Ansa
C'è chi dice no
Il ddl stupri ha ottenuto che finalmente il diniego di una donna avrà un valore
Le polemiche sul nuovo testo della senatrice Giulia Bongiorno si concentrano sulla sostituzione del termine consenso con dissenso. Ma la vera questione è la crescente valorizzazione della parola delle donne, la cui volontà, espressa nel rifiuto, deve essere rispettata e tutelata in tribunale
Se si leggono le critiche della stampa e le dichiarazioni di fuoco contro il nuovo testo proposto dalla senatrice Giulia Bongiorno al ddl sullo stupro, già passato alla Camera, viene da pensare che il problema non sia – come invece è – quello del cambiamento della parte sulla quale grava l’onere della prova delle colpevolezza (cioè come è logico sull’accusatore e non già sull’accusato, in obbedienza, tra l’altro, a quanto prevede la legislazione italiana), ma viene da pensare che a fare scandalo sia soprattutto la scomparsa del termine “consenso” richiesto prima, sostituito ora da quello di “dissenso”. Nella sostanza, mentre secondo il testo precedente l’uomo doveva attendere che la donna esprimesse la propria volontà con un sì, ora deve fermarsi se la donna dice un no. Appunto: il dissenso invece del consenso. Non si capisce dove sia nella realtà delle cose la grande differenza, anche perché i tempi in cui si pensava che le donne dicessero no anche quando volevano dire sì per sembrare virtuose sono passati da un pezzo. E anche perché, come è sempre stato, nei casi di assenza di testimoni, cioè quasi tutti, si tratta sempre della parola dell’uno contro la parola dell’altro, e oggi come oggi davanti a una giuria la parola della donna varrà sempre o quasi più di quella dell’uomo.
Non è un caso però che invece di affrontare questo o quell’aspetto di una tematica per sua natura così complessa la sinistra abbia concentrato le sue bordate solo su un aspetto: la scomparsa della parola consenso dal testo legislativo. Negli ultimi anni, infatti, capita che si faccia un uso sempre più largo, se non un abuso, del termine consenso. Termine che viene giudicato fondamentale per definire il corretto esercizio dei diritti individuali, i quali, come si sa, stanno diventando un ambito tendenzialmente illimitato: o, meglio, con un solo limite, quello appunto del consenso di tutte le persone a qualsiasi titolo coinvolte nell’esercizio di cui sopra. Consenso che però si suppone sempre libero e spontaneo, anche se tutti sappiamo che ogni vita umana è legata da mille relazioni che la condizionano, e che quindi ne influenzano, volenti o nolenti, il consenso. Ma in molti paesi, invece, basta un sì, un consenso comunque dato e ottenuto, indipendentemente da ogni contesto di vita, di relazione, di esperienza, per aiutare a morire o uccidere un essere umano, per usare l’utero di una donna come una incubatrice e poi prendersi il figlio che essa partorisce, per andare in giro con un velo totale che non permette di riconoscere la persona nascosta dietro quel pezzo di stoffa, o magari per autorizzare da parte di una madre la mutilazione genitale di una figlia.
Esiste insomma un consenso troppo comodo e facilmente ottenibile, magari con un po’ di pressione, mentre il dissenso richiede certo più fatica ma proprio per questo in un certo senso mi sembra un segnale più attendibile della libertà di scelta. Chi dice no sa quello che dice e perché lo dice, chi dice sì, invece, accetta spesso quello che gli viene detto, quello che viene spinto a dire, in certo senso non fa che adeguarsi. Il vero risultato che le donne, con le loro battaglie, hanno ottenuto è che la loro parola oggi è ascoltata, e che quindi il loro no – il loro eventuale dissenso – è oggi un valore da rispettare e che ogni violento che non lo rispetta deve essere giudicato e punito. Certo, neppure la proposta di modifica della senatrice Bongiorno può mettere al sicuro da situazioni di negata giustizia, d’indebita colpevolizzazione delle donne, peraltro per fortuna sempre meno frequenti. Ma ciò che importa, ripeto, è la conquistata eguaglianza nel trattamento giuridico.