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Christopher Bollas,
l’età dello smarrimento

Lo psicoanalista statunitense, che vive e lavora a Londra, è seriamente preoccupato dalla sospensione del pensiero, dal vuoto, dai Sé frantumati, da un “soggetticidio” incombente

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

28 Novembre 2018 alle 15:58

Christopher Bollas,l’età dello smarrimento

Christopher Bollas

Dopo L’epoca delle passioni tristi, il fortunato saggio di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, edito da Feltrinelli, arriva L’età dello smarrimento. Senso e malinconia, di Christopher Bollas, edito da Raffaello Cortina con la traduzione di Paola Merlin Baretter. Nei dieci anni che li separano, tante sono state le pubblicazioni e riflessioni su ciò che inesorabilmente decade. Non v’è dubbio che qualcosa si sia rotto in questi anni che non appaiono, come quelli di Mario Capanna, formidabili, anzi tutt’altro. 

Scrive Bollas: «Postando “selfie” su Facebook, i Sé contemporanei è come se chiedessero: “Che cosa vedi quando mi vedi?”. Ma i selfie, purtroppo, non hanno niente a che vedere con il Sé. Infatti, non rivelano il Sé, ma un “altro” mentre compie un atto solitario di intimità alienata. Ci scattiamo una foto da una certa distanza, come se fossimo in buona compagnia. Gli equivalenti del selfie, nei secoli XIX e XX, erano i lavori di introspezione e una presa di coscienza di quello che stava accadendo all’interno del Sé: comportavano una conversazione intima tra l’Io e il me. Tutto questo ha garantito il mantenimento di un contatto continuo con la vita interiore, di cui possiamo percorrere a ritroso gli sviluppi fino al XVI secolo, come parte di un’evoluzione senza la quale la scoperta della psicoanalisi non sarebbe stata possibile».

Il pensiero assume nuove forme, la quantità ha da tempo sostituito la qualità e l’orizzontale ha surclassato il verticale, si affievolisce la capacità di resistere di fronte agli impatti improvvisi della realtà, lo sfarinamento del Sé implica un cedimento strutturale di ciò che dovrebbe tenere insieme l’umano. Aggiunge Bollas: «L’orizzontalismo non riconosce un ordine gerarchico: tutte le idee sono uguali e nulla è intrinsecamente più importante di qualcos’altro. Nel “mondo fastnet”, i Sé trasmissivi spesso ignorano il peso del significato di un oggetto della comunicazione. Lo si vede, per esempio, durante i notiziari, quando il tempo dedicato a una serie di incendi negli Stati Uniti o all’approssimarsi di un uragano è lo stesso che viene riservato a una rivoluzione in Ucraina o a un genocidio in Africa. Il riconoscimento del valore delle opinioni di giornalisti, studiosi e scrittori esperti sta svanendo, mentre la democrazia sociale di Internet sta trasformando tutti noi in esperti di qualsiasi ambito. E anche se si può sostenere che questa democratizzazione, almeno in relazione a certi aspetti, è salutare, lo svantaggio sta nell’involontaria promozione del potere del Sé disinformato».

Lo psicoanalista statunitense, che vive e lavora a Londra, è seriamente preoccupato dalla sospensione del pensiero, da una mostruosa riduzione dell’attività principale dell’essere umano, dal vuoto, dai Sé frantumati, da un soggetticidio incombente: «Secondo Alain Badiou, Fredric Jameson e altri, sembra giustificato chiedersi se la sospensione del pensiero e del coinvolgimento – una forma di rito psichico – sia la prova di un soggetticidio incombente. Meno di quindici anni separano la domanda posta da Heidegger: “Perché l’essere piuttosto che il nulla?” da quella di Camus: “Perché non suicidarsi?”. Nell’epoca contemporanea, sembra siano disponibili molti mezzi tramite i quali eliminare il dolore di essere un soggetto e l’integrità di pensiero che sostiene l’illusione di un “Io” corrente. Essere, entrare in relazione ed esistere in “prima persona” oggi risulta, forse, troppo problematico. La critica postmodernista secondo cui il soggetto era un’illusione ha probabilmente rappresentato la prima oggettivazione filosofica del suicidio soggettivo. Ora sembra, però, che l’allontanamento dalla generazione del significato abbia distrutto i Sé in modo diverso: li ha lasciati privi di agentività, semplici oggetti in un mondo di oggetti».

E l’oggetto, si sa, può essere nostro ma anche di qualche altro. In ogni momento. La presa sulla vita diventa surrogata, indiretta, di seconda mano. La vita mentale non può reggere l’urto quotidiano di un bombardamento privo di significati. L’autore compie un viaggio storico e psicologico, parte dalla Grande guerra, analizza il crollo e il carattere umano che ne deriva, spiega come sia stato possibile giungere alla politica di oggi, alla maniacalità e alla paranoia di oggi, affida alla psicoanalisi e alle psicologie del profondo le residue speranze di un ritorno all’interiorità, perché «potranno anche essere imperfette, ma lo scopo cui aspirano non lo è. Sono “lavori in corso” che tendono verso una funzione essenziale. Da sempre sappiamo quanto importante sia “conoscere se stessi”, e questo è tanto vero oggi quanto lo è stato nel corso dei millenni. Se davvero vogliamo invertire la situazione attuale e conservare la nostra specie, dobbiamo renderci conto che, accanto alle molte ragioni sociali di sofferenza e disabilità umana, siano esse di natura economica o politica, la nostra vita mentale deve ritrovare la considerazione che le spetta. […] Questo lavoro ha cercato di esplorare il bisogno vitale di tornare a creare un significato, nelle nostre vite e nelle nostre società, ricorrendo all’insight psicologico all’interno dell’esperienza della democrazia, offrendo così una piattaforma per il confronto nazionale e internazionale fondato non sul libero mercato degli stati disturbati della mente, bensì su una nuova forma di consapevolezza collettiva, tramite la quale gli esseri umani possano nuovamente aspirare al recupero della propria umanità”.

L’occhio di Bollas e altri occhi vedono ciò che noi non vediamo o, peggio, vediamo benissimo continuando a occultarcelo. Ma la polvere, sistemata in fretta e in furia sotto il tappeto, è destinata a riemergere. L’età dello smarrimento, della perdita di senso e della malinconia si imprime sulle nostre vite, se ne impossessa e le conduce chissà dove. Smarrirsi potrebbe persino servire per riaversi e scuotersi, ma prima occorre la consapevolezza dello smarrimento. Dopo la lettura di questo libro è impossibile non averla, per quanto nulla sia impossibile all’uomo del terzo millennio, nell’anno di(s)grazia 2018.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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