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C'è Lindsey Graham dietro alle operazioni di Trump in Iran

Marco Arvati

Il senatore repubblicano ha spinto per un attacco preventivo contro il regime della Repubblica islamica, mentre il mondo Maga si divide e accusa il presidente di essere intrappolato in una “camera dell’eco” guerrafondaia

Il presidente americano Donald Trump si è convinto a entrare in guerra contro l’Iran sui campi da golf. O, perlomeno, questa è la versione del senatore della South Carolina Lindsey Graham: da sempre falco in politica estera, Graham è uno dei pochi repubblicani che può discutere col presidente partendo da posizioni opposte. La loro relazione ha avuto vari alti e bassi: nel 2016 i due si detestavano, e Graham aveva definito Trump “uno xenofobo bigotto”, poi erano diventati amici durante il primo mandato del tycoon e si erano allontanati nuovamente quando Graham aveva riconosciuto la vittoria di Joe Biden nel 2020. Nonostante questa posizione, che nessuno può ostentare tra i collaboratori più fidati di Trump, i due sono tornati a parlarsi e ora si vedono molto spesso, alla Casa Bianca e sui campi da golf. Il senatore repubblicano isolazionista Rand Paul, da sempre contrario all’interventismo americano, ha sarcasticamente detto che “bisognerebbe vietare l’ingresso di Graham alla Casa Bianca”.

Durante il periodo di transizione, dopo la vittoria del 2024, Graham avrebbe iniziato a spingere Trump verso un attacco contro il regime della Repubblica islamica: gli avrebbe spiegato che “il  collasso del regime terrorista” sarebbe stato  “qualcosa di pari livello alla caduta del Muro di Berlino”. Ne sono nate conversazioni, proseguite poi per mesi, sulla potenziale eredità  della presidenza Trump: quando a gennaio il capo della Casa Bianca ha scritto sul suo social Truth, in un messaggio rivolto agli iraniani in piazza, di continuare a protestare perché l’aiuto sarebbe arrivato, Graham gli avrebbe spiegato che quella era la frase per cui sarebbe stato ricordato, al pari delle citazioni più famose di Lincoln e Roosevelt. Un messaggio che fa molta presa sul presidente. 

La posizione di Graham è da sempre chiara: c’è bisogno di un attacco preventivo all’Iran per far sì che non possa minacciare la stabilizzazione degli accordi tra Israele e i paesi del Golfo. Non un’operazione di nation building, nella logica di Graham, dato che il futuro del paese dopo la guerra resterebbe comunque nelle mani degli iraniani. Con una minaccia, però: “Se vorranno ricostituire il vecchio paese”, dice Graham, “li tratteremo come già abbiamo trattato quelli venuti prima di loro”. Il senatore porta avanti questa visione, oramai minoritaria all’interno del Partito repubblicano, in vari modi: in televisione, sulle reti conservatrici, con un cappellino Make Iran Great Again calato sul volto, e nelle stanze del potere di Washington. Oltre ad aver parlato varie volte con Trump del tema,  ha incontrato anche il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che avrebbe consigliato su quale fosse il modo migliore per convincere il presidente ad attaccare. 

Insieme a Graham agiscono altre due persone, Jack Keane, ex generale dell’esercito oggi opinionista di Fox News e Marc Thiessen, un ex speechwriter di Bush e oggi opinionista sul Washington Post. I due hanno difeso con forza l’attacco trumpiano e hanno parlato varie volte col presidente. Trump ha ricondiviso su Truth i loro articoli e i due passano molto tempo sulle reti televisive conservatrici, quelle che segue di più il presidente, per difendere l’attacco. Keane ha affermato a Radio Free Europe che la prima parte dell’operazione sarebbe andata oltre le aspettative e che Israele e Stati Uniti hanno deciso che il regime iraniano non continuerà a destabilizzare il medio oriente, mentre Thiessen, in un messaggio ricondiviso dal presidente, ha affermato che Trump, prima della fine della sua Amministrazione, visiterà “Iran, Cuba e Venezuela liberi”.

Il mondo Maga, da sempre isolazionista, è nel frattempo in rivolta contro questo gruppetto: l’opinionista Megyn Kelly ha definito Graham  “una minaccia interna”, la sua retorica quella di “un maniaco omicida” e ha affermato che “non è il nostro presidente”. Nei circoli Maga prende sempre più piede la teoria che Trump sia rimasto intrappolato all’interno di questa “camera dell’eco” guerrafondaia, capitanata proprio da Lindsey Graham, e la paura è che il presidente possa essere convinto ad andare avanti, in un inasprimento  sempre maggiore del conflitto. La deputata trumpiana Anna Paulina Luna ha scritto su X che “al Senato ci sono persone che vogliono la guerra dovunque. Uno di questi è Lindsey Graham. Ma lui non dice al presidente cosa fare, né controlla il Congresso”. Secondo il Wall Street Journal, però, l’operazione di Graham non sarebbe finita qui: starebbe, infatti, cercando di convincere Trump a bombardare anche le postazioni di Hezbollah in Libano.

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