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l'intervista
Caiazza frena Salvini: “Infelice legare le scarcerazioni di Torino al referendum sulla giustizia”
“Sarebbe opportuno sottrarsi a speculazioni dettate dalla cronaca e non inseguire il fronte del No sul loro terreno, che è quello di non discutere del contenuto della riforma”, dice il presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi
“Associare le decisioni della magistratura dopo gli scontri di Torino alla riforma della giustizia, come fa Matteo Salvini, è un’operazione infelice”. Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi, commenta in questo modo al Foglio le parole del leader leghista, che ha criticato la scarcerazione di tre persone coinvolte negli scontri avvenuti sabato a Torino durante la manifestazione a favore di Askatasuna, invitando subito dopo a barrare Sì alle urne del 22 e il 23 marzo: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al referendum sulla giustizia è un dovere morale”, ha affermato Salvini.
“In questo caso siamo di fronte a un provvedimento di un giudice, condivisibile o meno, che non ha accolto le richieste di un pubblico ministero, mostrando una certa indipendenza”, spiega Caiazza: “Non è una cosa frequente nel nostro paese. Mi permetto di sollecitare l’onorevole Salvini a riflettere sul fatto che questo non costituisce l’esempio migliore per la campagna per il Sì”. In generale, sottolinea l’ex presidente dell’Unione camere penali, “sarebbe opportuno sottrarsi a speculazioni dettate dalla cronaca e non inseguire il fronte del No sul loro terreno, che è quello di non discutere del contenuto della riforma”.
Per sostenere la bontà della riforma Nordio, dunque, meglio attenersi ai suoi contenuti, perché non farlo avrebbe l’effetto collaterale di delegittimare i suoi sostenitori. “Il Sì è forte se sa spiegare e valorizzare il contenuto della riforma”, ribadisce Caiazza, che insieme a Lorenzo Zilletti ha curato un libro (edito da Liberilibri) che va in questa direzione. Titolo: “La verità sulla riforma della magistratura. Perché è giusto votare Sì”. “Non è facile fare la classifica delle bugie attorno al referendum”, ammette il penalista. “Il fronte del No nasconde all’opinione pubblica un fatto che basterebbe da solo a spiegare le ragioni di questa riforma. Cioè che in tutto il mondo c’è la separazione delle carriere, noi siamo un’isolata eccezione”, aggiunge. Accanto all’Italia spuntano infatti paesi come Turchia, Bulgaria e Romania. E poi c’è il timore più sventolato dall’opposizione, finito addirittura su alcuni manifesti affissi in pubblico: “Dicono che la riforma preveda la sottoposizione del pm, o addirittura del giudice, alla politica. Ma è una grande mistificazione – spiega Caiazza – perché non solo non ce n’è traccia nella riforma, ma anzi è quest’ultima a impedirlo, rafforzando tutti i princìpi costituzionali che garantiscono l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere”.
Infine, il nodo più indigeribile per il fronte del No: il sorteggio per l’elezione del Consiglio superiore della magistratura: “Di fronte alla crisi della magistratura e all’ormai incontrollabile potere politico delle correnti sul Csm, non c’era un’altra soluzione”, dichiara Caiazza.
Questioni sì tecniche, ma essenziali per sciogliere i dubbi e arrivare preparati alle urne. E per schivare i tentativi più estremi di delegittimazione utilizzati da alcune parti dell’opposizione. Un video diffuso dal Pd addita come neofascista i sostenitori della riforma, comprese tutte quelle personalità che – proprio da sinistra – hanno annunciato che voteranno sì. “E’ vergognoso dimenticare che l’idea di separare le carriere nasce dentro la storia della sinistra italiana”, dice Caiazza. “Giuliano Vassalli, nel presentare alla stampa estera la riforma del codice del 1988 in senso accusatorio, spiegò che si trattava di una bellissima riforma, ma che senza mettere mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario dividendo le carriere sarebbe stata vanificata. Purtroppo è stato un buon profeta”. E ancora, la “Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema puntava moltissimo sulla separazione delle carriere, e anche il Pd durante la segreteria di Maurizio Martina era dello stesso avviso”, conclude Caiazza.