Negoziati e bombe
Il regime è già cambiato, dice Trump e gela le speranze degli iraniani che sanno che non è vero
Seicento ore senza internet, migliaia di morti, nessun rifugio antiaereo: gli iraniani resistono sotto le bombe sperando in un'America che li liberi. Ma Trump tratta con il regime, non contro di esso. E si profila lo scenario più temuto: le bombe cadono, e il potere islamico sopravvive legittimato da un accordo
Gli iraniani sono senza internet da 26 giorni, con alcune pause, ma secondo i dati di NetBlocks è stata passata la soglia delle 600 ore senza possibilità di comunicare, di avere informazioni, mentre cadono le bombe e nella Teheran che si sente invincibile non ci sono nemmeno i rifugi in cui andare a ripararsi. E’ dalla fine di dicembre, con l’inizio delle proteste, che gli iraniani subiscono l’ennesima ondata repressiva – tra le più brutali, migliaia di persone ammazzate nel giro di pochi giorni, subito dopo la prima, feroce chiusura delle connessioni internet, a gennaio – e sperano. Sperano in un cambiamento, sperano in un aiuto, sperano che davvero questo presidente americano senza freni faccia quello che i suoi predecessori hanno sempre considerato impensabile.
Hanno sperato quando, all’inizio dell’anno, Donald Trump aveva detto al regime iraniano, allora ancora guidato da Ali Khamenei, che se avesse superato la linea rossa della repressione, sarebbe intervenuto in aiuto del popolo iraniano; e hanno sperato quando Trump aveva detto che la “grande armada” era in arrivo, un esercito della salvezza pronto a intervenire in difesa di un popolo represso, arrestato, torturato, ucciso. Era da molto tempo che gli iraniani e la loro oppressione di quasi cinquant’anni non erano al centro dell’attenzione: l’interventismo umanitario è stato sepolto dalla guerra in Iraq, il realismo ha ripreso il sopravvento sulla dimensione umana dei conflitti, nessuno contava su un improvviso idealismo di un’Amministrazione che ondeggia parecchio ma sempre procedendo lungo la linea dei negoziati e dei soldi, però la luce della speranza è diventata potente – forse accecante secondo qualcuno – e ha dato la forza per sostenere il silenziamento imposto dai blackout, la paura di una radicalizzazione ulteriore del regime, e dal 28 febbraio le bombe, perché non ci saranno i rifugi – il disprezzo del regime per il suo stesso popolo è questo – ma c’è una leadership falcidiata, uno smottamento epocale, la possibilità vera, vicina di un cambiamento.
Poi lo Stretto di Hormuz ha avuto il sopravvento, assieme ai calcoli politici e geopolitici, e assieme alla propaganda del regime iraniano che sa perfettamente che l’America non è battibile sul campo, ma sulla sua opinione pubblica sì, è per questo che Mohammad Bagher Ghalibaf, sulla bocca di tutti come possibile interlocutore degli americani, si è preso la briga di definire l’alleanza tra Trump e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, “l’asse di Epstein”, spiegando che “le famiglie americane meritano di sapere perché Trump sta sacrificando le loro figlie e i loro figli per portare avanti le illusioni espansionistiche di Netanyahu”. La propaganda iraniana si insinua nelle opinioni pubbliche occidentali – spesso già rese fertili dai ritratti accorati pubblicati dai media sui leader del regime uccisi dagli americani e dagli israeliani – e il realismo vince. Martedì Trump ha detto, nell’ennesima conferenza stampa lunga e sconclusionata, che il cambio di regime a Teheran è già avvenuto, “abbiamo davvero un cambiamento di regime, il regime è cambiato, perché i leader di oggi sono molto diversi da quelli con cui siamo partiti e che hanno creato tutti quei problemi”. Questi nuovi leader vogliono un negoziato, “oh non potete capire quanto lo desiderano questo negoziato”, e “stiamo parlando con le persone giuste”. Come ha ribadito Karim Sadjadpour sull’Atlantic, questo regime è frutto della Rivoluzione islamica di 47 anni fa, ne è espressione, rappresentanza, voce, per cambiarlo andrebbe sradicata la sua stessa identità. Ed è per questo che gli iraniani oggi cercano in tutti i modi di tenere accesa la fiammella della loro speranza ma intravedono lo scenario peggiore: le bombe e il regime legittimato da un negoziato, l’assenza assoluta di un male minore.
Frattura nella sinistra