La caratura resiliente e cupa dell’Iran islamista e l’orologio stretto dei mercati

Il tempo che non poteva esserci (dilettantismo a parte) per abbattere la rivoluzione arcigna. I regimi rivoluzionari non cadono sotto le bombe: la storia lo dice, e l'Iran, con il petrolio come ostaggio, ha dalla sua il tempo che i suoi nemici non hanno

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9 APR 26
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Un poster che raffigura i tre capi religiosi che si sono avvicendati alla guida dell'Iran: gli ayatollah Khomeini, Khamenei e Mojtaba Khamenei (foto Getty Images)

Senza voler essere didascalici, l’impressione è che un regime rivoluzionario si cambia con una controrivoluzione vittoriosa, non con una campagna di bombardamenti aerei (ne avevamo scritto allo scoppio della guerra tra Usa e Israele e Iran). E nemmeno sempre. Le rivoluzioni sono bestie difficili da rovesciare. In condizioni totalmente diverse, ma non nell’anima storica del processo, è utile forse guardare a quel che successe nella guerra civile russa del Novecento. La presa del potere dei bolscevichi è della fine del 1917. La proclamazione della nascita dell’Unione sovietica è del 1922. In mezzo oltre quattro anni di un conflitto devastante, con milioni di morti, armate bianche sostenute da Germania Inghilterra e Giappone, legioni cecoslovacche, eserciti ucraini e polacchi, armate a cavallo a difesa dei rossi e celebri generali bianchi, contro il potere di Trotsky, Lenin, Stalin e Tuchachevskij e Budyonny, una infinita carneficina conclusa dalla vittoria dei bolscevichi e dal farsi stato della Rivoluzione d’ottobre. Quella iraniana non è la presa del potere del partito Baath, non è un laico colpo di stato contro lo Scià, è un animale storico molto più simile alla rivoluzione dei bolscevichi. 
Una rivoluzione islamica, generatrice di un nuovo regime, di corpi speciali, di una nuova scuola teologica, di una robusta caratura profetica, assomiglia di più all’Ottobre rosso che non ai periclitanti regimi definiti dall’assetto postcoloniale. Il bilancio della campagna di Trump e Netanyahu può essere controverso, difficile da stabilire, ma una cosa è evidente per adesso: il regime risulta intatto per l’essenziale, la decapitazione non ha funzionato come si sarebbe potuto pensare, comunque vadano le cose l’Iran di Khamenei si riafferma dominante nel Golfo Persico, che ha sequestrato, compreso lo Stretto di Hormuz, per i suoi disegni di resistenza all’attacco poderoso dei due grandi nemici della Rivoluzione islamica, il piccolo e il grande Satana di Tel Aviv e di Washington. Perfino per l’Iraq di Saddam, una costruzione dittatoriale di tipo militare legata al tribalismo e non al concetto di rivoluzione e alla sua pratica, fu necessario un immenso esercito di terra, furono obbligati anni di sofferenza e di controspinta antinsurrezionale.
Attaccare un’identità complessa, che si difende da quasi mezzo secolo in mezzo al regime delle sanzioni economiche, con cicli di dissenso civile ripetuti soffocati nel sangue, che reprime l’insofferenza e l’opposizione interclassista e femminile e multietnica di milioni di persone, che si avvale di ferocia e intelligenza militare e di polizie morali, di ideologie coattive, è un progetto o un’ipotesi che la logica della minaccia incandescente, del piombo fuso che viene dall’aria, non sostiene fino alle sue conseguenze, il regime change. E questo è un problema serio, visto il premio che si è autoassegnato quella fortezza del terrorismo antioccidentale e antiebraico: dalla tregua in avanti, salvo sorprese difficili da prevedere, si sa che quel paese non si divide, che le sue Forze armate regolari e irregolari, cresciute in molti decenni di potere esclusivo e crudele gestito in nome di un clero per certi aspetti inafferrabile ed esoterico, possono essere inefficaci nel breve periodo, all’inizio dell’attacco esterno e dal cielo, ma hanno dalla loro il tempo e la perseveranza.
Quel tempo e quella perseveranza che invece sfuggono ai loro nemici, vittime in breve di paura energetica, di ansia da penuria, di vecchia borsa nera e nuova speculazione, con un ruolo pacificatore di mercati che tra il dominio terrorista e la chiusura di uno Stretto dove passa un quinto del petrolio esportato dal Golfo sanno subito che cosa scegliere e sanno che la loro scelta si riporta immediatamente, altro che tempo di resistenza o resilienza, sulle opinioni pubbliche occidentali e sulle prospettive politiche degli stati maggiori in guerra. Con un ostaggio come il petrolio, l’abrogazione di millenni di civiltà, per esprimersi come il grande dilettante della Casa Bianca, è rinviata di qualche settimana e forse più nel giubilo del governo finanziario internazionale.