Ansa
Bivio referendum
La Cassazione inguaia il governo sulla data del referendum. Ora è una corsa a ostacoli
La Suprema Corte ha accolto il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500 mila cittadini. La presidenza del Consiglio dovrà ora adottare un nuovo decreto di indizione del referendum scegliendo se mantenere la data del 22-23 marzo (ma rischiando altri ricorsi) o rinviare il voto
Roma. Sul referendum della giustizia ora il governo si trova di fronte a un bivio cruciale sul piano politico e istituzionale. Ad aprirlo è stata la decisione dell’ufficio centrale della Corte di Cassazione che ha accolto il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500 mila cittadini. Per la Suprema Corte il quesito avanzato dal comitato è più corretto sul piano tecnico e formale rispetto a quello proposto dai parlamentari, già ammesso in precedenza, che aveva portato all’indizione del referendum per il 22-23 marzo. Nell’ordinanza, depositata ieri, la Cassazione non si esprime sul possibile rinvio della data del referendum, specificando che la decisione spetta al governo. La presidenza del Consiglio dovrà ora adottare un nuovo decreto di indizione del referendum che preveda il nuovo quesito ammesso dalla Cassazione, ma sulla data dovrà scegliere quale strada percorrere: se confermare quella del 22 e 23 marzo, andando però incontro al rischio di un ricorso da parte del comitato dei giuristi, oppure rinviare la chiamata alle urne sulla base di un riconteggio dei termini, stabilendo così una nuova data che – conti alla mano – non potrà essere antecedente alla prima metà di aprile.
La decisione della Cassazione, giunta ieri sera, ha turbato la giornata della “trasversalità del Sì” promossa dall’Unione delle camere penali. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio era intervenuto, peraltro nel giorno del suo compleanno, all’evento organizzato dai penalisti. Il Guardasigilli si era lamentato per la politicizzazione subita dal referendum, che “si sta trasformando da un referendum sui contenuti a una scelta ‘governo Sì-governo No’, ‘Meloni Sì-Meloni No’”, aveva ribadito che “comunque vada non ci saranno conseguenze nei confronti del governo”, e aveva attaccato l’Associazione nazionale magistrati, che “ha rifiutato di confrontarsi con me in tv”.
L’evento voluto dall’Ucpi, guidata da Francesco Petrelli, è riuscito comunque nell’obiettivo di mostrare come il sostegno alla riforma Nordio vada ben al di là dei confini del centrodestra e della categoria degli avvocati penalisti. Significativi, in questo senso, gli interventi di tre procuratori di peso: quello di Parma, Alfonso D’Avino, quello di Lecce, Giuseppe Capoccia, e quello di Padova, Antonello Racanelli. Anche Natalia Ceccarelli, consigliera della Corte d’appello di Napoli e componente del Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati, ha annunciato il suo Sì, prendendo le distanze dal sindacato togato con parole forti (“Il correntismo ci ha privati della dignità della funzione”). Ma a loro si sono aggiunti tanti altri pubblici ministeri e giudici in servizio, come Giuliano Castiglia, Luigi Bobbio, Paolo Itri, Anna Gallucci, Edoardo D’Ambrosio, Massimo Vaccari, Catello Maresca.
Sul fronte politico, a sottolineare le ragioni del Sì – da sinistra – sono stati l’ex ministro dell’Interno e più volte sindaco di Catania Enzo Bianco (cofondatore della Margherita e poi del Partito democratico) e il costituzionalista Stefano Ceccanti, due volte parlamentare per il Pd.