foto Ansa
false narrazioni
Dimenticate l'architetto delle stragi iraniane: Ali Larijani era un “raffinato intellettuale”
Trasmissioni televisive americane, giornali europei e italiani hanno elogiato il defunto capo del consiglio supremo per la sicurezza nazionale come un dotto filosofo appassionato di Kant e non come chi solo a gennaio ha ucciso trentamila giovani manifestanti
Roma. Non l’architetto delle stragi iraniane che dopo la morte di Khamenei gestiva il regime. Ali Larijani era un kantiano in divisa, un “pensatore poliedrico” che per puro caso aveva le mani lorde di sangue iraniano (trentamila solo a gennaio). Per la Nbc, “un intellettuale al servizio del regime”. “Larijani ha scritto un interessante libro su Cartesio per conciliare il pensiero occidentale e quello islamico”, scrive Bruno Maçães, editorialista del New York Times ed ex ministro degli Affari europei del Portogallo. Per Haaretz, “un pensatore brillante che coniuga vita di contemplazione e di azione: un’impresa non da poco”. La stampa italiana va da “filosofo raffinato” (Ansa) a “fine intellettuale” (Repubblica), come se tre libri in farsi su Kant rendessero Larijani meno responsabile dei morti che il Consiglio di sicurezza nazionale ha sulla coscienza.
Per il Corriere, “Larijani era un devoto della Repubblica islamica, ma aveva una profonda passione per la filosofia e ha pubblicato tre libri su Kant”. Il “ma” segna il passaggio a una promozione accademica, non un salto nel baratro del totalitarismo. Il Fatto si sdilinquisce: “Larijani univa una solida formazione scientifica a un percorso accademico in filosofia occidentale. Autore di saggi filosofici, era considerato un intellettuale raffinato, capace di utilizzare logica e dialettica anche nei contesti negoziali più complessi”.
Vecchia storia. Marwan Barghouti, l’organizzatore della Seconda intifada condannato a cinque ergastoli, è diventato “Mandela”. “Haniyeh, il professore di letteratura diventato leader politico di Hamas”. Così la Repubblica. “Haniyeh, relativamente moderato”, la Reuters. Mohammed Deif, il capo militare di Hamas, fu descritto da Avvenire come un “miliziano” con “trascorsi di teatro”. “Uomo pragmatico e portato al dialogo”: l’Unità sull’altro leader di Hamas, Khaled Meshaal. Quando Israele uccise Hassan Nasrallah, il Guardian lo definì “studioso islamico qualificato, oratore efficace e organizzatore competente”. Per l’Associated Press, Nasrallah era “un oratore focoso visto come un estremista”. Il New York Times aveva raffigurato il leader spirituale della Fratellanza musulmana, Yusuf Qaradawi, teorico degli attentatori suicidi, come “impegnato nel pluralismo e nella democrazia”. Ma è difficile fare peggio del Washington Post, che parlò del “califfo” dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, come di un “austero studioso religioso”. Il giornale fu travolto dalle polemiche e dovette cambiare il titolo in “leader estremista”, che per uno che ha organizzato il genocidio di migliaia di yazidi faceva comunque ridere. L’allora vice ministro della Cultura iraniano, Mohammad Ali Ramin, docente di Filosofia a Tehran, studi nella città tedesca di Karlsruhe e che ha detto che “il regime sionista si avvia alla fine come un ratto morto”, nel 2008 ebbe un’idea brillante per sfruttare queste legioni di kantiani in cerca di un regime.
Organizzare a Teheran la Giornata mondiale della filosofia sotto l’egida dell’Unesco. Pochi fiatarono. Fu Jürgen Habermas, il filosofo francofortese appena scomparso, a promuovere con pochi altri una valorosa iniziativa di boicottaggio contro la designazione da parte dell’Onu di Teheran capitale mondiale della filosofia, mentre nelle galere della Rivoluzione islamica marcivano sociologi come Kian Tajbakhsh e filosofi come Akbar Ganji. Alla fine la direttrice generale dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, trovò una soluzione pilatesca: niente blasone ufficiale del Palazzo di vetro e a Teheran mandò “solo” una funzionaria dell’organismo, Pilar Alvarez-Laso. Ma più di un filosofo occidentale andò nella Repubblica islamica a parlare con Mohammad-Javad Larijani, fratello di Ali e favorevole alla lapidazione delle “adultere”. Ci andò anche Gianni Vattimo.
Il filosofo che aveva passato la vita a decostruire l’occidente e a sognare le “moltitudini” e che si ritrovò seduto a tavola con un apologeta della sharia. Il postmoderno europeo che corteggia il premoderno teocratico.