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Da Bruxelles
L'Europa è pronta ad aiutare quando Trump finirà la guerra
L’Ue prende le distanze dalla guerra in Iran: pronta a garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, ma solo a conflitto finito, mentre cresce la pressione diplomatica sugli Stati Uniti e restano divisioni interne su energia e Ucraina
Bruxelles. La guerra in Iran non è la guerra dell’Europa, ma alcuni paesi europei sono pronti a giocare un ruolo per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, una volta che Stati Uniti e Israele avranno smesso di bombardare la Repubblica islamica. “Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi opportuni per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto”, hanno detto Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone in una dichiarazione congiunta pubblicata ieri. Nel testo non c’è alcun riferimento temporale, né vengono menzionati gli Stati Uniti o Donald Trump. Il documento si apre con la condanna dell’Iran per gli attacchi contro “le navi commerciali, le installazioni di petrolio e gas e la chiusura dello Stretto di Hormuz” e ricorda che queste “interferenze con il trasporto marittimo internazionale e l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”. Ma in due passaggi, tra le righe, emerge la richiesta a Trump di porre fine alla guerra che ha lanciato con Israele. “Chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas”, hanno detto i sei paesi, dopo il bombardamento di Israele sul giacimento di South Pars e la rappresaglia dell’Iran contro i campi di gas del Qatar. “Esortiamo tutti gli stati a rispettare il diritto internazionale e a sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”, hanno aggiunto i sei paesi. L’espressione “tutti gli stati” include anche gli Stati Uniti e Israele.
Nel Consiglio europeo che si è tenuto ieri a Bruxelles, i capi di stato e di governo hanno affermato la loro determinazione a non farsi trascinare nella guerra di Trump. La diplomazia è la via d’uscita. Ancor prima dell’inizio della riunione, il sentimento generale è stato sintetizzato così dal premier del Belgio, Bart De Wever: “Non abbiamo voluto questa guerra. Non abbiamo cominciato questa guerra. Manca una pianificazione. Manca una strategia di uscita. Tutti vogliono solo una cosa: che questa guerra finisca il prima possibile e non essere implicati”. Il premier spagnolo, Pedro Sánchez, si è mostrato trionfante dopo che gran parte dei capi di stato e di governo – compresi i più atlantisti come l’italiana Giorgia Meloni e il tedesco Friedrich Merz – hanno preso le distanze dalla guerra di Trump, sostenendo che vìola il diritto internazionale. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha spiegato di aver chiesto a Trump di “cessare tutti questi bombardamenti e attacchi contro le infrastrutture civili, il gas, il petrolio, ma anche l’acqua” e ha proposto una tregua durante il “periodo di festività religiose”, per dare anche “una nuova possibilità ai negoziati”. Dopo la pubblicazione del comunicato dei sei, fonti tedesche hanno spiegato che il cancelliere Merz non intende inviare asset navali a Hormuz con la guerra in corso. Il nuovo premier olandese, Rob Jetten, ha precisato che “attualmente la situazione è troppo volatile per lanciare una missione nello Stretto di Hormuz”.
La linea dell’Ue è quella espressa da Macron sin dall’inizio: gli europei sono pronti ad assumersi le loro responsabilità per proteggere i loro interessi, ma non ad associarsi a Trump nella sua guerra, che molti leader considerano “stupida” (secondo Macron) e “fuori controllo” (secondo gran parte dei capi di stato e di governo). La convinzione è che la Repubblica islamica non proseguirà i suoi attacchi contro i paesi del Golfo, una volta che Stati Uniti e Israele avranno cessato i bombardamenti. Il problema è come far funzionare la diplomazia. Sánchez ha indicato in Israele il principale problema. Per il momento, l’Ue è concentrata sulle conseguenze della guerra sui prezzi dell’energia. Ma, durante il vertice, i leader si sono divisi sulle misure più urgenti per affrontare il caro bolletta. Se c’è accordo su sussidi mirati e temporanei, i ventisette sono spaccati sul trattamento da riservare al sistema di scambio di emissioni Ets. I leader non sono riusciti a porre fine allo stallo sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. La pressione su Viktor Orbán non è bastata a convincere il premier ungherese a togliere il veto. A parte lo slovacco, Robert Fico, Meloni è stata l’unica leader a esprimere la sua comprensione nei confronti di Orbán. Secondo diversi diplomatici, lo stallo durerà almeno fino alle elezioni legislative in Ungheria del 12 aprile.
la guerra asimmetrica