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l'editoriale del direttore

Il vero antifascismo è votare Sì

Claudio Cerasa

Scardinare i meccanismi corporativi introdotti dal Codice Rocco limitando i pieni poteri della magistratura è una battaglia contro i residui di un vero fascismo. Gli antifascisti miopi parlano di CasaPound per dribblare la realtà

La brillante iniziativa politica con cui il Partito democratico ha creato una simmetria molto suggestiva e molto originale (complimenti allo staff dei creativi) tra l’essere a favore del referendum costituzionale sulla giustizia e l’essere fascisti dichiarati con qualche passato da picchiatore (tesi del Pd: CasaPound vota Sì, dunque se voti No sei democratico e antifascista, se voti Sì sei fascista e amico di CasaPound) offre la possibilità di ragionare su almeno due questioni interessanti legate al tema del referendum.

La prima questione riguarda la sfera del grottesco e non può che strappare un sorriso pensare che nel Pd qualcuno creda davvero che un Augusto Barbera (ex presidente della Corte Costituzionale), un Cesare Mirabelli (ex presidente della Corte costituzionale), un Sabino Cassese (giudice emerito della Corte costituzionale), un Claudio Petruccioli (ex senatore del Pci) possano essere considerati come stelle polari della galassia neofascista per il loro splendido sostegno al referendum costituzionale (riforma e sorteggetto, fascista ancora più perfetto).

La seconda questione, ben più rilevante, riguarda un’amnesia volontaria che si è magicamente palesata nella memoria del fronte unico dell’antifascismo italiano. Il centrosinistra cerca da anni un modo per dimostrare che il centrodestra sia pericoloso in quanto fascista: fanno i moderati ma sempre quelli sono, con tutti quei busti che hanno in soggiorno. E in questo senso ogni occasione è buona per provare a versare benzina nell’unico motore che il fronte progressista è in grado di far funzionare (a forza di vedere nostalgici del fascismo ovunque, poi, spesso ci si dimentica di vedere i fascisti del presente, ma parlare di CasaPound è ovviamente più semplice che parlare di Putin o di Hamas). Il caso della riforma della giustizia, però, è un cortocircuito clamoroso per il fronte antifascista, perché ciò che il referendum costituzionale promette di cambiare è esattamente un ingranaggio del sistema giudiziario introdotto dai fascisti, quelli veri, ai tempi del Codice Rocco.

Nel caso specifico, l’Ordinamento giudiziario varato in pieno regime, il Regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, codifica l’idea di una magistratura come corpo unico, non come due funzioni distinte per natura. E in quel regio decreto, all’articolo 190, si afferma che la magistratura è unificata già all’origine – stesso concorso, stesso tirocinio, stesso ruolo di anzianità – e solo dopo si “distingue” relativamente alle funzioni: “giudicare” o “requirere”. La necessità di avere due mansioni interne allo stesso corpo, con passaggi possibili dall’una all’altra, secondo regole e valutazioni, è una logica coerente di una cultura autoritaria che sostiene le corporazioni, che diffida dei contrappesi e che preferisce dunque la compattezza del potere. E in questo senso oggi viene da sorridere a pensare che uno degli ultimi residui del fascismo nel nostro ordinamento (modificato nel 2007 con la riforma Mastella, ma solo marginalmente e non nella previsione di una magistratura con carriere unificate) sia difeso con le unghie e con i denti dai nostri antifascisti immaginari, a partire dall’Anpi, che il fascismo evidentemente lo vedono solo quando fa comodo al proprio algoritmo: quello dell’indignazione facile.

Se si vuole dunque davvero ragionare su cosa sia oggi l’antifascismo quando si parla di giustizia bisognerebbe avere il coraggio di dire che rafforzare la terzietà del giudice e ridurre la logica del “corpo unico” è una grande battaglia antifascista. Che avere una magistratura meno ostaggio delle correnti è un modo per combattere il corporativismo che rende i magistrati dotati di poteri pieni e dunque irresponsabili. Che avere un Csm distinto per i pm e uno per i giudici significa spezzare l’idea di un unico centro di potere interno che governa tutto insieme. Che spostare la valutazione dei pm e dei giudici fuori dal Csm e dunque fuori dalle corporazioni introduce un contrappeso al potere indiscriminato dei magistrati che permette di colpire ulteriormente un impianto autoritario e corporativo ereditato dal fascismo. Riformare la giustizia, da questo punto di vista, è un’eredità della migliore cultura di sinistra. Non solo perché tende a rendere effettivo un principio già scritto in Costituzione – la terzietà del giudice, richiamata dall’articolo 111 – ma anche perché è, in fondo, la prosecuzione coerente della riforma Vassalli: quella che ha provato a spostare il processo dal modello inquisitorio a un modello più accusatorio, più trasparente, più equilibrato, in cui l’accusa e la difesa si confrontano davanti a un giudice davvero terzo. Le migliori menti riformiste e progressiste del passato, a cui giustamente si richiamano oggi molti ex presidenti della Corte costituzionale, non sappiamo se in combutta con CasaPound, sanno che riequilibrare i poteri della magistratura non significa “attaccare i giudici”, ma significa difendere lo stato di diritto: introducendo contrappesi, riducendo l’arbitrio dei pubblici ministeri, limitando la logica del corpo chiuso, con la logica, antifascista, di combattere i meccanismi del potere senza freni. E dunque la domanda è d’obbligo: i veri antifascisti oggi sono tra coloro che vogliono riequilibrare un sistema che può produrre autoritarismo o sono tra coloro che, in nome dell’antifascismo, sognano di lasciare quel potere così come venne strutturato ai tempi del fascismo?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.