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Schiavi sbagliati
All'Onu la risoluzione sulla tratta transatlantica degli schiavi. Quella islamica resta tabù
Se il testo che è stato approvato dall'Assemblea generale invita gli stati membri delle Nazioni unite ad avviare azioni riparative per il loro eventuale ruolo nella tratta degli schiavi provenienti dall'Africa, non viene spesa neanchè una parola per la tratta che per secoli ha segnato il mondo islamico
Roma. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una storica risoluzione per definire la tratta transatlantica degli schiavi provenienti dall’Africa “il più grave crimine contro l’umanità”. L’Onu incoraggia gli stati membri delle Nazioni Unite ad avviare azioni riparative per il loro eventuale ruolo nella tratta degli schiavi. Solo tre paesi hanno votato contro, Stati Uniti, Israele e Argentina, mentre 52 si sono astenuti, Italia compresa. L’iniziativa culmina anni di tentativi dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, il più grande blocco di paesi votanti all’Onu (57 su 193), per inserire la schiavitù e il colonialismo nell’agenda del Palazzo di vetro. Non una sola parola nella risoluzione fa riferimento agli schiavi politicamente scorretti che superano di gran lunga quelli portati in America: la tratta di schiavi che per secoli ha segnato il mondo islamico.
“Mentre l’occidente si è impegnato per molti anni in dibattiti critici su questo fenomeno aberrante, lo stesso non si può dire per vaste aree del medio oriente: una regione in cui la schiavitù e il commercio ad essa collegato sono perdurati senza interruzione dal VII al XX secolo” scrive lo storico britannico Justin Marozzi in “Captives and Companions” (edizioni Penguin). Sottotitolo: “Storia della schiavitù nel mondo islamico”. Marozzi ha iniziato la sua ricerca sulla schiavitù nel mondo islamico a Bamako, la capitale del Mali. Non nel 1820 o nel 1920, ma nel 2020. Perché se la schiavitù è ufficialmente illegale in Mali, continua a esistere, come in Mauritania e in altre parti dell’Africa occidentale. Andando indietro alle concubine schiave di Baghdad e all’epoca dei corsari e alla castrazione degli schiavi: il tasso di mortalità dovuto a questa indicibile procedura era così elevato che nel 1868 l’esploratore francese conte Raoul du Bisson stimò che 35 mila ragazzi africani perdessero la vita ogni anno in Sudan per ottenere 3.800 eunuchi. A Istanbul, Marozzi ha intervistato una storica turca che gli ha raccontato di come un professore l’avesse liquidata quando gli aveva chiesto un consiglio per la sua tesi di dottorato sui prigionieri di guerra ottomani. “I nostri antenati trattavano molto bene i loro schiavi”, le disse. “Non perdere tempo con questo”.
Scrive Marozzi: “Mentre la tratta atlantica degli schiavi durò dal XV al XIX secolo e ridusse in schiavitù 11-14 milioni di africani, la tratta degli schiavi praticata nel cuore geografico del mondo musulmano, incentrata sul Nord Africa e sul Medio Oriente, durò dal VII secolo al XX secolo e ridusse in schiavitù 12-15 milioni di persone, persino 17 milioni. Un gran numero di uomini, donne e bambini furono portati via dall’Africa subsahariana, dall’Europa orientale, dai Balcani e dal Caucaso durante il periodo ottomano. In modo più occulto e in numeri molto più ridotti, la schiavitù – se non addirittura il traffico istituzionalizzato – continua ancora oggi”.
Il libro di Marozzi, già autore di “Imperi islamici” (Einaudi), è il primo del suo genere per il grande pubblico. “Ecco le storie di concubine dell’VIII secolo, delle rivolte degli schiavi nelle piantagioni del IX secolo, degli schiavi soldati del XIII secolo che fondarono potenti dinastie in Egitto, Siria e Iraq, di generazioni di ragazzi cristiani ‘raccolti’ ogni anno nei Balcani per diventare i soldati dell’Impero Ottomano: i giannizzeri. E poi corsari musulmani del XVIII secolo che saccheggiavano il Mediterraneo, raccoglitori di cotone egiziani oppressi e schiavi africani che lavoravano nelle piantagioni di chiodi di garofano di Zanzibar. Ci sono resoconti inquietanti di pescatori di perle del XX secolo, coltivatori di palme da dattero nel Golfo e donne yazide violentate a ripetizione nel recente ‘califfato’ terroristico in Siria e Iraq”.
Ma tutto questo, come dimostra l’Onu, resta tabù in occidente. Per fare solo un esempio, “Breve storia della schiavitù” dello storico James Walvin è stato pubblicato nel 2007. In 235 pagine, 201 si concentrano sulle Americhe. La schiavitù nel mondo islamico non è quasi citata. Accadde già allo storico francese Olivier Grenouilleau in “Christianisme et esclavage”. Subì un linciaggio intellettuale per aver dichiarato che “il numero degli schiavi cristiani razziati dai musulmani supera quello degli africani deportati nelle Americhe”. Scrive Marozzi: “In alcuni ambienti, anche solo discutere della schiavitù nel mondo islamico suscita immediatamente accuse di islamofobia”. Il Palazzo di Vetro, con la sua risoluzione, certifica non solo una memoria selettiva, ma una gerarchia morale: certi crimini contro l’umanità meritano condanna e risarcimenti, altri, ben più estesi e prolungati, devono rimanere nell’ombra per non turbare le narrazioni politically correct.