Il ruolo di Ahmad Vahidi tra negoziati e guerra, “la rotella che fa girare l’ingranaggio” iraniano

Non è il volto noto del regime, ma è uno di quelli che lo tengono in piedi. Alla guida dei pasdaran da inizio marzo, attraversa quarant’anni di Repubblica islamica senza mai uscire di scena

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Il generale Ahmad Vahidi è alla guida dei pasdaran dal primo marzo (foto Getty Images)

Ieri Donald Trump ha confermato al New York Post che i colloqui tra Iran e Stati Uniti potrebbero riprendere nei prossimi giorni. Al centro della trattativa resta la proposta americana di una moratoria sull’arricchimento dell’uranio e la controproposta iraniana, già respinta, che prevede uno stop di 5 anni. Domenica, dopo 21 ore di maratona negoziale, il vice-presidente J. D. Vance ha suggerito che sarebbe stato inutile continuare a parlare visto che i suoi principali interlocutori, Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf, non avrebbero avuto l’autorità di decidere prima di consultarsi con Mojtaba Khamenei o con “qualcun altro”. Secondo molti analisti l’altro, o uno degli altri, è Ahmad Vahidi, il veterano descritto in una recente analisi di Kasra Aarabi e Saied Golkar sul Telegraph come “la rotella che fa girare l’ingranaggio”. Finora assente a Islamabad, nella nebbia che avvolge i processi decisionali di Teheran mentre perdura l’assenza del figlio e successore di Khamenei Mojtaba, nessuno nome, con l’eccezione di quello di Ghalibaf, è più chiacchierato del suo. Le reti dell’opposizione antiregime lo raccontano critico nei confronti del presidente del Parlamento e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La stampa dei falchi ne loda invece la coerenza e l’affidabilità. “Se gli Stati Uniti iniziano una guerra, saremo noi a decidere quando porvi termine”, ha detto sedici anni fa in un’intervista ad Abhishek G Bhaya di Muscat Daily, e la sua posizione, su questo punto, non sembra cambiata. Ciò detto bisogna fare attenzione a spingere troppo sulla dicotomia tra oltranzisti e moderati: quella di Vahidi resta una figura misteriosa.
Già ministro della Difesa di Mahmoud Ahmadinejad (2009-2013) e ministro dell’Interno di Ebrahim Raisi (2021-2024), Vahidi è stato catapultato alla guida dei pasdaran il primo marzo, in seguito alle uccisioni di Hossein Salami e Mohammad Pakpour. Ma il nuovo capo delle Guardie della Rivoluzione è tutto tranne che un improvvisato. Distante dal protagonismo esibito di Ghalibaf, Vahidi è il tipo di insider vecchia maniera, che esercita il potere senza inseguire la ribalta e senza discostarsi dal verbo rivoluzionario né nella forma né nella sostanza. Non si conoscono scatti che lo immortalano con una giacca di pelle da guascone alla Ghalibaf e sebbene sia stato tra i fondatori di al Quds e abbia guidato la forza per otto anni, Vahidi non si è mai conquistato l’appeal né è mai assurto alla fama di Qassem Soleimani. Perlopiù noto alle cronache internazionali come uno dei mandanti dell’attacco terroristico contro il centro culturale ebraico Amia, a Buenos Aires, un attentato che nel 1994 è sfociato nella morte di 85 persone, a dispetto dello stile “in sottrazione”, il nome di Vahidi ricorre in molte delle pagine più sanguinose della storia della Repubblica islamica. Nel 2022 è il ministro dell’Interno di Raisi quando, in seguito all’uccisione di Mahsa Amini, deflagrano manifestazioni che vengono represse nel sangue. Negli anni 90 è il regista della prima missione all’estero di al Quds, quella nei Balcani, ed è sempre lui, alla fine del decennio, a stabilire contatti con la leadership di al Qaida in Sudan.
Nato a Shiraz nel 1958, Vahidi viene registrato all’anagrafe come Vahid Shahcheraghi, un nome che forse non suona abbastanza rivoluzionario per un ragazzo desideroso di bruciare le tappe e sposare precocemente la militanza, fatto sta che nel 1980, quando si iscrive al corpo dei sepah-e-pasdaran, Vahid Shahcheraghi è diventato Ahmad Vahidi. Stando a Tasnim News, nel 1983 è già capo del dipartimento per la Sicurezza interna, un ruolo che ricoprirà fino alla fine della guerra Iran-Iraq (1988). E’ ancora inesperto quando ottiene il suo primo incarico di rilievo, ma secondo il collega Akbar Barati, riesce a farsi rispettare “perché è uno che impara in fretta e supplisce alle mancanze con la determinazione e l’entusiasmo”. Altre fonti sottolineano che la buona volontà è un fattore secondario e che la sua fortuna è legata all’incontro con uno dei protagonisti della scena politica rivoluzionaria, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che nella prima decade della Repubblica islamica presiede il Parlamento ed è stretto collaboratore di Ruhollah Khomeini.
Luci e ombre agli inizi della carriera del nuovo dominus dei pasdaran devono molto all’azione di Rafsanjani. Dal 1985 al 1987 è uno dei fedelissimi che sceglie per trattare con l’Amministrazione Reagan in quello che diventerà noto come lo scandalo Iran-Contra. E come racconta lui stesso nelle sue memorie, è Rafsanjani a salvare Vahidi dall’arresto quando nel 1988 la polizia militare mette in discussione la sua condotta durante la controffensiva di Kerman. E ancora Rafsanjani a benedire la sua guida di al Quds. E tuttavia Vahidi da un certo punto in poi ha iniziato a coltivare relazioni al di là della sua cerchia. Nei primi anni Duemila oltre a coltivare un rapporto via via più intenso con l’ufficio di Khamenei (e con l’erede Mojtaba) si impone come anello di congiunzione operativo tra i pasdaran e il dicastero della Difesa.
Eppure per molti iraniani, inclusi ampi stralci di settori pro regime, il problema di Vahidi è proprio questo, l’esperienza. Come Ghalibaf, è stato al centro dei gangli strategici del sistema, quelli in cui si incontrano politica, infrastrutture, armi e investimenti, ma in nessuno dei ruoli che ha ricoperto è riuscito a dimostrare di sapere come si fa a crescere oltre che a resistere.