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Cortocircuiti

Di martedì appuntamento con la disinformazione: parla Gratteri

Luciano Capone

Ospite fisso di Floris, il procuratore attacca la riforma Nordio senza contraddittorio e inanella sfondoni: dai numeri sui costi del doppio Csm fino ai paragoni distorti con gli Stati Uniti. E sulla vicenda Maduro rilancia una ricostruzione infondata

Ormai il martedì è l’appuntamento di Nicola Gratteri con la disinformazione. Non nel senso che il procuratore di Napoli la contrasta, ma perché la diffonde. Ospite fisso di Giovanni Floris a “Dimartedì”, il magistrato sproloquia sempre senza contraddittorio sulla riforma della giustizia e sulla politica internazionale inanellando sfondoni. Ma sempre con l’assoluta certezza di chi sa di avere la verità rivelata. Neppure la figuraccia per la declamazione della falsa intervista di Giovanni Falcone contro la separazione delle carriere è servita. Come non è servito lo svarione geopolitico sulla Colombia, definita “unico alleato fedele degli Stati Uniti” mentre Trump minacciava il presidente colombiano Petro che si dice, addirittura, pronto a “riprendere le armi”. 

No, la cautela non fa parte del personaggio. E così Gratteri, frontman della campagna referendaria per il No alla riforma Nordio, sgancia in scioltezza affermazioni false o ragionamenti illogici. Ci sono aspetti banali, come quando gli viene chiesto cosa comporterebbe la nascita di un secondo Csm per dividere, come previsto dalla riforma costituzionale, i pm dai giudici. “Abbiamo anche fatto i conti, aumenterebbe la spesa di 100 milioni di euro”. Se non parla di se stesso con la prima persona plurale come il Mago Otelma, con quel “noi” Gratteri dovrebbe riferirsi ai conti fatti dall’Anm. Che, pur essendo parte attiva nella delegittimazione della riforma, calcola i costi aggiuntivi nell’ordine di 70 milioni di euro: il 30 per cento in meno di quanto dice Gratteri, che tende sempre un po’ a esagerare.

Con i numeri non va forte, ma neppure con la logica. La tesi di chi sostiene la riforma è che la separazione istituzionale dei pm dai giudici garantirebbe maggiore terzietà e trasparenza. “E l’avvocato amico del giudice? – risponde Gratteri – Il giudice che va a farsi il bagno nella piscina della villa dell’avvocato ricco con quale referendum lo risolviamo? La gente pensa che tutti hanno un prezzo? Che le persone si possono comprare?”. La tesi, quindi, è che non sono le modifiche all’assetto istituzionale che garantiscono autonomia, indipendenza e terzietà dei magistrati ma l’etica individuale. Ma questa visione è incompatibile con la tesi, sostenuta da Gratteri, che la riforma produrrebbe dei magistrati sottomessi alla politica. Che succede, all’improvviso dopo il referendum, quegli stessi integerrimi pm perderebbero le qualità morali dell’autonomia e dell’indipendenza?

Ma oltra ai numeri sballati e alle tesi illogiche, Gratteri si lancia anche in affermazioni completamente false. Cosa succede, chiede Floris, se il referendum conferma la riforma? “Se passa il sì ci avviciniamo a un sistema come negli Stati Uniti” che non sono un paese “democratico”: “Il pubblico ministero negli Stati Uniti non è un magistrato di carriera, sta lì dieci anni e poi pensa di essere assunto in una multinazionale. Ha visto il pm in Svizzera? Non è un pm di professione, non è uno che ha fatto un concorso”. Al netto delle semplificazioni sui sistemi giudiziari di Usa e Svizzera, che sono comunque due paesi civili e democratici, si tratta di affermazioni completamente false. La riforma Nordio non avvicina minimamente il sistema a quello americano: i pm e i giudici, sebbene separati, restano professionisti di carriera autonomi e indipendenti, non vengono cioè eletti dai cittadini né nominati dal governo ma selezionati attraverso concorso e vengono governati dal rispettivo Csm.

Ma Gratteri non si ferma e descrive in maniera caricaturale la giustizia americana partendo dal caso di cronaca e di politica internazionale più attuale e rilevante. “Stiamo vedendo Trump come si sta scegliendo i magistrati – dice –. Per processare Maduro non c’è stato un giudice naturale... il processo non si fa dove si presume abbia commesso il reato. No, viene nominato uno ad hoc. E chi lo nomina? Chi lo ha scelto? Le sembra un criterio di democrazia?”. Un’altra falsità. Maduro verrà processato nel Southern district di New York (Sdny) non perché è il più servile nei confronti di Trump, ma perché è il più specializzato: il suo acronimo Sdny è spesso tradotto in “Sovereign district of New York”, proprio per sottolineare l’indipendenza assoluta dei magistrati dall’influenza di Washington. Inoltre, è la procura che già nel 2020 aveva svolto le prime indagini su Maduro per traffico di droga, su cui si basa il processo attuale al dittatore e a sua moglie Cilia Flores.

Per giunta lo Sdny, dove storicamente si sono svolti grandi processi per narcotraffico, si è occupato già di procedimenti giudiziari collegati a quello di Maduro, come la condanna a 18 anni per traffico di droga di due suoi nipoti nel 2016; e, più recentemente, è stata la volta dell’ex capo dei servizi segreti venezuelani, Hugo “El Pollo” Carvajal, che un anno fa si è già dichiarato colpevole per reati di narcoterrorismo e che, molto probabilmente, sarà un testimone chiave nel processo contro Maduro e consorte. Nessuna “nomina ad hoc”: il distretto meridionale di New York è stato per l’Amministrazione Trump una scelta naturale, quasi obbligata. Proprio come dovrebbe essere la scelta di non dire bugie per un magistrato.

 

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali