Francesco Paolo Ranzato, analisi e destino

Davide D'Alessandro

Botta e risposta con il fondatore della storica Rivista “Il Minotauro”: “Ritengo Jung il più convincente dei maestri per come tratta il tema religioso. Non evita e non sottovaluta la dimensione religiosa, anzi la affronta e in un certo qual modo la risolve. Dobbiamo prendere coscienza del nostro lato negativo, altrimenti continueremo a proiettarlo sugli altri”

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

L’analisi serve a cambiare il destino.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Perché stavo male. Ero affetto da una nevrosi ossessiva che non mi permetteva di continuare a studiare.

Come scelse i suoi analisti?

Attraverso il passaparola. Ho svolto l’analisi personale con Mario Trevi, il training con Gianfranco Tedeschi e la supervisione con Dora Bernhard.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?

Umiltà e grande studio, soprattutto dei classici: Jung, Freud e Adler.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Un po’ aiutano a …confondere.

Perché ritiene Jung il più convincente dei maestri?

Per come tratta il tema religioso. Sono congregato mariano fin da giovane. Jung non evita e non sottovaluta la dimensione religiosa, anzi la affronta e in un certo qual modo la risolve.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

A prendere coscienza della nostra ombra, del nostro lato negativo, altrimenti continueremo a proiettarlo sugli altri.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

Non può certo durare tutta la vita. Le analisi non sono interminabili. Quelle interminabili segnano la non riuscita. Poi, è come l’amore. Accade qualcosa che porta allo scioglimento

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

Nevrosi ossessive, fobiche. Le paure, la paura dell’altro sesso. L’agorafobia.

Curano di più le parole o i silenzi?

Le parole. Se sei incerto, titubante, il paziente lo capisce. È nevrotico ma non stupido. Gestire il setting analitico non è facile.

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

Ucciso no…, oltrepassato senz’altro.

Come si lavora per far crollare le resistenze?

Con l’apertura, la comprensione, la tolleranza. E con una notevole conoscenza dell’umano. Doti che non tutti possiedono.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

Di entrambi. Soprattutto del transfert e del controtransfert erotico. La linea è molto sottile e ci vuole un nulla per varcarla e fare danni.

Per Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

No.

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

Con tutti e due.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

No. Occorrono i tempi giusti. La durata media di un’analisi è di due-tre anni.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

La accetto totalmente.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

Di sbagliare la diagnosi e di ritrovarsi con una psicosi che scoppia dentro il paziente. Ecco perché l’analista deve conoscere bene anche la psichiatria.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

Sì.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

C’è altro, però la sessualità ha un ruolo molto importante e, con l’analisi, migliora tantissimo.