Ansa
L'editoriale dell'elefantino
Le giuste domande a cui rispondere Sì o No
La campagna dei sobri non ha bisogno di minacciare lo psichiatra. Basterebbe ricapitolare con serietà ma senza ambiguità la vera storia della giustizia in Italia, del modo in cui è stata amministrata, del suo conflitto con le istituzioni e la politica elettiva e della sua tutela corporativa
Prendono in giro il ministro Nordio perché da buon veneto ama bere, ma la campagna per la conferma con il Sì della riforma della giustizia è fatta con argomenti da sobri inveterati, e forse da astemi. Schlein e i suoi procuratori hanno scelto la solita via referendaria. Siete un po’ fascisti, attaccate la Costituzione e la democrazia, come voi votano piduisti e delinquenti, insomma la solita sconcertante filastrocca e il colloso blob di insulti vari, in nome del benpensantismo, che è già costato il trionfo del No quando si trattava di cambiare la forma di governo o il bicameralismo paritario, mica frescacce. Smettere ogni pudore non è sempre la via vincente, non è che i comitati del Sì debbano trasformarsi in Speakeasy, i bar illegali per lo spaccio di alcol dei tempi del proibizionismo; ma anche i toni verginali o i colpi solo in risposta non sono garanzia di successo, tutt’altro. Non c’è bisogno di minacciare lo psichiatra, nemmeno nei casi in cui la tracimazione del disprezzo antropologico e la messa in mora violenta delle opinioni avverse hanno i caratteri di una rincorsa un po’ folle alla denigrazione insensata degli elettori, insomma nei casi in cui qualche interrogativo clinico sarebbe di rigore. Basterebbe ricapitolare con serietà ma senza ambiguità la vera storia della giustizia in Italia, del modo in cui è stata amministrata, del suo conflitto con le istituzioni e la politica elettiva, della sua tutela corporativa attraverso l’irresponsabilità assoluta di una casta di funzionari del diritto che meritano protezione dai fuorilegge ma solo in quanto e se applicano la legge con imparzialità e scrupolo.
Raccontare storie di diritti negati e di negligenze e pregiudizi sotto la luce del sole, vicende che hanno dell’incredibile, elencare casi tipici della malagestione dei poteri di indagine, spiegare che l’autoritarismo e lo sfregio alle regole democratiche nascono spesso nelle procure che aggrediscono e distruggono persone e reputazioni a colpi di interviste, di propalazioni, di violazioni del segreto investigativo, di custodie cautelari in carcere di tipo afflittivo e inquisitorio: non è il contenuto di merito del referendum sulla riforma della giustizia? Insistere sul fatto che il referendum è una domandina su un iter burocratico, e non deve essere indebitamente aggiogato allo spirito barricadero dell’opposizione al governo, che peraltro se ne lava abbastanza le mani mettendosi fuori della sua portata, è una cosa che forse ha un senso, ma fino a un certo punto.
Separare le carriere di accusa e magistratura giudicante, e far fuori le correnti dagli organi di autogoverno, non è un modo marginale o indolore per ritoccare meccanismi da decenni entrati in crisi sotto gli occhi di tutti. Non è nemmeno una resa dei conti tra fazioni. E’ però la via maestra per arginare, se non respingere, l’esondazione della magistratura militante nel campo della democrazia e della Costituzione, ripristinando il primato perduto del legislativo, del potere delegato dagli elettori a chi li governa e a chi fa opposizione ai governi, un potere ben diviso e controbilanciato dalla Costituzione stessa che statuisce l’autonomia della magistratura come ordine professionale dei garanti della legalità, delle bocche della legge, secondo la formula di Calamandrei.
Insomma, è vero o no che da oltre trent’anni le avanguardie combattenti della magistratura politicizzata teorizzano e praticano, a colpi di violazione dei codici e di forzature delle norme procedurali, la famosa supplenza, cioè l’invasione di campo che umilia e tiene prigioniera la politica? Vero o no che un potere abnorme e gestito senza lo scrupolo della verifica e della responsabilità pretende di riscrivere la storia repubblicana, di intimidire singoli e gruppi, di affermare tendenze e linee politiche a colpi di arresti, di indagini temerarie, in una concezione della lotta alla corruzione che non ha niente a che vedere con l’applicazione severa e senza sconti della legge ordinaria? Vero o no che cittadini, imprese, persone, formazioni e istituzioni della Repubblica parlamentare e della società civile sono sottoposti alla gogna del circo mediatico e giudiziario, alla spuria alleanza tra forze che esercitano la manomissione delle più elementari regole del confronto civile? Parrebbe che anche e sopra tutto a queste domande si debba rispondere con un Sì o con un No.