Trump è ancora Taco. I mercati festeggiano

Forte rialzo su tutte le Borse dopo il cessate il fuoco in Iran. Milano sale del 3,7 per cento con le banche in grande spolvero. Molto bene anche il resto d'Europa e Wall Steet. Il petrolio crolla del 15 per cento. Ma gli analisti di Intermonte e L&B Capital ci spiegano perché i prezzi del greggio rimarranno alti

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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:23 PM
Immagine di Trump è ancora Taco. I mercati festeggiano

Un trader al lavoro nella sua postazione alla Borsa di Francoforte (foto Getty Images)

È tornato il Taco trade. E, per una volta, nella sua versione migliore. Taco sta per “Trump always chickens out” (Trump si tira sempre indietro)espressione che gli operatori finanziari conoscono bene: il presidente americano alza la tensione, minaccia scenari estremi, porta il mercato sull’orlo del crollo e poi, all’ultimo momento, apre uno spiraglio negoziale che riaccende il rischio e fa correre gli asset. Lo si è visto ad aprile 2025 con i dazi, poi con le minacce sulla Groenlandia. Una dinamica che mescola pressione e pragmatismo, bastone e carota. E dice molto di Trump: per lui tutto è trattativa, senza punti d’arrivo definitivi.
La tregua di due settimane con l’Iran, annunciata a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum, ha innescato una reazione immediata sui mercati. Le borse europee hanno chiuso in rally: Francoforte è salita di oltre il 4,5 per cento, Parigi +4,4, Londra +2,4 per cento. Milano ha tirato la volata con +3,7 per cento. In Italia le banche hanno guidato il movimento, con rialzi diffusi: Unicredit +8 per cento, Intesa Sanpaolo +5, Mps +7 per cento. Anche Wall Street si è accodata e a metà seduta l’S&P 500 segna un + 2,3 per cento, Nasdaq e Dow Jones salgono di 3 punti percentuali.
Il rialzo è globale. In Asia, Tokyo aveva terminato la seduta a +5,2 per cento, Hong Kong a +3, Shanghai sopra il 2 per cento. Tra i titoli migliori, in tutto il mondo, spiccano le compagnie aeree, penalizzate nei giorni scorsi dai primi razionamenti del carburante avio con Ryanair ed easyJet in rialzo di oltre il 10 per cento. Il mercato prova a ricalibrare, in poche ore, uno scenario che fino a ieri includeva il rischio concreto di una crisi energetica globale.
Sul fronte obbligazionario la reazione è altrettanto eloquente. I rendimenti dei titoli di stato scendono ovunque. Il Bund tedesco a dieci anni cala al 2,9 per cento, il Btp al 3,7 per cento, con lo spread che si restringe fino a quota 76 punti base. Anche il Treasury americano arretra al 4,2 per cento. La logica seguita degli investitori è: meno rischio geopolitico, meno pressione inflattiva, meno necessità per le banche centrali di essere restrittive con il costo del denaro. Non a caso, le aspettative sui tassi sono cambiate con rapidità. Il mercato ha ridotto la probabilità di una stretta da parte della Banca Centrale Europea e torna a prezzare uno scenario più accomodante anche per la Federal Reserve. E il termometro della paura, il Vix, crolla di oltre il 20 per cento. È il segnale che la volatilità si sgonfia e il panico rientra.
Nel quadro emerge anche un elemento politico che i gli investitori seguono da vicino. In un’intervista, Donald Trump ha attribuito alla Cina un ruolo nel convincere Teheran ad accettare la tregua. È un segnale che può essere letto positivamente alla vigilia dell’incontro di Pechino tra il presidente americano e Xi Jinping a metà maggio e i mercati, oggi euforici, scelgono di leggerlo proprio così, come un possibile passo verso una stabilizzazione più ampia.
Ma il vero barometro resta il petrolio. Ed è qui che la svolta di questa notte fa sentire tutto il suo peso. I prezzi sono crollati del 15 per cento in poche ore, con il Wti e il Brent appaiati in area 95 dollari. La riapertura, anche temporanea, dello Stretto di Hormuz cambia le aspettative sull’offerta globale. “La discesa petrolio a 90 dollari riflette le aspettative del mercato per un tentativo di apertura dello stretto di Hormuz. Se si tornasse a una ripresa totale dei flussi, il petrolio potrebbe tornare vicino ai 70 dollari”, spiega al Foglio Paolo Citi, analista del settore energetico per Intermonte. “È difficile però che si riveda un Brent tra i 50 e i 60 come prima del conflitto perché il rischio geopolitico rimane”. Secondo l’esperto, l’impatto si riflette subito sulle società del settore: “Eni e le altre grandi compagnie non avranno problemi a sostenere dividendi, buybacks e rafforzare gli investimenti con i prezzi del greggio che resteranno mediamente più elevanti. Nel breve potemmo vedere altre prese di profitto su questi titoli che finora hanno performato bene. Altre aziende del settore come Saipem, Maire e Tenaris potrebbero invece salire ulteriormente in Borsa”.
Concorde l’analisi di Marco Seveso, responsabile investimenti di L&B Capital, secondo cui “il cessate il fuoco temporaneo nel Golfo Persico ha innescato una fase di ricoperture, premiando i settori più esposti ai consumi e alla manifattura, che avevano sofferto per i timori inflazionistici”. Seveso ricorda inoltre che “prima dell’escalation le attese sul petrolio erano di una sostanziale stabilità intorno ai 60 dollari al barile. Oggi lo shock sull’offerta è ancora difficile da misurare, poiché non si conosce l’entità dei danni alle infrastrutture sia in Iran che nei paesi limitrofi. Una normalizzazione del quadro geopolitico potrebbe però riportare la produzione ai livelli precrisi in tempi relativamente brevi”. E aggiunge che la tregua è un buon punto di partenza ma “le incertezze sui futuri sviluppi rimangono ancora elevate”.
Incertezza è la parola chiave. Perché questa tregua ha una scadenza precisa: due settimane. Serve a negoziare ma non è la fine della guerra. E il mercato lo sa bene, anche se per ora sceglie di vedere il bicchiere mezzo pieno.