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Jacques Lacan,
il pensiero che s’impone

A colloquio con Carmelo Licitra Rosa, psichiatra e psicoanalista: “Nella storia del pensiero ci sono dei pensieri che oltrepassano e sminuiscono quelli precedenti. Si potrebbe fare l’esempio di Cartesio e del suo pensiero che surclassò tutta la filosofia prodotta nel ‘400 e nel ‘500, fino a lui. L’originalità del Maestro francese e la forza del suo insegnamento consistono nell’aver utilizzato i saperi di punta del Novecento per connettere la scoperta freudiana a tutta l’avventura del logos nella cultura occidentale sin dalle sue origini del IV secolo a.C. in Grecia”

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

22 Agosto 2019 alle 16:19

Jacques Lacan,il pensiero che s’impone

Jacques Lacan

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

L’analisi è una prassi con tutto il carico che comporta il termine post-marxiano, di superamento della dicotomia teoretico-pratica. Basti pensare che è una procedura, non un’impresa conoscitiva. Se fosse un’impresa conoscitiva, si potrebbe fare da soli e nel chiuso della propria stanza. Invece, è una procedura un po’ burocratica, come ricorda Lacan, con regolari appuntamenti e con la presenza necessaria in corpore dell’interlocutore analista. A che cosa serve? A conoscere sé stessi, potremmo dire con l’Oracolo di Delfi, ma con la differenza, a distanza di millenni, dell’eclissi della coscienza. Dobbiamo Immaginare il conosci te stesso senza la contemplazione della coscienza conoscente. Infatti: al termine di questo lavoro, chiamato prassi, residua un sapere, una logica e un resto di sé stessi.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Perché attraversavo un momento critico della mia esistenza e, come una persona qualsiasi, ho chiesto aiuto. Avevo 16 anni.

Come scelse i suoi analisti?

La scelta del primo è stata casuale, dettata dalle contingenze. La scelta degli analisti successivi è stata ponderata, poiché nel frattempo mi ero addentrato nel mondo psicoanalitico.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?

Occorrono tre pilastri. Il primo è rappresentato da un’analisi personale spinta il più in fondo possibile; il secondo è costituito da una buona formazione teorica che richiede un’ampia panoramica sui saperi adiacenti alla psicoanalisi; il terzo è un lavoro di supervisione con analisti più anziani che sappiano condurre il neofita a ben destreggiarsi nella clinica.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Indubbiamente confondono, ma oggi è un destino che riguarda molti settori, molte discipline che purtroppo non possono rientrare nell’alveo di una scientificità completa. Ciò non significa che si possa dire qualunque cosa, ma piuttosto che trovare la chiave per orientarsi è diventata un’impresa oltremodo difficile.

Perché ritiene Lacan il più convincente dei maestri?

Domanda impegnativa. Nella storia del pensiero ci sono dei pensieri che s’impongono da sé oltrepassando e sminuendo quelli precedenti. Si potrebbe fare l’esempio di Cartesio e del suo pensiero che s’impose con una forza tale da surclassare tutta la filosofia prodotta nel ‘400 e nel ‘500, fino a lui. Entrando più nello specifico, l’originalità di Lacan e la forza del suo insegnamento consistono nell’aver utilizzato i saperi di punta del Novecento per connettere la scoperta freudiana a tutta l’avventura del logos nella cultura occidentale sin dalle sue origini del VI secolo A.C. in Grecia.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

Siamo chiamati ad assumere ognuno il proprio sintomo, debitamente ridotto, dato che il proprio sintomo è al tempo stesso il nostro limite e la nostra risorsa più feconda per realizzare qualcosa nella nostra esistenza.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

Risponderei con l’espressione un po’ ironica di Lacan: termina quando se ne ha abbastanza. Quando il paziente è abbastanza soddisfatto del risultato ottenuto. Però, va aggiunto che se si vuole proseguire e diventare analisti allora non ci si può accontentare del benessere terapeutico, ma bisogna spingere il lavoro fino a punti logicamente molto avanzati da sottoporre poi al controllo di colleghi deputati a valutarlo.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

La depressione, parola che ho un qualche riguardo a usare. L’indice più diffuso è il disancoramento delle soggettività rispetto alle proprie questioni, disancoramento dovuto alla saturazione prodotta da tutti gli oggetti, da tutti i gadget che la tecnologia ci offre. In poche parole, la salute mentale coincide con la mancanza e con l’interrogarsi.

Curano di più le parole o i silenzi?

Curano le parole e i silenzi, ciascuno nel momento loro proprio, essendoci una dialettica tra parola e silenzio.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

L’analista è un luogotenente o un facente funzione di. Al termine di questo lavoro, chiamato prassi, qualcosa nell’analizzante si stacca da sé stesso e cade. L’analista, in questo suo prestarsi a essere un facente funzione, cade nello stesso movimento con cui si stacca quel qualcosa.

Come si lavora per far crollare le resistenze?

Domanda molto diffusa negli anni ‘50 nel movimento psicoanalitico. Lacan ha dimostrato che le resistenze in ultima analisi sono quelle dell’analista e che se l’analista adotta la posizione giusta, automaticamente le resistenze si dissolvono.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

Anche questo è un tema su cui Lacan ha dato contributi rilevanti negli anni ‘50. In un’epoca in cui tutti gli analisti lavorano sul controtransfert, Lacan evidenzia la natura artificiosa e dunque abolisce la distinzione tra transfert e controtransfert, dimostrando che c’è una sola forza, appunto il transfert, che dal paziente muove verso l’analista, mentre la forza opposta, dall’analista al paziente, è azzerata o meglio semplificata e ridotta da Lacan al cosiddetto desiderio dell’analista.

Per  Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

È un punto spinoso, nel senso che appartiene alla tattica della pratica clinica. Sicuramente va interpretato affidandosi alle libere associazioni del paziente, cui deve seguire una interpretazione sobria ma precisa. Tuttavia bisogna sempre ricordare che l’interpretazione dell’analista è il risultato di un calcolo, beninteso, un calcolo in cui si riflette la sua professionalità, la sua capacità di essere un lettore del testo dell’inconscio. Se è giusta o meno lo dimostrano le conseguenza che essa sortisce.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

Con il mio. Ogni analista fatica di più in modo impareggiabile a lavorare con sé stesso.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

Mi piace sempre ricordare, quando mi si pone questa domanda, un caso molto grave che giunse alla mia osservazione, presentandosi come un paziente che aveva alle spalle dieci anni di …terapie brevi. Il costo della terapia non può essere assoggettato a logiche commerciali. Lacan per esempio chiedeva ad alcuni pazienti somme da capogiro, mentre altri li riceveva quasi gratuitamente. Quindi, il denaro non può costituire un ostacolo alla cura analitica: deve essere al limite un peso ma non un ostacolo. Quanto alla questione della durata, invece, la psicoanalisi non è sinonimo di terapia lunga, poiché si possono anche fare dei brevi cicli di cure purché fondate su un approccio analitico che ne garantisca l’efficacia.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

Con la parola libertà incrociamo un asse fondamentale della cultura occidentale. Sarebbe troppo lungo discettare se la libertà esista o non esista. Limitiamoci a ricordare che Kant ne ha fatto un ideale regolativo. Direi un cammino che, attraverso l’assoggettamento a ciò che è necessario e a ciò che è impossibile, apre a ogni soggetto lo spazio di una contingenza singolare. Questa, se vogliamo, possiamo chiamarla libertà.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

Un’infinità di rischi, ma il più insidioso è quello di scivolare dalla posizione etica che l’analista deve tenere. Preciso che etica non è sinonimo di deontologia, ma dev’essere ricondotta a etica della psicoanalisi.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

Direi che sono almeno tre, se è  vero che dietro ogni analista c’è una scuola o un’analista più anziano che lo supervisiona. Però, è importante sfatare l’idea che le sedute analitiche siano una sorta di pensatoio, in accordo con quanto ho detto rispondendo alla prima domanda e parlando di prassi.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

Indubbiamente la sfera della sessualità è al centro, ma in una maniera che potrà risultare un po’ deludente per chi mi legge, poiché il perno è propriamente condensato nell’assioma lacaniano, ormai divenuto celebre, che recita: il rapporto sessuale non esiste. Da qui potremmo ripartire per una eventuale, prossima intervista.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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