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L'entourage
Per arroccarsi al suo posto, Tulsi Gabbard ha formato un governo ombra che le fa da scudo
Il capo dell'intelligence ed ex deputata democratica passata coi repubblicani nel 2024, appare un corpo estraneo e scomodo nell'amministrazione americana, soprattutto considerando che il presidente Donald Trump ha abbandonato l'ideologia America First a favore di un interventismo. Lei resiste con coerenza ideologica
Milano. Le dimissioni di Joe Kent da capo dell’antiterrorismo statunitense hanno messo in luce il fatto che la presenza di Tulsi Gabbard come capo dell’Intelligence appare sempre più un corpo estraneo in un’Amministrazione che sembra avere abbandonato l’isolazionismo e l’ideologia America First in favore di un interventismo a tutto campo che a detta di Donald Trump serve gli interessi dell’America e del movimento Maga. Movimento che corrisponde, in tutto e per tutto, al volere del presidente, quale che sia. Ecco perché un personaggio come Gabbard appare sempre più scomodo nella posizione che occupa. Eppure, lei, ex deputata democratica delle Hawaii ed entusiasta sostenitrice della candidatura alle presidenziali di Bernie Sanders nel 2016, non deflette. Cerca di mantenere una certa coerenza ideologica di fondo con le sue posizioni di allora: anche all’epoca era critica degli interventi americani nella regione mediorientale tanto da sottostimare pesantemente i crimini commessi dal regime di Bashar el Assad in Siria e da andare in visita, ricevuta con tutti gli onori, a Damasco nel 2017. Proprio per questo, dunque, la sua adesione ai repubblicani nel corso del 2024 sembrava qualcosa di sismico: un’esponente di sinistra che sposa la linea “mai più guerre” di un Trump sempre più lontano dal conservatorismo tradizionale. A differenza di Kent però, lei resiste. Non ha un bagaglio così pesante come il suo sottoposto (che per un periodo è stato suo capo di gabinetto) e quindi glissa. Nell’audizione al Senato della giornata di mercoledì ha fatto una difesa pasticciata della sua posizione di non ritenere l’Iran una minaccia imminente, dicendo che se il presidente riteneva che lo fosse, allora doveva essere vero. Posizione cerchiobottista che è stata messa all’indice in modo secco dal senatore democratico Mark Warner che ha detto che tutto insieme non si tiene: “O il presidente ha mentito oppure lei è inadeguata al suo ruolo”.
Quest’ultima affermazione appare assai calzante se si pensa all’entourage che ha raccolto a sé in un annetto circa di servizio sotto Donald Trump: già nel giugno 2025 si era trovata esclusa dai processi decisionali e lo stesso tycoon aveva detto con noncuranza che “non le importava ciò che pensava”. Eppure, lei, per citare una felice espressione utilizzata dal Wall Street Journal, si sta costruendo una specie di governo ombra. L’ultimo arrivo è di qualche giorno fa: si tratta di Dan Caldwell, ex advisor del Pentagono che è stato di recente mandato via con la grave accusa di aver fatto trapelare alla stampa del materiale riservato. Per Gabbard quindi, che in passato non ha esitato a lodare nemmeno Edward Snowden, analista dell’Nsa che aveva rivelato decine di documenti classificati per poi rifugiarsi a Mosca, quasi un merito. Hegseth, poi, lo scorso anno, aveva usato parole dure contro di lui ritenendolo “senza ombra di dubbio” uno dei responsabili. L’indagine è ancora in corso e anche se il comunicato dell’ufficio di Gabbard sostiene che “Caldwell è degno di fiducia e non pone pericoli per la sicurezza nazionale”, sembra proprio una ripicca politica da parte di Gabbard che userà i servigi del neoassunto per istruire gli ufficiali delle diciotto agenzie da lei supervisionate, che comprendono anche la Cia. Anche il vice di Gabbard, William Ruger, noto critico del sostegno americano all’Ucraina, rimane al suo posto, pur essendo molto simile ideologicamente a Kent, sia pur senza le spigolosità antisemite del fuoriuscito dall’antiterrorismo, che non ha esitato a colpevolizzare la lobby israeliana non soltanto per la guerra in Iran, ma anche per quella in Iraq del 2003, anche se all’epoca Israele non fu coinvolto in alcun modo.
Certo si può dire che personaggi del genere non mancano nemmeno al Pentagono, dove uno dei vice di Hegseth con la delega al medio oriente di nome Mike DiMino ha sempre minimizzato la minaccia iraniana e si è opposto agli strike preventivi di giugno 2025. Però è attorno a Gabbard che gli isolazionisti con punte di rossobrunismo si riuniscono, e la ragione per cui non viene cacciata è da ricercarsi nella politica interna: la coalizione Maga è indebolita e Trump potrebbe non avere intenzione di privarsi di una “convertita” come Gabbard. Ma forse non le basteranno più azioni improvvide come quella di febbraio, quando aveva presenziato al sequestro di alcune macchine elettroniche per il voto in Georgia, senza averne alcun titolo. Dopo novembre, o poco prima, si prevede una sua sostituzione.
la guerra asimmetrica