L'editoriale dell'elefantino
Mozzorecchi in guanti bianchi a Crans-Montana
Dal garantismo sussiegoso alla bestialità demagogica. Il governo muove guerra diplomatica e morale alla Svizzera perché un tribunale fissa una cauzione per la libertà degli indagati. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna per i presunti colpevoli
Tanto valeva impiccare i coniugi Moretti al primo albero. Una cosa spiccia ma agile, semplice, corrispondente al sentimento generale verso il capro espiatorio prima e al di là di ogni regola e accertamento di responsabilità. Siamo un paese folle, costruito sulla gogna pubblica per i presunti colpevoli e sull’unità operativa e di carriera di chi accusa e di chi giudica, abbiamo l’abominio rigurgitante del carcere afflitto dalla piaga della custodia preventiva, e nel pieno di un referendum che si vuole riformatore della giustizia sommaria il governo si improvvisa sceriffo. Il capo del governo e il ministro degli Esteri, figlioccio di Silvio Berlusconi e di trent’anni di guerra intorno alle esondazioni della giustizia e al penalismo politico vendicativo, suffragato dalle lamentazioni delle tricoteuses, muovono guerra diplomatica e morale alla Svizzera perché un tribunale del riesame fissa una cauzione per la libertà personale dei due indagati per l’incendio e la strage dei ragazzi a Capodanno. Si grida all’oltraggio per la memoria delle vittime e per il dolore dei sopravvissuti. Come si faccia a passare con tanta disinvoltura dal garantismo sussiegoso alla bestialità demagogica è un mistero che l’orrore per quanto accaduto a Crans-Montana, per il sospetto che l’incendio devastante in un locale notturno risalga a responsabilità dovute all’avidità di profitto, non arrivano a dissipare e chiarire.
Lo scandalo sarebbe e sarà, eventualmente, la conduzione omissiva delle indagini, la mancata puntuale, stringente, ricostruzione dei fatti e delle cause, la messa in questione del rispetto di quei controlli che, lo si è visto dopo il caso tragico di Crans, non si fanno con rigore non solo sulle Alpi a San Silvestro ma nemmeno nell’ordinaria vita notturna del Piper Club a via Tagliamento, Roma, e in chissà quanti altri luoghi di intrattenimento. Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo, inventarsi un sistema di complicità ambientale e processarlo per vie brevi, sommariamente, perché si possa sanare l’inquietudine, lenire la rabbia e la sacrosanta volontà di giustizia della comunità offesa, garantendo nel contempo un consenso facile truce immediato a chi la spara più grossa, a chi per primo fornisce la corda per appendere alle sue responsabilità il fuorilegge del momento e magari il sistema e le classi dirigenti della Svizzera presunta colpevole.
Il dramma nel dramma è l’educazione collettiva perversamente orientata a insinuare invece che accertare, il dilagare delle frasi e delle immagini a effetto sicuro, la diffusione del sospetto come anticamera e salone delle feste investigative. I feriti sono ancora nelle situazioni di emergenza, il numero di vite rovinate e tuttora in pericolo è altissimo, le lacrime sono un mare o un lago di montagna, e il rispetto per tutto questo dolore dovrebbe risolversi nell’accanita e puntigliosa ricerca della verità, niente che dipenda dalla decisione giurisdizionale sulla libertà personale di due indagati, che può essere in sé, giuridicamente, giusta o sbagliata, ma che non è giusto combattere con argomenti da mozzorecchi in guanti bianchi da ambasciatori.
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