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Adriana Cavarero,
democrazia sorgiva

Nell’ultimo libro, edito da Raffaello Cortina, la filosofa riflette sul pensiero politico di Hannah Arendt e su una parola, sempre al centro del dibattito, che sembra aver bisogno di un aggettivo. Diretta? Radicale? Anarchica? Insorgente? Selvaggia? Antagonistica? Lo scavo sui testi di Zola, Pasternak, Barthes e, soprattutto, di Canetti aiuta a recuperarne il senso vero, di una felicità creativa e generativa dell’inizio

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

9 Ottobre 2019 alle 15:27

Adriana Cavarero,democrazia sorgiva

Adriana Cavarero

Quando arriva in libreria un libro di Adriana Cavarero, devi comprarlo, mettere da parte ciò che stai facendo, sederti comodamente e leggerlo, perché ti aiuta a riflettere e, dopo la riflessione, che non è poco, persino a essere migliore, ad avere pensieri migliori. Non è una seduta psicoanalitica, ma è comunque uno scavo profondo sul tema. Democrazia sorgiva. Note sul pensiero politico di Hannah Arendt, edito da Raffaello Cortina, è uno scavo su una parola, democrazia, che ci accompagna e  tradisce, ci fa sperare e allarma. Quale democrazia? Quella così, democrazia e basta, o quella seguita da un aggettivo? La democrazia radicale di Judith Butler o la democrazia anarchica di Jacques Rancière, la democrazia insorgente di Miguel Abensour o la democrazia selvaggia di Claude Lefort, la democrazia democratizzata di Étienne Balibar o la democrazia antagonistica di Chantal Mouffe? O la tanto decantata democrazia diretta?

Calma, sembra dirci Cavarero. È vero che “il bisogno dell’aggettivo sta a segnalare la difficoltà di parlare, oggi come un tempo, di democrazia senza correre il rischio che la parola venga immediatamente a designare una forma di governo, un regime politico, un certo assetto istituzionale, se non uno stile di vita o un’organizzazione sociale. Anche il linguaggio politico ordinario tende del resto ad aggettivare la democrazia, definendola, a seconda dei casi, rappresentativa, liberale, parlamentare, popolare, elettorale, formale, reale o in altri modi ancora”, ma cerchiamo di tornare ad Arendt o di stare su Arendt. Lei “usa raramente il termine ‘democrazia’. […] Ricorre, se mai - in testi minori e con chiaro intento semplificatorio -, all’espressione ‘democrazia partecipativa’, mettendola fra virgolette”.

Anche sul termine ‘politica’, Cavarero apre un distinguo fondamentale. Ciò che la tradizione occidentale, da Platone in poi, chiama ‘politica’, per Arendt è una definizione indebita. Dove si lotta per il potere, dov'è in gioco la questione di chi domina e di chi è dominato, non è politica. La politica, per Arendt, “implica una pluralità di attori, allo stesso tempo uguali e distanti, e nasce fra ‘gli uomini in quanto si muovono nell’ambito che è fra loro’ la politica nasce nell’infra, e si afferma come relazione”. Platone, per Arendt, “ha oscurato la genuina esperienza della polis, radicata nella condizione umana della pluralità, rimpiazzandola con una nozione di politica intesa come tecnica per governare gli uomini e amministrare i loro interessi. Essere liberi nella polis, Arendt non si stanca di ribadire, significava ‘essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva governare né essere governati’. Ossia significava concepire la politica nei termini di un’esperienza partecipativa, paritaria e plurale, del tutto incompatibile con lo schema di un’organizzazione gerarchica e verticale del comando, fosse questo il comando di uno solo, di alcuni o dei molti, secondo la classica tipologia delle forme di governo che ancora chiamiamo monarchia, oligarchia e democrazia. O, ancora peggio, fosse il comando del padrone su donne e schiavi nell’ambito domestico”.

Arendt non intende affatto il potere “in termini di lotta, e nemmeno di contrasto e opposizione. Il suo non è un modello contro il governo, qualunque ne sia la forma, che ovviamente mostra la sua degenerazione peggiore nel regime totalitario. È piuttosto un modello alternativo alla politica modellata sul governo, un’altra idea di politica rispetto a quella fondata sul governo, nei cui confronti può porsi come resistente ma non come costitutivamente e, per così dire, vitalmente eversiva. Il che significa che la dimensione dell’insorgenza, con tutto il corredo di lotta e violenza che l’immaginario rivoluzionario porta con sé, è decisamente fuori dal quadro che Arendt riserva al concetto puro di politica”.

Democrazia, dunque, non insorgente, ma sorgiva. Continua Cavarero: “Ci sono buoni motivi per proporre questa espressione, preferendola ad altre. Mentre il concetto di ‘democrazia insorgente’ evoca energie vitali, effervescenti e impetuose, che tendono a esprimersi mediante il conflitto e la lotta antagonistica, il concetto di ‘democrazia sorgiva’ ha per lo meno la virtù, tutta arendtiana, di esaltare l’aspetto generativo invece che quello oppositivo dell’interazione plurale. Si potrebbe anche semplicemente dire che la democrazia sorgiva evita di sostanziarsi innanzitutto nel suo essere contro, ovvero si propone essenzialmente come affermativa invece che negativa”.

Il libro, che si chiude con un rapporto cronachistico dedicato al telefonino, al selfie oggi imperante, si sviluppa attraverso un quartetto composto da idea di democrazia, pluralità, felicità pubblica e piazze politiche e attraverso un duo sulle fonosfere del politico, comprendente la voce della massa e la voce della pluralità. Qui troviamo pagine decisive sull’opera di Zola, di Pasternak, di Barthes ma, soprattutto, su quella di Canetti, da Le voci di Marrakech a Massa e potere, da La lingua salvata a Commedia della vanità, perché, per Cavarero, “vale la pena soffermarsi sulla straordinaria capacità di Canetti di esplorare a tutto campo la sfera vocale, tematizzando non solo la sonorità della massa, ma anche l’unicità di ogni voce, da lui sempre inserita in un contesto relazionale e plurale caratterizzato dalla distinzione invece che dalla fusione”. Come Canetti, anche Barthes, con Il brusio della lingua, viene utilizzato per un invito al godimento plurale, a cogliere la sonorità della lingua emessa da una pluralità di voci. Chiude Cavarero: “L’infanzia fa da tramite e preannuncia, per così dire, l’impronta fonica di una democrazia a venire. Come se la voce archetipica della pluralità fosse appunto la voce di una primavera, pura e piena di speranza, vibrante e gioiosa, felice del suo essere plurale. Una voce la cui manifestazione emozionale, lungi dal consistere nel piacere del dissolversi in un sol corpo, viene invece dal godimento di una pluralità in relazionale corporea e vocale. Come se la democrazia sorgiva avesse un suono che rivocalizza, ogni volta e anche da adulti, la felicità creativa e generativa dell’inizio”.

Capite perché è importante comprare l’ultimo libro di Adriana Cavarero, mettere da parte ciò che stai facendo, sederti comodamente e leggerlo? Perché genera rigenerando. Democrazia non è parola vuota, come non lo è la parola politica. È parola antica e contemporanea, ma occorre vestirla con abiti che non le cambino le fattezze e le bellezze dell’inizio.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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