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Augusto Romano,
la ferita dell’analista

A colloquio con lo psicoanalista junghiano, che afferma: “Non so cosa sia un ottimo analista. ‘Ottimo’ mi sembra una parola eccessiva e presuntuosa. Ogni analista ha una falla. Dovrebbe essere capace di: empatia, immaginazione, resistenza alla frustrazione, controllo delle proprie inclinazioni narcisistiche,  sopportare i transfert seduttivi e/o aggressivi del paziente, ironia non distruttiva, una paradossale indifferenza rispetto ai risultati. Ed essere in grado di lasciare andare il paziente quando è il momento, e di rispettare ‘religiosamente’ quello che si potrebbe chiamare il ‘destino’ dell’altro. Ma potrei essere facilmente smentito…”

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

10 Settembre 2019 alle 19:55

Augusto Romano,la ferita dell’analista

Augusto Romano

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

Ahi, le definizioni! L’analisi è una conversazione che si modella sulle necessità dei soggetti che vi partecipano, e in cui si inseriscono, non visti se non dopo che hanno parlato, degli ospiti inconsci, il cui scopo è quello di movimentare la conversazione e di renderla un po’ meno prevedibile. L’analisi è allora uno spettacolo in cui i due soggetti sono insieme attori e spettatori. Negli spettacoli ben fatti, nessuno sa come andrà a finire. Se i due lavorano bene, senza pregiudizi né preclusioni, tutti i finali sono possibili: lieto fine, suicidio, le tre sorelle vanno a Mosca o restano dove sono: decidendolo finalmente o facendosi una ragione del fatto che non potranno mai deciderlo. L’analisi è dunque anche una presa di distanza da ciò che c’è già e che sino a quel momento non abbiamo messo in discussione, un affacciarsi sull’improbabile, sull’"inutile", sul vuoto. E perciò rende a volte la vita più difficile ma più ricca e meno sintomatica.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Perché non mi sentivo bene, non ero contento di me, la mia inettitudine mi preoccupava e guardavo il mondo come attraverso un binocolo rovesciato. Troppo lontano, io troppo solo, troppo spaventato, e di conseguenza troppo schizzinoso.

Come scelse i suoi analisti?

Quando io ho cominciato l’analisi, circa cinquant’anni fa, di analisti ce n’erano pochi. Io abitavo, e abito, a Torino e andavo a Milano, in treno. Non era poi male: in treno leggevo, ripassavo i sogni, attivavo la fantasia e così tenevo a bada il rischio di essere sopraffatto dall’ansia. Andavo da un analista che mi era stato indicato da un amico. Era junghiano, il solo di Milano e credo di tutta l’Italia settentrionale. Si era trasferito da pochi anni da Roma a Milano. Si chiamava Fabio Minozzi. Dopo che è morto prematuramente, ho avuto altri due analisti, Francesco Caracciolo di Roma, che veniva a Milano tre giorni alla settimana, e Dieter Baumann di Zurigo, che è un nipote diretto di Jung.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?

Non so cosa sia un ottimo analista. “Ottimo” mi sembra una parola eccessiva e presuntuosa. Ogni analista ha una falla, una ferita da cui sempre cola un po’ di sangue. Forse per consolarci, diciamo che questo lo rende più umano. Ho conosciuto analisti molto diversi, e secondo me ogni analista è adatto soprattutto a un genere particolare di pazienti. Dovrebbe saperlo, per ridurre il rischio di insuccesso. Per dire qualcosa di molto generale, e dunque anche di generico, secondo me l’analista dovrebbe essere capace di: empatia, immaginazione, resistenza alla frustrazione, controllo delle proprie inclinazioni narcisistiche,  sopportare i transfert seduttivi e/o aggressivi del paziente, ironia non distruttiva, una paradossale indifferenza rispetto ai risultati. Ed essere in grado di lasciare andare il paziente quando è il momento, e di rispettare “religiosamente” quello che si potrebbe chiamare il “destino” dell’altro. Ma potrei essere facilmente smentito.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Le scuole sono tante perché tante sono le idee, le simpatie e le idiosincrasie. Tuttavia, le differenze sono minori di quanto si possa immaginare leggendo i libri. Da una parte gli analisti litigano tra di loro sui testi sacri ma poi tutti – salvo qualche imbecille – sanno dal loro mestiere che l’analisi è una relazione, e la relazione, il flusso di energia che passa fra i due, è più forte delle idee.

Perché ritiene Jung il più convincente dei maestri?

Ho fatto un’analisi junghiana anche se in verità uno dei miei analisti aveva fatto anche una lunga analisi freudiana, e dunque, per così dire, ho indirettamente assaggiata anche quest’ultima. Come si dice, è stato un caso. Se mi fosse stato indicato un analista freudiano, avrei fatto un’analisi freudiana. Certamente i miei convincimenti sono stati influenzati dalle analisi che ho fatto (le quali, tra l’altro, mi hanno molto aiutato). Non bisognerebbe mai essere troppo sicuri dei propri pensieri. Jung mi piace di più perché – come diceva Federico Fellini, che di clown se ne intendeva – Freud, nella tipologia clownesca, rappresenta il Bianco, Jung l’Augusto. Jung è un relativista ma non è uno scettico, mette insieme cose disparate, gli piacciono i paradossi, a volte è un po’ pasticcione ma la cosa non lo turba granché.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

Non amo molto Hillman perché, per i miei gusti, mi sembra piuttosto estetizzante. Di conseguenza, non trasmette il senso della tragedia. Ma certo quella citazione da Keats: “Il mondo è la valle del fare Anima”, è fulminante. Per fortuna “Anima” (e “fare Anima”) sono espressioni sufficientemente indefinite per permetterci di affondare in noi stessi sino a perdere la bussola e a sostituirla con la guida delle stelle.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

L’analisi termina quando non ci sono più soldi, diceva uno psicoanalista un po’ freddo. Dandoci un po’ più di arie, potremmo dire che l’analisi termina quando analista e paziente riescono a sopportare l’idea che l’essenza della vita è: separazione.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

Ora si parla poco di nevrosi e delle classificazioni tradizionali. Le forme più gravi, e frequenti, di disturbi psichici sono: narcisismo e psicopatia (quest’ultima sotto il nome generico di “disturbi di personalità”). Del resto, come è stato detto e ripetuto, il narcisismo è lo specchio del nostro tempo.

Curano di più le parole o i silenzi?

C’è il tempo di parlare e il tempo di tacere. L’importante è non scambiare le parti e parlare quando si dovrebbe tacere, o viceversa. Si sbaglia per ansia, per fretta, per paura, per imbarazzo, per fuggire da sé stessi o dall’altro.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

Come diceva qualcuno, quando il paziente si rende conto dell’"Ombra" dell’analista (cioè della sua parte oscura e irrisolta) e riesce a sopportarla, l’analisi è conclusa. Tanti anni fa ho letto con piacere un libro che si intitolava Se incontri il Buddha per la strada uccidilo.

Come si lavora per far crollare le resistenze?

L’analisi non è la guerra di Troia. È inutile darsi troppo da fare per distruggere le cosiddette resistenze. Le quali del resto sono a volte molto utili. Se e quando devono cadere, cadranno. Altrimenti, pazienza. Jung ha scritto: “Non tutto si può né si deve guarire”.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

Non so rispondere. Se un paziente ti sfascia i mobili dello studio, è più difficile gestire sia il transfert che il controtransfert. Lo stesso vale per il caso che una paziente ti si sieda improvvisamente sulle ginocchia. Ma anche questo non è sempre vero. Un po’ di gentile ironia verso sé stessi, e di immedesimazione nella sofferenza dell’altro, aiutano.

Per  Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

È scritto: “È reale ciò che agisce”. Se una interpretazione, che a noi sembra buona, produce effetto, modifica cioè comportamenti e atteggiamenti del paziente, è efficace. Altrimenti, soddisfa soltanto il narcisismo dell’analista.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

Dipende dai periodi, dalle persone, dai rapporti. La vita cambia continuamente, e accade che vecchie ombre si ripresentino, e antiche paure, e sgomenti, e depressioni. Non di rado ciò avviene come effetto dell’ingresso di un paziente nel nostro spazio vitale, che fa risuonare in noi corde da tempo non toccate. In analisi si deve accettare di essere esposti al contagio. E anche se non lo si accetta, si è contagiati egualmente.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

Non lo so. Non l’ho mai praticata.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

Si può dire, certo. Forse è una infinita approssimazione alla libertà. A volte, è l’accettazione di una necessità.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

Ce ne sono tanti. Il guru, il mestierante di talento, il mestierante senza talento, il Padreterno, la Mater dolorosa, l’attore che recita sempre lo stesso copione, il fatuo narcisista innamorato di sé…

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

L’ho già detto prima. “Il mio nome è legione”, potrebbe dire ciascuno di noi.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

La sessualità è sempre un argomento divertente, ma raramente è il motore esclusivo di disagi psichici tenaci e duraturi.

 

 

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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