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Tesi allarmistiche

Il ritorno di Saviano a Rep e il nuovo schema contro il Sì al referendum sulla giustizia

Maurizio Crippa

Dice lo scrittore: pm e giudici devono giocare a tenaglia, sennò vince la mafia. Può sembrare solo una bizzarria logica, ma in verità è un'idea frutto di una concezione della giustizia completamente sbilanciata sul lato di un potere inquisitorio che si fa allo stesso tempo giudicante

Fra due giorni a mezzanotte si chiude il calciomercato invernale, l’unica faccenda di separazione di carriere tra brocchi e campioni che agli italiani interessi davvero. E Urbano Cairo, uomo di calcio tanto quanto di editoria, l’ultima finestra non la lascia chiudere invano. Vengono al dunque come cambiali i prestiti con diritto di riscatto come piani quinquennali, e chi ha dato ha dato. Gli informati di calciomercato hanno preso nota che deve essere arrivato a fine prestito, nella squadra giornalisti di Cairo, il contratto di Roberto Saviano, giunto in Via Solferino nel gennaio del 2021. Poche presenze, non tantissimi gol, sull’ingaggio non è elegante strologare; ma insomma l’opzione di diritto di riscatto non è stata esercitata. Da ieri Saviano è tornato a firmare articoli di peso per la vecchia squadra, quella di Repubblica. Spalla in prima pagina, “Le idee”. Foto nel tondo, grinta da bomber che ha appena fatto gol. Il primo gol della stagione 2026 è un ritorno allo schema conosciuto, ma con la variante del momento: “Al referendum il sì indebolisce la lotta alla mafie”.

 

La riforma Nordio è come il mantello di Voldemort, maledizione che copre tutto, il Sì è responsabile di ogni nefandezza. La separazione delle carriere indebolisce la lotta alle mafie, ma potrebbe anche essere responsabile del cambiamento climatico, e perché no della caduta dei capelli. Narrate, o sostenitori del Csm unico, la vostra storia. Peccato che, come spesso con Saviano, gran talento della narrazione di mondi in cui tutto è mafia, crimine finanziario, sistemi opachi e collusioni occulte, la sua tesi allarmistica coincida con la sua enunciazione, e lì si fermi. “Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia”. Da lì si apre, nell’articolo, una serie di considerazioni che Saviano considera forse autoevidenti, ma non hanno invece base fattuale. Ad esempio, è l’enunciato centrale: “Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura… rende più difficile colpire il potere mafioso”. La difficoltà di colpire il potere mafioso, va bene. Ma la separazione delle carriere tra magistrato inquirente e giudice, o addirittura il sorteggio al Csm, di preciso cosa c’entra? Che cosa c’entra il fatto che il campo d’azione della mafia siano “l’economia, gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi”?

 

Saviano non spiega, ma dà per indubitabile che “votare sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie”. Può sembrare solo una insistita bizzarria logica, ma in verità le idee di Saviano sono il frutto di una concezione della giustizia, della macchina giudiziaria, non solo sua, completamente sbilanciata sul lato di un potere inquisitorio che si fa allo stesso tempo giudicante. O molto appresso a questo. Dice infatti: “Una magistratura più divisa è più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace”. Intende dire che pm e giudice devono non tanto essere dalla stessa parte, nel senso dalla parte della legalità – e ci mancherebbe – ma uniti in una costante azione a tenaglia, tu accusi e io confermo. Ma la giustizia è una bilancia, le tenaglie si usano per la tortura. “Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo”. O forse significa garantire all’imputato terzietà di giudizio. Questo pensa Saviano, e altro ancora. Tra cui che, oggi la lotta alla mafia funzioni benissimo. Ma basta guardare gli score di certuni suoi amici pm o procuratori, per capire che nemmeno questo è vero.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"