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Di potere in potere, ovvero della politica

Dai “Moniti” di Thomas Mann allo sconforto di Giorgio Napolitano. Perché è finita così? Perché il pensiero politico è stato indebolito e risucchiato dall’utilità straripante di tanti avventurieri?

 

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

12 Gennaio 2018 alle 16:21

Di potere in potere,ovvero della politica

Giorgio Napolitano

Che cosa ha da dirci e da darci, ancora, la politica del nostro tempo tramontata da tempo? Non è uno scioglilingua. È l’imbarazzo che almeno da venticinque anni accompagna chi la fa e chi la guarda, chi la legge e chi ne parla. È lo smarrimento di chi continua a crederla alta e altra, a ritenerla possibile nell’impossibilità di un campo reso impraticabile non dalle condizioni del terreno di gioco, né da quelle avverse del cielo, ma dallo scalpiccio disordinato di giocatori incapaci, persino poco pedestri, con gambe per nulla raffinate e cervello volto esclusivamente al particolare, mai all’universale. Non siamo verginelle. Conosciamo le regole, abbiamo studiato Machiavelli (e Guicciardini) ma la caduta è rumorosa, il tonfo è pesante e l’ennesima, imminente sfida non lascia prevedere alcunché di buono.

Perché è finita così? Perché tra pessime leggi elettorali, liste, collegi, ripescaggi, finte coalizioni, non si vergogna più nessuno? Eppure c’eravamo divertiti e appassionati, anche tra nani e ballerine. Sembrava esserci un senso, uno scopo, una meta da raggiungere. Oggi, qual è la meta? Non parliamo della corsa al seggio (la politica è fatta anche di seggi e qualcuno deve occuparli), ma della sostanza, della polpa, della visione, del progetto, del disegno. Qual è il disegno?

Paolo Isotta, persona arguta, ha espresso un desiderio: “Dall’anno nuovo, in politica, vorrei la sconfitta dei demagoghi, dei venditori di fumo e degli impostori”. Vasto programma, verrebbe da aggiungere. Eppure anche i demagoghi, i venditori di fumo e gli impostori sono sempre esistiti, ma erano facilmente individuabili, additabili ed escludibili. Oggi, di grazia, chi individui, chi additi, chi escludi?

Perché è finita così? È tutta colpa della tecnica? Della scomparsa delle ideologie? Perché il niente ha finito per coprire il tutto? Perché il pensiero politico è stato indebolito e risucchiato dall’utilità straripante di tanti avventurieri? Giorgio Napolitano, alla presentazione della riedizione del volume "Moniti all'Europa" di Thomas Mann, di cui ha curato l'introduzione, è stato netto: "L'impoverimento generale della politica e dei suoi motori è sotto gli occhi di tutti, in Europa e in Italia in modo clamoroso e penoso. Dobbiamo gettare le basi per un clima di formazione nuova: è la nostra missione".

Nel 1981, due mondi fa, Enzo Biagi ed Eugenio Scalfari si scambiarono alcune lettere divenute libro dal titolo: “Come andremo a incominciare?”. Noi dovremmo tentare di comprendere come andremo a finire o a (ri)cominciare. Abbiamo avuto davanti agli occhi le stesse immagini, abbiamo trepidato per le stesse sofferenze del nostro amato Paese, abbiamo letto molti libri e spesso gli stessi autori, siamo spettatori inermi di un tramonto che coinvolge il pensiero, la cristianità e la politica. Il trono appare vuoto. Il potere, per come lo abbiamo sempre inteso, si è notevolmente indebolito. Emergono altri poteri, più invisibili, più subdoli, più pericolosi.  

“Non ho mai sentito parlare di un uomo che abbia attaccato il potere senza volerlo per sé”. Penso al magnifico e illuminante aforisma di Elias Canetti, mentre leggo un articolo di Biagio de Giovanni, sempre pregevole, sul “Paese avvelenato dai nemici del potere”. Il fenomeno dilagante del populismo in salsa nostrana ci offre quotidianamente il lamento del pessimista, l’urlo dell’arrabbiato, l’invettiva del disperato, la chiacchiera rumorosa, stucchevole e strumentale del furbetto che soffia sul fuoco, aizza le masse (se ci sono ancora, le masse), solletica i bassi istinti di chi non ce la fa, di chi è rimasto indietro nella corsa della vita.

Tutti contro il potere, tutti contro il sistema, tutti contro i cerchietti magici che sarebbero la rovina del Paese. Paradossalmente, a vomitare veleno è soprattutto chi fa parte del potere, del sistema, dei cerchietti magici. Magari per un frangente all’opposizione, ma sempre nel grande recinto del potere, del sistema, dei cerchietti magici che tutti remunera, vitalizia e protegge. Costoro usano termini errati, verbi imbarazzanti, frasi mal pronunciate, in attesa di andare loro al potere, loro a fare sistema, loro a costruire nuovi cerchietti magici. E il Paese, quel giorno, rifiorirà, risolvendo ogni tipo di problema.

Naturalmente così non sarà, però insistono accarezzando il popolo, lisciando il pelo degli infuriati, dei disadattati, degli esclusi, degli ultimi. Contro il potere. Eppure, scrive de Giovanni, “il potere, nella sua potenza creativa, è la profonda volontà di applicare la ragione al disordine della vita, è un centro di energia, di pensiero e di volontà, una esigenza che suscita tutta una vita, una vasta onda di vita negli animi umani. Una democrazia che immagina di poter sterilizzare il potere lotta contro il proprio valore primario, quello che garantisce la continuità della vita. Una democrazia che immagina questo diventa da un lato, e ufficialmente, povero contenitore di una procedura svuotata, oltre la quale, però, un vero nuovo potere domina la scena, negando di essere potere, che è la cosa peggiore che esso possa fare, perché proprio così esso si sottrae alla critica, si colloca oltre di questa, in un luogo incontaminato dove prevalgono l’innocenza, la bontà, il disinteresse”.

Il potere, ogni potere, va ovviamente criticato, duramente contestato, e Dio solo sa quanto andrebbe contestato, poiché spesso sbaglia, prevarica, abusa, illude, sconforta. In Italia, come altrove, in molti vorrebbero abbatterlo, in pochissimi lo contestano davvero. Per viltà, per servilismo, per menefreghismo, per lassismo, per quieto vivere. Ma un potere ci vuole, come ci vogliono i critici veri del potere, che può essere sostituito soltanto da un altro potere o, meglio, dallo stesso potere con altri detentori. Chi invita ad abbatterlo, prefigurando rovine, sciagure e catastrofi, sta soltanto lavorando per issarsi egli, al potere, e dimostrare, un giorno, di non essere affatto innocente, buono e disinteressato.

È infantile e pericoloso agitare e farsi agitare senza criticare con efficacia, ma c’è una differenza sostanziale tra chi agita consapevolmente e chi, inconsapevolmente, si lascia agitare. Il primo sa ciò che vuole; il secondo sostituirà l’eccitazione di oggi con l’amarezza e la delusione di domani. Servono spiriti critici, non pecore folli. Di potere in potere, ovvero della politica. Perennemente in crisi?

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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Commenti all'articolo

  • riflessivo

    15 Gennaio 2018 - 20:08

    Potere, “hybris” e senso della morte. Il potere, distorcendone la sua natura necessaria, viene identificato in tempi di crisi democratica culturale esistenziale con i concetti di potenza e di eternità. In questo ragionamento i nuovi concetti sono: progresso all’infinito e senza limiti per cui l’uomo perfettibile all’infinito(sic!) si identifica con il tutto, con l’infinito, l’uomo diventa Dio il quale quindi è diventato assolutamente ingombrante e inutile. E’ perciò ragion sufficiente che l’uomo serva se stesso e il suo infinito potere. Filosofia e scienza vengono annegate nel fluire irresistibile del potere, gnoseologia ed epistemologia trasfigurate e incorporate nell’uomo di potere che è diventato immortale. Il senso della misura “la hybris” e il limite ultimo che è la morte, importuna e sparigliatrice può ricondurre alla giusta dimensione e ai giusti limiti questa ubriacatura di potere e contribuire ad una società equilibrata.

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