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André Green,
io avrei detto piuttosto…

Nel libro di Maurizio Balsamo, lo psichiatra e psicoanalista francese è il maestro che si confronta con Freud senza timidezze, ma che insegna a essere analisti evitando di cadere nella megalomania. Gli studi rilevanti, soprattutto sul narcisismo, lo pongono tra le eminenti figure della psicoanalisi internazionale

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

1 Aprile 2019 alle 15:25

André Green,io avrei detto piuttosto…

André Green

Ecco un altro erede, nel senso di “Eredi”, la collana di Feltrinelli diretta da Massimo Recalcati. Il libro è dedicato ad André Green, uno dei più grandi psicoanalisti del Novecento, che intendeva la sua disciplina come forma di pensiero, ed è stato scritto da Maurizio Balsamo, che ne è stato allievo. Chi si è perso dentro Narcisismo di vita, narcisismo di morte, un classico della teoria psicoanalitica, riedito l’anno scorso da Raffaello Cortina, sa che Green ha sostenuto un confronto aperto, senza timidezze, con le teorie freudiane ed è stato capace di legare la teoria del narcisismo con l’ultima teoria delle pulsioni di Freud, aprendo al narcisismo negativo che, al contrario di quello positivo, mirerebbe, nell’aspirazione allo zero, all’abolizione dell’unità dell’Io.

Ma la grandezza dello psichiatra e psicoanalista francese, allievo di Lacan, in analisi didattica con Maurice Bouvet, risiede in una frase che, non a caso, Balsamo pone all’inizio del testo, spiegando: «“Moi, j’aurais dit plutôt que”, “Io, avrei detto piuttosto”…così Green iniziava a volte la sua riflessione su un caso clinico dopo che gliene avevo parlato. Da lì procedeva nell’esplorazione di una linea di pensiero che poteva incrociare o discostarsi da quella presentata, tentando di evidenziare la ramificazione delle comunicazioni analitiche, selezionando uno snodo piuttosto che un altro, in termini non conflittuali ma complementari, attento agli intrecci, ai rimandi, alle riemersioni di un tema nel corso della seduta. Era il suo modo per sottolineare quanto fosse necessario, nella riflessione su una situazione clinica, incrociare la possibilità di un ascolto diverso, aprendosi ad altri vertici osservativi, senza assumerne uno come il definitivo o il più vero, il che a suo giudizio ci permetteva di essere analisti ed evitare di cadere nella solitudine e nella megalomania che può conseguirne». 

Già, la megalomania, rischio sempre dietro l’angolo per il soggetto supposto sapere, per chi si occupa di psiche, per chi ritiene di sapere. Precisa Balsamo: «Quel “piuttosto” indica insomma, più che un altro punto di vista, pur essenziale in ogni riflessione, la ricerca costante della terzietà in ogni relazione duale, di una processualità che possa farsi carico di un complesso movimento: quello che tende da una parte a primarizzare l’ordinamento logico-razionale, restituirlo cioè alle sue multiple fonti generative, alla sua articolazione pulsionale, aprendo a una possibile scomposizione delle formulazioni interpretative storicamente consolidatesi; dall’altra a secondarizzare e rendere condivisibile uno stato affettivo, coerentizzarlo nella dinamica rappresentazionale, permettendo così l’intreccio dei sistemi e la profondità del pensiero. La modulazione che ne consegue evidenzia sia i molteplici raggruppamenti di senso di ogni frase, evitando l’assunzione del significato come un luogo in cui la parola si chiude al di più del discorso e alla sua possibilità autoriflessiva, sia la bidirezionalità dei processi psichici, l’intreccio cioè strutturale fra dinamiche regressive e progredienti».

Continua l’autore: «In effetti, Green potrebbe essere descritto come un pensatore delle connessioni, come colui che più di altri sembra aver avvertito l’esigenza di ricomporre in una rivisitazione feconda del lascito freudiano e in una passione combattiva i successivi modelli psicoanalitici, dialogando soprattutto con Lacan, Bion, Winnicott e l’insieme della letteratura psicoanalitica internazionale. Come ha segnalato Jean Claude Rolland, ritroviamo qui una caratteristica del metodo freudiano, lo Zusammenhang, quel “tenere insieme” gli elementi di un problema per evidenziare il valore del conflitto più che per uno sforzo dottrinario di unificazione, nella convinzione che solo nel costringerli a interagire possa nascere una soluzione creativa. Il che rende conto del senso e della portata euristica del suo confronto con altre discipline (dalla linguistica all’antropologia, dalla semiotica all’epistemologia, dalla biologia alle neuroscienze), in un tentativo di generalizzazione e di modellizzazione che ha portato alla costituzione di una nuova ma coerente visione metapsicologica dei problemi che si impongono all’esperienza analitica».

L’autore coglie quattro momenti nella riflessione critica sull’opera di Green: le connessioni, con un paragrafo di rilievo sul valore della follia; la dimensione narcisistica; la processualità rappresentativa; una teoria del pensiero incentrata sugli elementi differenziali della psicosi bianca e sulla posizione fobica centrale. Nella dimensione narcisistica, il cuore del volume, il complesso della madre morta, forme del negativo e struttura inquadrante, il doppio ruolo del negativo, il fallimento dello spazio originario e il sessuale della madre morta assumono importanza e centralità grazie una delucidazione mai semplificata del problema. Del resto, per Balsamo, «nella scelta degli assi teorici attraverso cui percorrere l’opera di Green, è senza dubbio dal narcisismo che bisogna (ri)partire. Innanzitutto per la sua rilevanza nella realtà clinica, che si tratti del confronto con strutture apertamente narcisistiche o del ruolo che questa dimensione assume nelle strutture non-nevrotiche; poi perché, egli osserva, “il ritorno” del narcisismo nella teoria va di pari passo con una desessualizzazione della psicoanalisi (a cui si è opposto duramente), e con la necessità di sviluppare una diversa articolazione concettuale dei rapporti fra sistema pulsionale e relazioni oggettuali. In terzo luogo, per la questione posta dalla scomparsa progressiva del narcisismo nell’opera freudiana dopo la svolta degli anni venti e dunque del rapporto, da ripensare, con le pulsioni distruttive, dando così origine alla concettualizzazione del narcisismo negativo e dei processi di slegamento. Infine, tale problematica permette senza dubbio di mettere in evidenza la continuità fra differenti condizioni cliniche».

Balsamo osserva che «il narcisismo offre così, nella sua modalità di funzionamento essenziale, una sorta di mimesi del desiderio, evitando l’investimento dell’oggetto per assicurare all’Io l’indipendenza da esso, proteggendolo dalle delusioni che quest’ultimo potrebbe apportargli per la sua realtà effettiva o per i suoi abbandoni, ma possiamo trovarci in ben altra situazione allorché la mimesi si inverte, diventa mimesi del non-desiderio, desiderio di non desiderio. In tal caso è la realizzazione allucinatoria negativa del desiderio che diventa il modello che caratterizza e governa l’attività psichica, determinando la sostituzione non del dispiacere al piacere, ma l’instaurazione del Neutro, del bianco, della cancellazione della vita psichica. La clinica mostra che la maggior parte delle manovre difensive degli stati-limite si rivolge non solo verso le angosce primitive a carattere persecutorio, ma contro il riconoscimento del vuoto, con la conseguente minaccia di sciogliersi in un vissuto di inesistenza radicale».

I concetti di angoscia rossa (associata a un vissuto cruento di mancanza, come nel complesso di castrazione) e di angoscia bianca (come vissuto profondo di abbandono e di vuoto) delineati da Green aiutano a comprendere lo spessore del maestro e la qualità dell’erede, per dirla con il titolo della collana. Balsamo ha scritto un libro di fedeltà, senza mai ergersi a fenomeno, restituendoci un Maestro ancora tutto da ri-leggere, ancora tutto da ri-scoprire, poiché «l’alternativa che si manifesta ai nostri occhi non è quella fra normalità e psicosi ma piuttosto tra follia e psicosi, considerando dunque la singolarità, la diversità, la stranezza soggettiva, la passione e perfino la presenza del sintomo come ciò che permette di evitare il silenzio mortifero di una normalità spenta e rassegnata». Libro certo non facile, ma i temi incandescenti della psiche non ammettono scorciatoie e richiedono l’estrema competenza che Balsamo mostra di possedere. Occorre mettersi in cammino con pazienza affidandosi a chi ha già percorso la strada, soprattutto se ha sentito spesso ripetere la magica frase «Moi, j’aurais dit plutôt que,…Io, avrei detto piuttosto», premessa di grande serietà, garanzia di doverosa onestà intellettuale.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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