La guerra di tutti
Il capo della Cia contraddice il putinismo dei trumpiani. I fondi per “uccidere i bad guys”
Mentre Washington intensifica la guerra contro l’Iran tra costi miliardari e retorica muscolare, nell’Amministrazione Trump emerge una linea ambigua: fiducia verso Mosca, disimpegno sull’Ucraina e divisioni interne sulla reale natura delle minacce globali
Non c’è una tempistica per l’operazione militare contro l’Iran, ha ribadito ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, durante la conferenza stampa assieme al comandante di stato maggiore, il generale Dan Caine, “stiamo dando la caccia e colpendo” gli obiettivi, “morte e distruzione dall’alto”, ha sintetizzato con la solita foga Hegseth. Secondo il Washington Post, il Pentagono ha chiesto al Congresso 200 miliardi di dollari di finanziamento per questa guerra, e il segretario alla Difesa ha detto che sì, “servono soldi per uccidere i bad guys”, che forse la cifra non è esattamente quella, ma che è necessario “essere finanziati in modo appropriato per quel che abbiamo fatto e per quel che faremo”, ha detto Hegseth.
Secondo il controllore del Pentagono, Jules Hurst, i primi sei giorni di guerra all’Iran sono costati 11,3 miliardi di dollari: siamo a ventuno giorni, e il capo del Pentagono ha di nuovo annunciato – lo fa sempre nel giorno della conferenza stampa – che ci saranno ancora attacchi intensi. Dopo aver spiegato che gli Stati Uniti devono essere ben equipaggiati e l’arsenale ben riempito, Hegseth ha aggiunto, sembra senza guardare gli appunti, d’istinto: “Dobbiamo anche gestire quel che ci ha lasciato l’Amministrazione Biden, che non ha rifornito le nostre riserve e ha soltanto detto: mandiamo le armi in Ucraina. Ogni volta che si valutavano problemi e sfide, diceva: mandiamo quel che c’è all’Ucraina. Noi pensiamo che le nostre munizioni debbano essere spese meglio nel nostro interesse nazionale”. Per l’Ucraina sono stati spesi circa 66 miliardi di dollari in quattro anni – a questo punto della guerra contro l’Iran se ne sono spesi, al ritmo indicato dal controllore, circa 40 – ma il punto non è certo la quantità di soldi, ma è quel che ha detto lo stesso Hegseth, “servono soldi per uccidere i bad guys”, ed evidentemente il bad guy del contesto ucraino, cioè il presidente russo Vladimir Putin, non è una priorità per l’Amministrazione Trump.
La linea di credito fornita a Mosca dai trumpiani è stata confermata dall’inviato Steve Witkoff, che continua a dire che si fida della parola di Putin, anche ora che i report dell’intelligence indicano un aiuto fattivo dei russi al regime di Teheran – un aiuto in continuo aumento: si è cominciato con le informazioni che Mosca fornisce all’Iran sugli obiettivi americani da colpire e ora si parla di droni con tecnologia russa utilizzati dall’Iran per colpire nel Golfo. Witkoff così come Hegseth così come lo stesso presidente Donald Trump hanno minimizzato: ci sarà forse “un aiutino”, ma gestibile, e comunque ci fidiamo di Putin al punto da sospendere le sanzioni sul petrolio russo che è già sulla via dell’esportazione fino all’11 aprile (in ogni caso, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto ieri che gli Stati Uniti potrebbero togliere le sanzioni anche al petrolio dell’Iran, sì dell’Iran).
Al Senato americano mercoledì si è sentita una voce dissonante dell’Amministrazione per quel che riguarda la Russia. John Ratcliffe, direttore della Cia, ha detto durante la sua testimonianza di fronte alla commissione Intelligence: “Gli iraniani stanno chiedendo assistenza sull’intelligence alla Russia, alla Cina e ad altri paesi avversari degli Stati Uniti, e per quel che riguarda la loro risposta possiamo discuterne nella parte non pubblica di questa sessione”. Alcuni senatori si sono innervositi davanti a questa cautela, ma Ratcliffe, rispondendo alla domanda del senatore democratico Jack Reed che gli citava le dichiarazioni di Witkoff sulla fiducia riposta nel Cremlino, ha detto: “No, io non mi fido della parola di Putin”. Il direttore della Cia tende a non farsi troppo notare, parla soltanto quando è obbligato (non è sempre stato così, anzi: fu uno dei più strenui difensori di Trump durante il Russiagate, quando si indagavano le ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016), ma l’anno scorso ha detto che gli ucraini “combatteranno a mani nude” per mantenere la loro indipendenza, comprendendo bene sia la determinazione di Kyiv, sia la pericolosità di Mosca, sia l’importanza del sostegno americano dal punto di vista dell’intelligence, che finora non è venuto a mancare, a differenza delle forniture militari e dell’aiuto finanziario.
La fiducia granitica che Trump e una gran parte dei trumpiani ripongono nella Russia fa sì che venga sminuita l’alleanza letale tra Mosca e Teheran ma anche l’aiuto offerto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky fin dal primo giorno. Trump si lamenta molto della mancanza di solidarietà dei paesi europei e della Nato, dice che potrebbe finire per lasciare a questi alleati ingrati l’onere di sbloccare lo Stretto di Hormuz, ma ha anche ignorato le offerte – preziose: i sauditi, per dire, le hanno prese al volo – dell’unico paese europeo che si è mosso subito e con un sostegno concreto: l’Ucraina. Trump si concentra sulla guerra che gli interessa, il Cremlino dice che i negoziati con l’Ucraina sono sospesi, forse a tempo indefinito, Zelensky non fa che innovare il suo arsenale e dire agli europei che è bene trovare convergenze subito perché la minaccia russa s’avvicina – e si conferma come l’alleato migliore che potesse capitarci.
la guerra asimmetrica