'editoriale dell'elefantino