Aldo Carotenuto

Aldo Carotenuto, il coraggio di osare

Davide D'Alessandro

Il rimpianto per un incontro mancato, il rimpianto di una tarda scoperta, uno spettacolo unico che pure si ripete nel tempo: la neve d’Urbino

E in amore, è meglio avere rimpianti o rimorsi? Risulta molto convincente Aldo Carotenuto, quando sostiene che è meglio avere rimorsi. Affronta il tema in Il gioco delle passioni: «Da una parte c’è il rischio di vedersi sfuggire per remissività o per fedeltà mille occasioni – e allora nasce il rimpianto – dall’altra, invece, c’è quello di voler inseguire troppe occasioni ferendo i sentimenti altrui. Ecco dunque il rimorso». E continua: «Rinunciare a vivere una passione travolgente in nome di una presunta fedeltà nei confronti di chi sentiamo di non amare più, ad esempio, significa infliggere un supplizio che senza dubbio potremmo risparmiarci. Il risultato sarà sì quello di non avere turbato la quiete della nostra routine quotidiana, ma il rischio a cui andremo incontro sarà rappresentato dal cosiddetto rimpianto. I rimpianti sono dei veri e propri spettri, sempre in agguato e pronti a devastare la nostra vita costringendoci a immaginare in modo doloroso come sarebbero potute andare le cose se solo si fosse riuscito a trovare il coraggio di osare». E conclude: «Rimpiangere significa, su un piano metaforico, avere rinunciato a vivere, essersi sottratti alle esperienze e chiedersi, giorno dopo giorno, in modo quasi ossessivo, come sarebbe stato se».

Pochi mesi prima che Carotenuto morisse, lo chiamai per un appuntamento. Mi chiese: «Perché vuole vedermi? Che cosa la spinge? Io sono pieno di pazienti». Risposi: «Ho letto tutti i suoi libri». Me lo diede subito, ma si ammalò, partì per gli Stati Uniti e quell’appuntamento saltò. Ho il rimpianto di non averlo chiamato prima.

Come ho il rimpianto di aver scoperto tardi Urbino, quelle mura che sanno di miele. Ogni volta che, estasiato, vedo cadere la neve, vado a rileggermi Raffaello Baldini, il poeta romagnolo che meglio di chiunque altro me l’ha fatta sognare, magari d’estate, quand’era lontana. La nàiva che scende, nel suo dialetto, è uno spettacolo unico, che pure si ripete nel tempo. Come quella che ho conosciuto tra i vicoli d’Urbino, al mattino, dietro la finestra. Aveva il colore dell’addio. Perché non è sempre bianca, la neve. A volte è come un pianto taciuto, altre come un sorriso appena accennato, altre ancora come una grassa risata. E ti ci tuffi, come fanno i bambini, senza guanti e senza cappello. Il gelo non senti. Ma da adulto, il ricordo di una mancanza ti prende, quel gelo sembra venirti incontro, addosso, dentro; il fiato corto, le mani fredde, la faccia dietro il vetro per vedere se è vero. Sbarri tutte le porte. Anche il lume è spento. E dormi su un letto di neve, le foglie poggiate sui libri, nella stanza spoglia d’Urbino. Ma oltre il vetro un’ombra lasci, il dolore di una donna lambisci. Solo un limite resta.

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