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la scelta
Le missioni di J. D. Vance, che lavora per il 2028 federando i Maga in lite
In vista delle prossime elezioni presidenziali, la sfida per il successore di Donald Trump è tra il vicepresidente Vance e il segretario di stato Marco Rubio. Il primo sembra in questa fase impossibilitato a mettersi in evidenza, ma non vanno sottovalutate le molte frecce al suo arco
Vance o Rubio? Rubio o Vance? Alla Casa Bianca è diventata una fissazione, chiunque incontri Donald Trump si sente rivolgere la fatidica domanda: chi è meglio come candidato per il voto del 2028, Marco Rubio o J. D. Vance? Difficile sapere chi sia in testa nel borsino del presidente, che tra tre mesi compirà ottant’anni ed è entrato nella fase in cui sembra sempre più concentrato su come sarà ricordato dalla storia e su quale sarà la sua eredità politica. E quindi su chi sarà l’erede designato. Rubio ha da mesi grande visibilità, grazie al doppio ruolo di segretario di stato e di consigliere per la Sicurezza nazionale e alle operazioni in Venezuela e Iran. Vance appare più defilato, ma in realtà si sta muovendo molto e ha appena ricevuto un incarico nuovo di zecca tutto da decifrare: zar della lotta alle frodi. Quando Trump lo ha annunciato nello Studio ovale, con a fianco il suo vice, ha prevenuto con una battuta il paragone inevitabile con l’incarico simile – zar della lotta all’immigrazione – che Joe Biden affidò alla sua vice Kamala Harris. “Vedrete che non sarà come Kamala, a cui affidarono il controllo di un confine dove non è mai andata”, ha detto il presidente. Un modo per cercare di disinnescare un paragone pericoloso. Perché quell’incarico di “zarina” fu un mezzo disastro per Harris e ha pesato anche sulla sua successiva campagna presidenziale. L’interrogativo adesso è se Trump abbia fatto un regalo o un dispetto a Vance, in vista delle elezioni del 2028.
Il fatto è che il ruolo di vicepresidente prevede poteri limitati e poco chiari e storicamente è stato spesso frustrante per chi lo ha rivestito. Già John Adams, il primo vicepresidente degli Stati Uniti, definiva l’incarico “l’ufficio più insignificante che l’ingegno umano abbia mai concepito o la sua immaginazione abbia mai immaginato”. Theodore Roosevelt, quando il presidente William McKinley lo scelse come braccio destro, commentò: “Preferirei di gran lunga essere qualsiasi altra cosa, ad esempio professore di Storia, piuttosto che vicepresidente” (poi però spararono a McKinley e Roosevelt in un attimo divenne l’uomo più potente d’America).
Vance in questo momento ha meno possibilità di Rubio di mettersi in evidenza, ma non vanno sottovalutate le molte frecce al suo arco. Il vantaggio principale del vicepresidente è legato all’incertezza sull’esito delle avventure internazionali di Trump: se l’Iran per esempio si rivelasse un’altra delle guerre infinite americane, a uscirne male insieme al presidente sarà il segretario di stato, che l’ha appoggiata apertamente. Mentre Vance potrà ricordare di essere sempre stato scettico. Poi c’è il tour in giro per tutta l’America che il vicepresidente sta facendo per promuovere le scelte economiche della Casa Bianca, che lo aiuta a tenere contatti, mantenere rapporti, presidiare i vari stati: tutto capitale prezioso in vista di una futura campagna presidenziale. Ancora: Rubio gli ha tolto in buona parte la ribalta internazionale, ma Vance si appresta a fare un viaggio in Ungheria a sostegno della rielezione dell’amico Viktor Orbán e tornerà così a occuparsi di Europa, mandando segnali soprattutto al proprio elettorato nazionalista e isolazionista in America.
Inoltre c’è il ruolo di mediatore che Vance si è assunto in mezzo a un mondo Maga che è in piena ebollizione, dove la guerra è diventata il vero punto di rottura tra le varie fazioni che si erano coalizzate nel 2024 per rimandare Trump alla Casa Bianca. Il problema non è tanto l’Iran quanto il ruolo di Israele, che è il tema che più spacca in questo momento la destra americana. Il tradizionale sostegno all’alleato storico in medio oriente è rimasto prerogativa dell’ala tradizionale dei repubblicani (Ted Cruz, Lindsay Graham) e dei podcaster ed opinionisti ebrei come Ben Shapiro o Mark Levin di FoxNews. Ma c’è un’ondata di risentimento contro Israele, spesso venata di antisemitismo, che pone dalla stessa parte della barricata personaggi influenti e moderati come Joe Rogan o l’intellettuale Andrew Sullivan, duri e puri come Tucker Carlson, Alex Jones e Marjorie Taylor Greene, fino ad arrivare alle frange più estreme e filonazi come quelle che si riconoscono in Nick Fuentes o Candace Owens.
Fin dai tempi dell’omicidio dell’attivista Charlie Kirk, lo scorso settembre, Vance si è calato in un ruolo di “federatore” di questo magma, cercando di tenere il dialogo con fazioni i cui scontri rischiano di costare cari ai repubblicani nelle elezioni di midterm del prossimo novembre. Se gli riesce, potrebbe avere molte più chance lui rispetto a Rubio – anche agli occhi di Trump, che li osserva entrambi – di ricostruire tra due anni la piattaforma che ha portato alla vittoria nel 2024. Ma è un compito arduo e pieno di incertezze. Un test interessante per vedere a che punto è il livello dello scontro sarà, nei prossimi giorni, l’annuale Conservative Political Action Conference a Dallas, la prima occasione per il mondo conservatore americano di esprimersi pubblicamente sulla decisione di Trump di riportare il paese in guerra.
Adesso però il vicepresidente ha anche la possibilità di giocarsi la carta del nuovo incarico, per quanto fumoso. Lo zar delle frodi è un’idea di Trump che nasce dalla fissazione del presidente per quelle che definisce “truffe miliardarie” da parte degli immigrati ai danni dalle casse pubbliche americane, in particolare ai fondi legati alle pensioni o alla sanità. Tutto era partito dal Minnesota e dall’accusa alla comunità somala di essere una specie di associazione a delinquere collettiva, dopo che alcuni esponenti sono stati scoperti a gestire un’ampia frode per spartirsi fondi dello stato. La vicenda aveva dato lo spunto al presidente per mandare in forze i federali dell’Ice a Minneapolis, con i conseguenti episodi di violenza nelle strade e il tragico epilogo delle uccisioni degli attivisti Renee Good e Alex Pretti. In occasione della nomina di Vance, la Casa Bianca ha diffuso un documento nel quale sostiene che la situazione del Minnesota si ripete in modo ancora più grave in altri stati, prima tra tutte la California. Nel mirino delle prime iniziative che prenderà Vance ci sono poi, secondo la Casa Bianca, “Illinois, New York, Maine e Colorado”. Non sorprende, ovviamente, che si tratti di tutti stati controllati dai democratici.
la guerra asimmetrica