Giuseppe Governale (foto Ansa)
l'intervista
"Saviano sbaglia, la riforma Nordio non indebolisce la lotta ai clan". Parla l'ex capo della Dia Governale
Giuseppe Governale, ex direttore della Direzione investigativa antimafia: "La tesi di Saviano si basa su una logica fallace. I poteri del pubblico ministero non vengono in alcun modo intaccati dalla riforma costituzionale, quindi non si può sostenere che il contrasto alla mafia viene indebolita"
“La tesi di Roberto Saviano, secondo cui la riforma costituzionale della giustizia indebolisce la lotta alla mafia, mi sembra basata su un procedimento logico fallace. La figura del pubblico ministero non viene in alcun modo intaccata dalla riforma costituzionale, di conseguenza non si può sostenere che la lotta alla mafia viene indebolita. Insomma, la conclusione si basa su un presupposto sbagliato”. A parlare, intervistato dal Foglio, è Giuseppe Governale, comandante del Ros dei Carabinieri dal 2015 al 2017 e direttore della Direzione investigativa antimafia (Dia) dal 2017 al 2020, per 46 anni in servizio nell’Arma dei Carabinieri. Visti i prestigiosi incarichi istituzionali rivestiti, Governale ritiene opportuno non esprimere valutazioni politiche sulla riforma. Ci tiene, però, a offrire la sua visione tecnica su una questione così delicata.
“La riforma del codice di procedura penale del 1989 ha attribuito al pm specifici poteri di iniziativa delle indagini e di ricerca delle notizie di reato. Questi poteri non vengono in alcun modo scalfiti dalla separazione delle carriere, quindi trovo azzardato sostenere che, se la riforma Nordio venisse approvata al referendum, la lotta ai clan sarebbe indebolita”, spiega Governale. Eppure Saviano nei giorni scorsi su Repubblica ha attaccato la riforma, dicendo che questa “rende il pm più isolato, più esposto, più governabile”. “Ma sulla base di quale elemento lo sostiene?”, si chiede l’ex direttore della Dia. “Il potere di accertamento dei reati da parte del pm non cambia. Inoltre, la separazione delle carriere è la regola negli ordinamenti europei, e non mi risulta che ciò abbia mai comportato un indebolimento del contrasto alla criminalità organizzata o ai reati economici”.
Non solo la riforma Nordio non intacca i poteri del pubblico ministero, ma, sottolinea il generale Governale, “il provvedimento non modifica in alcun modo il codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011), che consente alla magistratura di aggredire le mafie attraverso l’adozione di misure di prevenzione patrimoniali”. “Ricordo, peraltro, che il codice antimafia è stato emanato durante un governo di centrodestra, quindi non si può neanche sostenere che c’è una parte politica che ha interesse a indebolire gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata e un’altra che invece li vorrebbe difendere”, dice Governale.
Anzi, è proprio sul fronte delle misure di prevenzione (come il sequestro e la confisca) che è possibile cogliere una conseguenza sicuramente positiva determinata dalla separazione delle carriere: “Si tratta di procedure estremamente complesse e delicate, che si basano sul ribaltamento dell’onere della prova – spiega l’ex capo della Dia –. Non è il pubblico ministero che deve provare l’accusa, ma l’incolpato che deve provare la sua innocenza, tant’è che ci sono stati casi di persone che si sono rivelate innocenti sul piano penale ma alle quali i patrimoni sono stati comunque sequestrati o confiscati. Dunque, è fondamentale che sia garantita piena terzietà al giudice, chiamato a controllare decisioni altamente invasive”.
“Non c’è dubbio che la separazione delle carriere va nella direzione del rafforzamento della terzietà del giudice, sia sul piano sostanziale sia su quello dell’immagine esterna”, afferma Governale. “Il cittadino deve essere consapevole che il giudice è terzo e che non esiste nessuna commistione tra lui e il pubblico ministero. Non a caso, se prima della riforma del processo del 1989 il pm sedeva a fianco al giudice, dopo la riforma il pm è stato posto sullo stesso livello del difensore dell’imputato. Il cittadino deve essere rassicurato dallo stato sul fatto che accusa e difesa sono poste sullo stesso piano”. “Purtroppo, nonostante la riforma del 1989 oggi non è così. La gente comune molto spesso confonde il pm con il giudice e viceversa, ma non accade mai che un giudice sia confuso con un avvocato. Molte volte si è sentito parlare, in modo sbagliato, del ‘giudice Di Pietro’, nonostante egli svolgesse le funzioni di pm. Ma non si è mai sentito parlare, per esempio, del ‘giudice Coppi’”, rimarca Governale, citando il noto penalista.
In definitiva, “la separazione delle carriere non è una riforma della postura antimafia, né in senso positivo né in senso negativo. E’ una riforma che riguarda l’equilibrio del processo penale e la terzietà del giudice. Attribuirle un valore salvifico o distruttivo nella lotta alle mafie significa caricarla di un significato che non le appartiene”, conclude Governale.