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Veto insormontabile

Orbán ha rinnegato la parola data sul prestito ucraino, ma l'Ue è impotente contro il suo ricatto

David Carretta

Nonostante le dichiarazioni dei leader europei, al primo ministro ungherese viene consentito di ricattare l’Ue, oltre che l’Ucraina. L’articolo 7 per sospendere il diritto di voto di Orbán non può essere utilizzato perché richiede l’unanimità e il leader magiaro può contare su diversi alleati, come Fico e Babis

Bruxelles. “Nessuno può ricattare il Consiglio europeo. Nessuno può ricattare le istituzioni dell’Unione europea”, ha detto António Costa, il presidente del Consiglio europeo, in conferenza stampa al termine della riunione dei capi di stato e di governo di giovedì, qualificando come “completamente inaccettabile” il veto di Viktor Orbán sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Il primo ministro ungherese si è rimangiato la parola data a dicembre, quando aveva acconsentito al prestito ottenendo un’esenzione per il suo paese. Non è mai accaduto che un leader rinneghi l’impegno solenne assunto con tutti i suoi pari in un vertice. “Una linea rossa è stata superata”, ha avvertito Costa durante la riunione a porte chiuse dei capi di stato e di governo. Pubblicamente il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha accusato Orbán di “una grave violazione della lealtà tra gli stati membri”, che “mina la capacità di agire dell’Ue e danneggia la reputazione dell’Ue nel suo complesso”. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che, “quando i capi di stato e di governo si mettono d’accordo su una decisione, questa deve essere onorata”. Altrimenti, ha detto, “è un tracollo del senso stesso delle nostre discussioni”. “Non ho mai sentito critiche così aspre in un vertice dell’Ue, rivolte a qualcuno, in tutta la mia vita”, ha detto il premier svedese, Ulf Kristersson. Eppure, nonostante tutto, a Orbán viene consentito di ricattare l’Ue e tutti gli altri leader, oltre che l’Ucraina e il suo presidente, Volodymyr Zelensky. Il premier ungherese non si è mosso di un millimetro dalla sua posizione: “Niente petrolio, niente soldi”, ha ripetuto nella sala dei leader e davanti alle telecamere.

 

Kristersson non era ancora al potere nel 2015, quando l’Ue visse un momento drammatico simile con l’allora primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, entrambi pronti a rischiare la Grexit pur di sfidare gli altri leader. Nei confronti di Tsipras furono usate parole simili. Ma Orbán è andato oltre il greco, che almeno ebbe la cura di rispettare la parola data. L’Ucraina ha urgente bisogno del prestito dell’Ue per sopravvivere finanziariamente e continuare a difendersi dalla guerra di aggressione della Russia, che rappresenta una minaccia esistenziale diretta per gran parte dei paesi europei. Grazie a un programma del Fondo monetario internazionale, il rischio bancarotta è stato spostato dalla fine di marzo alla fine di aprile. Per il suo veto, Orbán sta usando come pretesto l’interruzione delle forniture di petrolio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, danneggiato da un bombardamento russo in gennaio e che l’Ucraina non ha ancora riparato. “La Russia ha attaccato Druzhba 23 volte”, ha ricordato Costa.

 

Eppure l’Ue è stata molto generosa con Orbán. Costa e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, gli avevano offerto una via d’uscita onorevole. La riparazione di Druzhba in sei settimane sarebbe stata finanziata dal bilancio dell’Ue. La soluzione ha scioccato diversi diplomatici: il contribuente europeo dovrebbe pagare per un oleodotto distrutto dalla Russia, che finanzia la guerra di Vladimir Putin e che avvantaggia l’Ungheria, beneficiaria di una deroga sull’embargo petrolifero fino al 2027, malgrado il fatto che Budapest grazie a una deroga non debba contribuire al prestito da 90 miliardi. Il ricatto di Orbán ha già funzionato in parte. Ma l’obiettivo del primo ministro ungherese è un altro. Cercare di recuperare terreno tra gli elettori nel momento in cui è indietro nei sondaggi in vista delle elezioni del 12 aprile, presentandosi come il difensore degli interessi ungheresi, battendosi contro l’Ue e l’Ucraina “Penso che ci ha tradito”, ha detto il premier finlandese, Petteri Orpo. E di fronte a questo trasferimento l’Ue è disarmata. Von der Leyen ha assicurato che i 90 miliardi saranno sborsati “in un modo o nell’altro”. Lo aveva già detto il 24 febbraio a Kyiv. “Non c’è un piano B”, ammettono diversi diplomatici. L’articolo 7 per sospendere il diritto di voto di Orbán non è utilizzabile perché richiede l’unanimità e Orbán può contare su diversi alleati. A proteggerlo non sono solo lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babis. Giovedì, la premier Giorgia Meloni si è dimostrata comprensiva nei confronti di Orbán, perché con l’interruzione di Druzhba le cose sono cambiate da dicembre. Pur dicendo che l’accordo di dicembre sul prestito va rispettato, ha sostenuto la necessità di trovare una soluzione politica per riattivare Druzhba.

 

L’Ue si trova costretta ad aspettare le elezioni del 12 aprile e sperare nella vittoria del leader dell’opposizione, Péter Magyar – ma anche in questo caso Orbán resterebbe premier almeno fino a maggio, forse fino a giugno. Ben oltre la scadenza del precipizio della bancarotta dell’Ucraina. Nel 2015 solo la prospettiva concreta della Grexit convinse Tsipras a smettere di ricattare l’Ue.