L'inviato statunitense Steve Witkoff, a sinistra, e Jared Kushner (Ludovic Marin, AP)
Il negoziato fantasma
A Trump serve un “Julani d'Iran”, ma l'umore a Teheran è di sfida
Tra voci di negoziati e nuovi schieramenti militari, Washington tenta la via di un accordo con l'Iran. Ma servirebbe un uomo forte del regime capace di negoziare senza scatenare una resa dei conti interna. Contatti indiretti, emissari in viaggio e nessun interlocutore chiaro
Tra lo spauracchio dell’attacco alle infrastrutture energetiche iraniane e la certezza della ritorsione, l’ultimatum in scadenza e le borse in subbuglio, lunedì il presidente americano Donald Trump è tornato a ventilare la possibilità di un accordo con Teheran, per cui, da quarantotto ore, l’interrogativo è chi parlerà con chi e dove. Secondo il Times, gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner sarebbero volati a Islamabad ieri. Negli ultimi giorni il Pakistan si è molto speso per aprire un canale tra Washington e Teheran e annoverarsi come sede di possibili colloqui di pace, ma al momento in cui scriviamo non si registra la presenza di alcun plenipotenziario iraniano a Islamabad. Trump ha parlato di “contatti diretti”, ma non ha fornito dettagli sul nome della personalità coinvolta nel negoziato, fonti israeliane hanno indicato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf come possibile interlocutore, ma il diretto interessato ha negato e la stampa di regime si è affrettata a condannare la guerra psicologica del nemico, il tentativo di seminare discordia e attentare all’onorabilità di Ghalibaf. Nel frattempo altre fonti, stavolta iraniane e americane, sentite dal New York Times riferiscono che le uniche interlocuzioni “dirette” degli ultimi giorni sono intercorse tra Witkoff ed il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, ma il profilo di Araghchi non corrisponde alla personalità di primo piano, potente e rispettata evocata da Trump. Anche la Cnn conferma l’esistenza di “contatti” tra Washington e Teheran, veicolati da diversi intermediari, ma questi contatti sarebbero utili soprattutto a definire il perimetro di un accordo, insomma parlare di negoziato sarebbe prematuro. In sintesi, secondo la Cnn la Repubblica islamica non avrebbe alcuna intenzione di lanciarsi in avanti con profferte di pace, ma si riserverebbe di prendere in esame le proposte americane, posto che rispettino i suoi interessi nazionali.
Allo stato dei fatti il negoziato di Trump appare poco più di un ballon d’essai e le ultime indiscrezioni israeliane parlano di un comando dell’82 esima divisone aviotrasportata che avrebbe ricevuto l’ordine di schierarsi in medio oriente, eppure la sensazione è ancora che il presidente americano stia cercando una via d’uscita venezuelana e Politico conferma che la ricerca del Delcy d’Iran resta prioritaria. Evitare il collasso del regime attraverso l’individuazione di un uomo di potere capace di traghettare Teheran verso il “behavioural change” auspicato da Washington visto che il “regime change” resta una montagna troppo alta da scalare, la logica è questa.
Ma il problema della soluzione venezuelana è che Teheran non è Caracas e a Trump, più che un Delcy, servirebbe un Julani d’Iran, ossia un uomo che non solo è disposto ad archiviare il nom de guerre e indossare il vestito grigio assumendo le sembianze di al Sharaa, il presidente della Siria, ma è pure in grado di trascinarsi dietro un mondo di militanti stanchi, impauriti, arrabbiati, ma ancora profondamente legati a tutte le parole d’ordine della Repubblica islamica. Dalle porte girevoli del regime dovrebbe quindi uscire una personalità capace di convincere questo nocciolo duro a seguirlo, lo stesso nocciolo duro intransigente che nonostante le decapitazioni e le umiliazioni degli ultimi mesi ha vegliato sul sistema e assicurato la sua sopravvivenza.
Senza, il Ghalibaf di turno non andrebbe da nessuna parte e a oggi la stoffa da capo-popolo del presidente del Parlamento, un uomo che ha sempre fallito la corsa per la presidenza e si è sempre conquistato un posto al sole a forza di riposizionamenti, resta tutta da dimostrare. “Stiamo trattando con l’uomo più rispettato, il leader”, ha detto Trump lunedì. “Lo stiamo testando”, hanno confermato a Politico fonti dell’Amministrazione americana. E’ probabile che l’appeal di Ghalibaf derivi dal fatto che dal punto di vista ideologico si sia dimostrato piuttosto malleabile, falchissimo nella stagione da picchiatore degli anni Novanta, più dialogante nella stagione tecnocratica da sindaco di Teheran, la stagione della sua fortuna da tycoon immobiliare e infine nuovamente rigido e ideologico nell’ultima fase, quella da lealista a oltranza di Khamenei padre e figlio. Ma quello di Ghalibaf più che pragmatismo è opportunismo, l’opportunismo di un uomo di sistema corrotto che non è disposto a morire per la causa e che, mentre predica l’ortodossia, lascia che i figli spendano e spandano all’estero. E’ il problema di chi cerca l’accordo con il possibile Julani è che tra coloro che lo circondano, un mondo ristretto e incattivito di sopravvissuti che si guardano le spalle, l’umore prevalente è di sfida, la sfida a oltranza. Basti pensare a Mohammed Bagher Zolqadr, l’uomo che è stato chiamato a rimpiazzare il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, un falco dell’ala più dura dei pasdaran, talmente oltranzista che in un paio di occasioni la sua carriera ha subìto una battuta d’arresto a causa dell’eccesso di zelo. Pressoché digiuno di esperienze diplomatiche, un paio di incarichi governativi, ma nessuno in cui abbia brillato, è considerato politicamente un signor nessuno di cui il 90 per cento degli iraniani non ha mai sentito parlare. Ma è il tipo d’uomo che piace alla base, il tipo d’uomo che non tradirà Mojtaba Khamenei, il tipo d’uomo nemico delle piazze che non accetterebbe facilmente l’ascesa di un Julani.