“Caro Mattarella, ma si può ancora presiedere questo Csm?”

Annalisa Chirico

“Stiamo osservando il ripiegamento corporativo di una categoria che mira alla propria sopravvivenza”. Parla l’avvocato Coppi

Roma. “Si è superato ogni limite di decenza, il presidente della Repubblica dovrebbe rifiutarsi di presiedere questo Csm”, è tranchant il professore Franco Coppi. “Nel 1985 il presidente Cossiga ingaggiò un braccio di ferro istituzionale con l’allora vicepresidente del Csm Giovanni Galloni; all’apice dello scontro, fece affluire le camionette dei carabinieri in piazza Indipendenza. Lei s’immagini i carabinieri in assetto antisommossa, con gli elmetti calati in testa, pronti a sfondare il portone se solo Cossiga, in quanto capo dello Stato, lo avesse ordinato…”. L’avvocato evoca l’episodio con toni epici e divertiti. La carica, com’è noto, non avvenne, il portone restò integro.

 

“Oggi, come allora, servirebbe un gesto forte. Il presidente Mattarella non ha il potere di sciogliere l’organo ma può dire: io non intendo presiedere questo Csm”. Le ultime rivelazioni sui mercanteggiamenti tra magistratura e politica lo hanno indignato, non scandalizzato (“Erano cose note e stranote”). “Il sistema giudiziario versa in uno stato di degrado, senza scampo. A leggere le trascrizioni di certe conversazioni tra magistrati, rabbrividisco. Un linguaggio osceno, turpe. Non esiste più autorevolezza, non si avverte più la gravità del ruolo. Io, quando indosso la toga, mi emoziono ancora”. Sulla graticola è finito, di nuovo, il correntismo. “E’ un discorso che non mi appassiona. La formazione delle correnti è inevitabile. Se tra ottomila persone nascono gruppi che si riconoscono in una certa visione e cercano perciò di eleggere i propri vertici negli organi di rappresentanza, mi sembra un fatto normale. L’elemento patologico invece si manifesta quando si offre il sostegno a questo o a quel candidato in cambio di una sentenza o altra utilità. E la cosa peggiore è che la politica, già minoritaria nella componente ‘laica’ in seno al Csm, sembra inseguire i magistrati lungo i sentieri più impervi. Ma i cittadini come possono fidarsi di ‘questa’ giustizia?”.

 

Il piatto forte sono sempre le nomine. “Si parla da decenni di come riformare un sistema di selezione che non funziona. L’ordine giudiziario rappresenta l’unica professione alla quale accedi sapendo sin dal principio che, indipendentemente dalla tua futura condotta, arriverai a ricoprire l’incarico più alto per via dello scorrere del tempo. Le progressioni di carriera, legate all’età, sono praticamente automatiche. Le valutazioni di professionalità sono una mera formalità. Non può destare sorpresa, allora, il ripiegamento corporativo di una categoria che mira essenzialmente alla propria sopravvivenza”.

 

Come se ne esce? “Non cambierà nulla neanche stavolta. Una soluzione ci sarebbe ma la politica appare paralizzata. Se al Csm venisse lasciata la sola funzione disciplinare e il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi fosse affidato a un organo diverso, non ci sarebbe più la corsa a farsi eleggere. Il compito di nominare procuratori capi, aggiunti e presidenti di sezione potrebbe essere assegnato a un collegio di giudizi costituzionali, integrati con il primo presidente della Cassazione e con il procuratore generale, insomma figure avanti nella carriera e perciò meno sensibili alle pressioni esterne”. La sezione disciplinare del Csm ha armi spuntate. “Le leggi le fa il Parlamento e, se il legislatore volesse, potrebbe assegnare all’organo di autogoverno strumenti più incisivi”. Siamo ormai abituati alle partecipazioni televisive di consiglieri che si atteggiano a opinionisti esperti. “Un magistrato ha il dovere della continenza. Lo imporrebbe anche il codice deontologico ma si è perso il codice, figurarsi la deontologia. Se fossi al posto dell’attuale vicepresidente del Csm, di fronte alle esternazioni pubbliche di taluni magistrati pretenderei dimissioni immediate. La presunzione di colpevolezza verso chicchessia fa a pugni con il dettato costituzionale, ancor più se tali illazioni provengono da un alto magistrato”.

 

Le sue parole distillano un senso di rassegnazione. “Non sono rassegnato ma sfiduciato. Forse qualcosa cambierà quando io non ci sarò più. Mi guardo attorno nelle aule giudiziarie dove circolano magistrati armati di spray disinfettante e giudicesse munite di mascherine in pendant con l’abito, e provo nostalgia per giuristi del calibro di Giuliano Vassalli, Giovanni Conso, Francesco Carnelutti, Franco Cordero. I tribunali versano in uno stato penoso, a causa della crisi pandemica migliaia di udienze saranno celebrate forse a settembre, ottobre, o chissà quando. Ma una giustizia rinviata è una giustizia negata. Gli arretrati aumentano e manca una visione, manca una politica giudiziaria degna di questo nome. Vedo molta improvvisazione”. Tra rivolte in carcere, boss scarcerati e nomine contestate, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è finito nell’occhio del ciclone. “Essere avvocato o giurista non è garanzia di successo quando si va a ricoprire un incarico come quello del ministro della Giustizia. Rimpiango un guardasigilli come Guido Gonella, democristiano, di professione giornalista. Tra i più recenti, anche il leghista Roberto Castelli, ingegnere, non mi è dispiaciuto: lui almeno studiava, s’informava, sapeva di cosa parlava”.

 

Questa classe dirigente un po’ ringiovanita l’ha deluso. “Carnelutti, scomparso quasi novantenne, è stato, fino alla fine, un pensatore brillante. Oggi osservo una schiera di giovani assai poco lucidi. Benedetto Croce diceva che il meglio che ha da fare la gioventù è invecchiare il più presto possibile. Bettino Craxi frequentava le parrocchie socialiste, la Dc poteva contare sulla Fuci e sull’Azione Cattolica, Giulio Andreotti fu scovato da Alcide De Gasperi mentre scriveva la tesi di laurea alla Biblioteca Vaticana. Quanto avrebbero giovato gli studi al nostro attuale ministro degli Esteri? Anche se va di moda promuovere in incarichi importanti persone prive di titoli, noi dobbiamo ricordare alle giovani generazioni il valore della conoscenza e del sacrificio”. Come giudica l’azione di governo? “Temo che ci sia una generale sottovalutazione dei rischi. Tassisti, camerieri, negozianti, dopo tre mesi di stallo, non hanno i soldi per la spesa. Il pericolo di disordini sociali a settembre, quando il blocco dei licenziamenti sarà terminato, è reale. Ci vorrebbe un esecutivo forte, pienamente legittimato, per guidare il paese fuori dal guado. Invece certe iniziative del governo mi sembrano scriteriate, quasi irrazionali. I miei nipoti seguono le lezioni da remoto perché le scuole sono rimaste chiuse ma poi apprendo che i ministri litigano e si accapigliano per aprire almeno l’ultimo giorno di scuola…mah. Alcune centinaia di condannati per criminalità organizzata sono stati ammessi ai domiciliari per paura del contagio. Un detenuto, le cui condizioni di salute siano incompatibili con la detenzione, ha il sacrosanto diritto di essere trasferito in una struttura apposita, com’è accaduto a Provenzano, tenuto per mesi in un letto d’ospedale seppur incapace di intendere e di volere. Ma che motivazione è la ‘paura del contagio’? Ho ragione di ritenere che pure i poveri cristi, finiti in carcere per un furterello, abbiano paura di contagiarsi…e che facciamo? Li mandiamo tutti a casa?”.

 

Nei mesi di confinamento, abbiamo vissuto la negazione del contatto e la rivincita della tecnologia. “Le confesso che mi mancano i baci e gli abbracci dei miei nipoti, parlarsi a distanza non è la stessa cosa. Rifuggo la mitizzazione del tecnologico: s’illude chi ritiene che ogni attività umana possa essere trasferita in Rete. In ambito giudiziario, per esempio, il processo da remoto ha limiti insuperabili: l’oralità si avvale di espedienti retorici non replicabili attraverso un monitor. Nel corso di un esame incrociato, come puoi incalzare un teste o interrompere il collega fissando una webcam e alzando un ditino?”. Il virus può essere letale sulle persone anziane, eppure lei continua a condurre una vita normale, va in tribunale e incontra molte persone. “Sono fatalista, e continuo a pensare che si possano correre dei rischi per conservare la propria umanità. Una vita senza il contatto con gli altri che vita sarebbe? Cerco, ovviamente, di tenere le distanze, di proteggermi per quanto possibile, ma non sopporterei di vivere sigillato tra le mura domestiche. Non ho paura del virus, e neanche di morire. E poi mi incuriosisce provare a immaginare quel che ci attende nell’aldilà. Ammesso che qualcosa esista”.

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